La Tokyo Medical University avrebbe ridotto i punteggi dei test delle donne per mantenere il loro numero sotto il 30% nelle classi del primo anno.
Per l’anno 2018  i candidati sarebbero stati 1.596 uomini e 1.018 donne, con l’8,8% degli uomini e il 2,9% delle donne accettate.

Yoshimasa Hayashi, ministro dell’educazione giapponese, ha ordinato un’indagine sulle procedure di ammissione della scuola negli ultimi sei anni. “Discriminare le studentesse negli esami di ammissione è assolutamente inaccettabile”, ha dichiarato.

Discriminazione o semplice stabilità?

La discriminazione sarebbe iniziata dopo il 2010, quando il numero delle candidate donne è aumentato drasticamente, riferisce Yomiuri Shimbun, in quotidiano che con la sua inchiesta ha fatto scoppiare un vero e proprio movimento di indignazione nel paese del Sol Levante. Il giornale citava una fonte anonima che sosteneva che gli amministratori scolastici giustificassero la pratica per la convinzione che le donne avevano maggiori probabilità di abbandonare la professione dopo il matrimonio o il parto.

TBS, una rete televisiva, ha citato un anonimo ex funzionario dell’università il quale confessava che la pratica era molto comune tra le scuole di medicina e che gli amministratori non ci vedevano nulla di sbagliato.

Le rivelazioni hanno innescato un’ondata di critiche online sulla disuguaglianza di genere in Giappone.

“Coloro che hanno deciso questo sistema non hanno mai affrontato problemi di bilanciamento delle faccende domestiche e dell’assistenza all’infanzia con il lavoro”, ha detto su Twitter Keiko Ota, un avvocato.

Mizuho Fukushima, una parlamentare del Partito socialdemocratico, ha detto che la pratica della scuola era chiaramente una violazione delle norme costituzionali contro la discriminazione. “Questo è inaccettabile”, ha twittato. “Dovrebbe essere attuata una riforma…”.

Tra modernità, tradizione, sangue e zitellonaggine

Il Giappone è rimasto indietro rispetto ad altre nazioni sviluppate sulla partecipazione delle donne nei luoghi di lavoro. Questo è stato attribuito, in parte, alle pratiche di assunzione tradizionali che enfatizzano l’impiego permanente in una singola azienda. 

Le prospettive economiche e lavorative per le donne giapponesi sono migliorate sensibilmente negli ultimi anni, peccato che siano scarsamente rappresentate in lavori ben pagati e prestigiosi nel governo, nella gestione, nella scienza e nella tecnologia. Di conseguenza, il divario di retribuzione è ancora ostinatamente ampio.

La pressione sociale per il matrimonio, in Giappone, è ancora molto forte. Nonostante un po’ alla volta i giovani e le giovani stiano iniziando a dare la priorità alla carriera, sono ancora tantissime le ragazze che aspirano a trovare marito e, subito dopo, lasciare il lavoro. Il tutto prima della data di scadenza, i fatidici 30 anni, prima di diventare una obachan 伯母ちゃん (zia, donna di mezza età, nella loro visione una trentenne senza marito).

Ma perché la donna è così limitata in un paese così progressista e moderno come il Giappone? Per via della tradizione e, soprattutto, per via di un concetto profondamente radicato nell’antica cultura del Sol Levante: il danson-johi (男尊女卑) ovvero il rispetto per il maschio ed il conseguente “disprezzo per la femmina” considerata come qualcosa di impuro e debole.

La logica è questa: la tradizione è sacra e deve essere riverita. Se il sessismo fa parte della tradizione, allora anch’esso deve essere protetto. Alcuni storici tracciano l’idealizzazione del dansonjohi all’era Tokugawa, ma il Giappone moderno mantiene ancora vivo lo spirito di questa disparità di genere, iniziando dall’alto. Alle donne non è permesso sedersi sul trono imperiale – sebbene ci siano state imperatrici in passato – . Persino la discussione sulla questione della successione femminile è statarecentemente e fortemente contrastata dal Primo Ministro Shinzo Abe.

Alla donna, in quanto essere impuro, molte attività erano precluse e questi divieti erano spesso imposti dalla religione. Il ciclo mestruale, la perdita di sangue, è il motivo principale dell’essere impuro della donna. Il sangue è considerato, speciamente dallo shintoismo, come fonte di impurità, anche per gli uomini: in passato, chi svolgeva lavori che mettevano in contatto con questo elemento (macellai, conciatori, ecc.), era considerato un Eta. Nel vecchio sistema della caste, gli Eta rappresentavano il livello più basso: erano dei parìa, dicriminati ed evitati perchè ritenuti impuri dalla società.

Altro elemento “negativo”, per la donna, è la debolezza fisica rispetto all’uomo e, come spesso capita in tutte le società animali, il più forte è destinato a comandare e il più debole deve fare atto di sottomissione. C’è poi la bellezza della donna, vista come espressione demoniaca: la donna tende a distrarre l’uomo dai suoi compiti che sono, essenzialmente, quelli di far mandare avanti il mondo.