Il Superuovo

La memoria si respira: come si ricorda secondo Bergson e Platone?

La memoria si respira: come si ricorda secondo Bergson e Platone?

Naso o bocca? La memoria risponderebbe: “Ovviamente naso!”

La respirazione è un processo che permette ad ogni essere vivente di immettere ossigeno nel proprio organismo e di espellere anidride organica. Ciò non basta, perché secondo una recente ricerca condotta da alcuni studiosi della Scuola di Medicina Feinberg presso la Northwestern University il ritmo del respiro influenza l’attività elettrica di specifiche aree del cervello, come l’amigdala e l’ippocampo, rispettivamente legate alle emozioni e alla memoria. Basti pensare a come si modula il nostro respiro in situazioni di paura o di gioia. Sulla base di questa ricerca il Dipartimento di Neuroscienze Cliniche presso il Karolinska Institutet di Stoccolma, Svezia, ha avanzato un’indagine per scoprire quale tipo di respirazione fosse più efficace per l’apprendimento di nuovi ricordi.

Gli scienziati, coordinati dal dottor Artin Arshamian, hanno sottoposto diversi volontari ad un test di laboratorio nel quale dovevano memorizzare 12 differenti odori in due sessioni separate. Al termine della seconda seduta è stato chiesto loro di respirare solo con la bocca o solo con il naso per un’ora intera. Alla fine di questa fase gli scienziati hanno di nuovo sottoposto gli odori ai partecipanti; questi dovevano indicare se provenissero dalla sessione più vecchia o da quella più recente. Il risultato è stato che le persone che avevano respirato col naso ricordavano meglio gli odori.

Ciò si spiega perché la rete sensoriale olfattiva è strettamente legata alla rete mnemonica; questo favorisce i percorsi neuronali delle informazioni e quindi dell’apprendimento di nuovi ricordi. Quando si respira con la bocca questi processi vengono semplicemente bypassati.

Bergson: la memoria e il tempo son intrisi di spirito

Bergson avrebbe accolto ben volentieri questa ricerca svedese. Innanzitutto Bergson faceva parte di quella corrente che all’inizio del 1900 si oppose al naturalismo e all’empirismo: lo spiritualismo. Il filosofo francese riteneva che la coscienza giocasse un ruolo fondamentale nella visione del tempo. Il tempo non era più una successione spaziale di attimi distinti quantitativamente l’uno dall’altro; bensì di stati qualitativi della coscienza in cui ciascun momento è indissolubilmente legato a quello precedente e a quello successivo, senza che vi siano separazioni tra l’uno e l’altro. A questa concezione Bergson da il nome di durata reale.

Pertanto la coscienza si sviluppa biologicamente, ma si evolve come flusso costante. Il flusso conduce ad una crescita spirituale, in cui sono sempre presenti e vividi i ricordi nei quali ha transitato la coscienza. Da qui si scaturisce la distinzione bergsoniana di memoria abitudinaria e memoria pura. La prima risponde delle azioni motorie automatiche, mentre la seconda costituisce la sostanza spirituale della mia coscienza, che si identifica nella durata reale.

Bergson aggiunge che la memoria abitudinaria e pura sono indissolubilmente interconnesse. La memoria abitudinaria per supplire alle richieste motorie attinge ai ricordi presenti nella memoria pura. Allo stesso tempo è la memoria abitudinaria che è in grado di materializzare i ricordi. Si può constatare che la memoria abitudinaria è l’espressione dei meccanismi del cervello che dipendono dal contenuto della memoria pura, ovvero la durata reale della coscienza.

La reminiscenza è il primo passo verso la conoscenza

Nonostante il filosofo greco Platone non disponesse delle conoscenze scientifiche di cui disponeva Bergson o gli scienziati svedesi, egli aveva già intuito l’importanza della facoltà di ricordare.

Platone era un discepolo molto devoto al suo maestro Socrate, gran parte di ciò che si conosce su Socrate perviene dai dialoghi platonici. Socrate è famoso soprattutto per sua la massima sull’ignoranza,ovvero il primo passo verso la conoscenza è ammettere di non sapere nulla. Platone muove la sua ricerca verso la conoscenza proprio da questo insegnamento socratico.

Innanzitutto bisogna sottolineare che la conoscenza parte dall’anima: l’anima platonica prima di incarnarsi ha potuto apprendere tutte le cose, ma nell’evento traumatico della nascita ha dimenticato tutto. Ciononostante l’immortalità conferisce all’anima la capacità di permanere nella sua identità, ovvero di riuscire a ricordare ciò che ha conosciuto. Il termine immortalità non deve essere inteso in senso etico, ma in senso epistemologico: l’anima non disperde la conoscenza realizzata poiché questa rimane eterna.

 

Perciò l’anima resa ormai mortale può tentare di riacquistare la conoscenza perduta, solo tramite il fenomeno della reminiscenza. In base a questo fenomeno un evento empirico o un oggetto sensibile è capace di scaturire un ricordo stimolando la memoria a ricordare. Da questo momento in poi l’anima, attraverso la ricerca, deve di incentivare la memoria a ricordare sempre di più.

Il riaffiorare della memoria è dettato anche dal fatto che nell’anima permane sempre una conoscenza, o meglio una doxa: l’individuo possiede sempre un’opinione di un oggetto, sebbene questa posso essere falsa, ma resta pur sempre un’informazione che si possiede.

Barbara Butucea

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: