Il Superuovo

Una mancata fiducia di base causa la crescita di mammoni come in “Benvenuti al Sud”

Una mancata fiducia di base causa la crescita di mammoni come in “Benvenuti al Sud”

“Benvenuti al Sud” cerca di superare in chiave comica gli stereotipi esistenti in Italia, fra settentrionali e meridionali, tra questi il mammone.

Il mammone paradossalmente, è il frutto di un attaccamento insicuro con la madre. Per il nostro pensiero comune, i mammoni sono viziati e per questo stanno bene con le proprie mamme. Ma i motivi potrebbero anche essere altri, come ad esempio non aver acquisito una buona sicurezza in sé stessi e nel Mondo.

I mammoni

Nel film “Benvenuti al Sud” si raccontano in chiave comica i vari stereotipi italiani, da Sud a Nord, anche attraverso i caratteri dei personaggi principali. Per l’appunto, Alberto Colombo (interpretato da Claudio Bisio) è il direttore di una banca a Brianza e invece di avere un trasferimento a Milano, viene costretto a trasferirsi al Sud. Sì, costretto, in quanto si trasferisce con un bagaglio di cattivi pregiudizi sul Meridione, che poi riconsidererà. Quest’ultimo stringerà amicizia con Mattia Volpe (interpretato da Alessandro Siani), dopo alcune incomprensioni, e Alberto lo aiuterà anche a riconquistare una sua collega e a staccarsi definitivamente dalla invadente mamma. Ma quindi Mattia Volpe è un mammone?

Con questo termine si definiscono coloro (perlopiù uomini) che anche dopo aver superato di gran lunga la maggiore età, preferiscono rimanere tra le sicure pareti della casa materna. Ad oggi sembrerebbero molti, ma potrebbero essere ragazzi che stanno finendo i loro percorsi di studio o sono in attesa per un posto di lavoro sicuro, ma non è di questi che dobbiamo parlare. I mammoni sono coloro che hanno sviluppato un’insicurezza tale da non farli spostare dal loro nido; spesso incapaci di prendere delle decisioni per loro stessi se non sotto consiglio della madre; oppure non hanno il coraggio di lasciare la casa in cui sono cresciuti per imbattersi in qualcosa di nuovo, come ad esempio cambiare Paese, o addirittura crearsi una famiglia propria. Tutte queste insicurezze da dove provengono e come si sono sviluppate? Di certo sono il frutto di tanti fattori, che possono essere ambientali o biologici, ma dipende soprattutto dalle esperienze che ognuno ha vissuto e dal modo in cui è stato educato. Può sembrare esagerato, ma la sicurezza di ognuno di noi, in parte, è influenzata dal primo legame affettivo che viene instaurato, ed è quello con le mamme nel primo anno di vita. Dunque, parliamo di attaccamento.

L’attaccamento

L’attaccamento è il primo rapporto che si instaura tra madre (o caregiver) e figlio, dal quale dipendono poi tutti i legami affettivi che quest’ultimo stringerà con i pari.

In base a ciò, quindi l’attaccamento può essere:

Sicuro, quando una mamma è sensibile e responsiva, soddisfa i bisogni del bambino tempestivamente, trasmettendo serenità, che nel bambino si sviluppa poi col tempo in coraggio nell’affrontare il distacco dalla madre e sicurezza nell’esplorazione del mondo; paradossalmente quindi, il bambino che instaura un attaccamento sicuro con la madre, tenderà ad allontanarsi da essa, con la tranquillità di poter affrontare i problemi e i cambiamenti.

Insicuro-evitante, si sviluppa quando una mamma evita il rapporto fisico con il bambino, privandolo di quello che è il suo bisogno primario nei primi giorni di vita, cioè il contatto. Dunque, questa distanza affettiva crea una certa insicurezza nel bambino che non permette di instaurare quella che è la fiducia di base. L’insicurezza quindi, sarà la stessa che proverà nei suoi confronti e in quella del Mondo, facendo difficoltà ad esprimere le proprie emozioni, chiudendosi in sé stesso come meccanismo di difesa, nella consapevolezza che nessuno potrà mai aver cura di lui, come non l’ha avuto la madre in modo adeguato nei suoi confronti.

