Un poeta maledetto, un anno, tre scritti diversi: ricordiamo Arthur Rimbaud

Nella ricorrenza dei 130 anni dalla sua morte, ricordiamo il poeta maledetto Arthur Rimbaud mediante tre scritti diversi dello stesso anno.

Charleville, 1854: la nascita di Arthur Rimbaud è segnata da una madre rigida e possessiva che lo porta a fuggire da casa a soli sedici anni. Il poeta si reca così a Parigi, dove partecipa alla rivolta della Comune e conosce l’anno dopo un altro poeta che come lui è destinato a finire sui nostri libri di scuola: Paul Verlaine. I due iniziano una relazione che desterà un certo scalpore nella società parigina, in pochi anni ma intensi. Durante l’apice di un litigio per gelosia, poi, Verlaine ferirà Rimbaud con un colpo di pistola, che sebbene non sarà fatale per il poeta lo sarà per quella relazione. Arthur Rimbaud tornerà alla fattoria di famiglia e scriverà per qualche anno prima di abbandonare la scrittura. In Africa farà l’esploratore e il trafficante d’armi. Costretto a tornare in Francia per un tumore al ginocchio destro, morirà poi nel 1891. Nell’anniversario della sua morte, oggi, ricordiamo tre dei suoi scritti:

1- Lettera al veggente

Il 15 maggio del 1871, una lettera all’amico Demeny è per Rimbaud motivo per un’accurata riflessione sulla poesia. Il poeta, afferma, deve farsi veggente: la lingua può così diventare uno strumento per cambiare una vita intera.

Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente.
Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi. Tutte le
forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non con-
servarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale egli ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale egli diventa il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto,
– e il sommo Sapiente!3 – Egli giunge infatti all’ignoto! Poiché ha coltivato la sua anima, già ricca, più
di qualsiasi altro! Egli giunge all’ignoto, e quand’anche, smarrito, finisse col perdere l’intelligenza del-
le proprie visioni, le avrà pur viste!

2 – Il battello ebbro

Siamo ancora nel 1871 quando Rimbaud compone “Il battello ebbro”, destinato a diventare per la critica una chiave di comprensione per la lettera del veggente. Il racconto di un viaggio alla deriva di un battello diventa la metafora dell’avventura del poeta, che gettato nella vita tenta di comprenderne il mistero:

“[…] Appena presi a scendere lungo i Fiumi impassibili,
Mi accorsi che i bardotti non mi guidavan più:
Ignudi ed inchiodati ai pali variopinti,
I Pellirosse striduli li avevan bersagliati.

Non mi curavo più di avere un equipaggio,
Col mio grano fiammingo, col mio cotone inglese.
Quando assieme ai bardotti si spensero i clamori,
I Fiumi mi lasciarono scender liberamente.

Dentro lo sciabordare aspro delle maree,
L’altro inverno, più sordo di una mente infantile,
Io corsi! E le Penisole strappate dagli ormeggi
Non subirono mai sconquasso più trionfante.

La tempesta ha sorriso ai miei risvegli in mare.
Più lieve di un turacciolo ho danzato sui flutti
Che eternamente spingono i corpi delle vittime.
Dieci notti, e irridevo l’occhio insulso dei fari! […]

3 – Vocali

È ancora il 1871, e in un apparentemente semplice sonetto Arthur Rimbaud parte dalla teoria delle analogie di Charles Baudelaire per superarla. Se per Baudelaire i simboli derivano dal significato, in “Vocali“, Rimbaud afferma che è il suono stesso delle parole a poter fornire una serie di suggestioni. Nella poesia, pertanto, la parola è la prima protagonista.

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno le vostre nascite latenti:
A, nero corsetto villoso di mosche splendenti
Che ronzano intorno a crudeli fetori,

Golfi d’ombra; E, candori di vapori e tende,
Lance di fieri ghiacciai, bianchi re, brividi d’umbelle;
I, porpora, sangue sputato, risata di belle labbra
Nella collera o nelle ubriachezze penitenti;

U, cicli, vibrazioni divine dei verdi mari,
Pace di pascoli seminati d’animali, pace di rughe
Che l’alchimia imprime nelle ampie fronti studiose;

O, suprema Tromba piena di strani stridori,
Silenzi attraversati da Angeli e Mondi:
– O l’Omega, raggio viola dei suoi Occhi!

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