Attaccamento insicuro-ambivalente, la mamma in modo altalenante a volte risponde ai bisogni del bambino tempestivamente, a volte non risponde in modo adeguato, a volte anticipa la risposta o la nega completamente; tutta questa confusione viene trasmessa al bambino, causandoli scatti d’ira, come pianti incontrollati. Questo perché la madre con l’imprevedibilità dei suoi gesti crea ansia nel bambino per quello che potrebbe succedere o no. Ciò si sviluppa in insicurezza e mancanza di fiducia nel prossimo, in quanto si instaura il pensiero di non potersi fidare degli altri perché imprevedibili anch’essi.

Anche se insicuro, il bambino instaura comunque un attaccamento e non può fare a meno di affezionarsi al genitore, nonostante non abbia rispettato e soddisfatto i suoi bisogni. Ma l’insicurezza trasmessa, crescendo, si svilupperà in mancanza di fiducia in sé stesso e negli altri, abbandonandosi completamente alle decisioni della madre. I mammoni quindi, paradossalmente sono coloro che hanno paura di allontanarsi dalla madre, ma che hanno instaurato inizialmente un rapporto insicuro.

La costruzione della fiducia di base

L’attaccamento quindi dipende dalla fiducia di base, che è quella instaurata con la mamma. Ma come succede? Soddisfacendo i bisogni del bambino in modo tempestivo, prendendosi cura di lui. È importante soddisfare i bisogni nel momento esatto in cui vengono richiesti: non dopo, perché imparerebbe che nessuno si prende cura di lui; non prima, perché altrimenti crescerebbe con l’immaturità di non chiedere nulla e di avere “la pappa pronta” a prescindere, crescendo così un adulto viziato; ma aspettando che il bisogno venga richiesto, così che possa apprendere come esprimere i propri bisogni. Ricapitolando la fiducia di base si costruisce attraverso degli apprendimenti da parte del bambino, vediamo quali sono, prendendo come esempio il bisogno di cibo.

Identificazione del bisogno: il bambino in questa fase impara che, quando prova alcune sensazioni, e mostra dei segnali, viene soddisfatto con il cibo, che è proprio quello di cui aveva bisogno. Dunque, apprende che quello che sente è il bisogno di cibo. Ma se non viene soddisfatto con quello, ma con altro, il bambino confonderà il suo bisogno con la risposta.

Linguaggio del bisogno: in questa fase, invece, collega il linguaggio verbale della mamma al suo bisogno. Nel momento in cui la mamma avverte nel bambino il bisogno di cibo e lo soddisfa accompagnando il gesto alle parole come “latte”, “pappa”, il bambino le immagazzinerà già a 5-7 mesi. Perciò apprende che il suo bisogno ha un nome. Se la mamma non usa i vocaboli, il bambino non saprà che bisogni ha.

Auto-efficacia comunicativa: il bambino impara che quando manda un segnale, riceve proprio quello di cui aveva bisogno, quindi vuol dire che è stato efficace ed è stato bravo ad esprimerlo. Ma se non si agisce ai primi segnali e si aspetta che il bambino pianga per intendere che ha fame, esso apprenderà che solo con il pianto può ottenere ciò che vuole perché “questo è il metodo efficace che mi hanno insegnato”, crescendo così bambini che da più grandi chiederanno le cose ed esprimeranno i loro bisogni ed emozioni con l’arroganza.

“Non sono solo”: questa è l’ultimo livello di apprendimento in cui il bambino impara che, quando ha fame, il suo bisogno viene soddisfatto, quindi c’è qualcuno che si prende cura di lui, che non lo lascia da solo a piangere. Ecco che nasce la fiducia di base: “mi fido di chi si è preso cura di me, mi fido anche della società”. Il bambino, l’adulto del domani, cresce con la consapevolezza che, il Mondo non è cattivo, che fuori ci sono dei pericoli ma che si possono affrontare serenamente, che il cambiamento fa paura ma ho la sicurezza giusta per affrontarli.

Una buona fiducia di base produce una buona relazione di attaccamento e il bambino tenderà ad allontanarsi. Il contrario, paradossalmente, crea adulti senza autostima, dipendenti dal genitore, i mammoni.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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