Un nuuovo modo di fare scienza: non più solo numeri, ma assieme alle persone

Un nuuovo modo di fare scienza: non più solo numeri, ma assieme alle persone

7 Ottobre 2018 0 Di Francesco Rossi

Secondo l’opinione di alcuni, la scienza è qualcosa di molto complicato condotto da persone strane che indossano un camicie in chiusi laboratori. Nulla di tutto questo, di per sè, è errato, ma si riferisce ad una parte, in misura differente a seconda del tipo di ricerca che si sta conducendo, del lavoro vero e proprio.

Studi sulle popolazioni

Molti studi sulle popolazioni, ad esempio, richiedono l’analisi di gruppi di soggetti per verificare una o più ipotesi. Questi soggetti, variabilmente, possono essere dei batteri, dei topolini, ma anche degli esseri umani. Del resto la scienza ha, come primo obiettivo, quello di rendere un servizio all’uomo, e ciò non deve essere mai dimenticato. Il fatto che la concezione del lavoro del ricercatore sia per tanti così limitata e distaccata, però, deve far riflettere. Proprio per questo, per quanto possa sembrare irrilevante, il cambiamento da parte di alcuni gruppi nel modo di affrontare i propri esperimenti può in realtà essere di grande aiuto ed ispirazione.

Un approccio basato sulla comunità

Un recente articolo apparso sulla rivista Nature, infatti, ha riportato l’attenzione sul lato più umano degli studi sulle popolazioni. Perchè mai, infatti, ricerche sulla dieta di una specifica tribù di Nativi Americani (nella Osage Nation, lavoro della dott.ssa Jernigan) dovrebbero essere condotte alla stessa maniera di quelli su topi? Troppo spesso, quando ci si cala nel ruolo dello scienziato, si entra in uno stato in cui le emozioni vengono lasciate da parte. La dottoressa, infatti, non è stata l’ideatrice del progetto in questione, quanto piuttosto un membro stesso della tribù, che da ragazzo cominciò a notare che la dieta della sua gente stava mutando. Diventato una figura importante della comunità ha cercato di far riprendere il controllo su quanto la popolazione mangiasse, in modo da poter ricondurre tutti ad una dieta più sana.

Il ruolo dello scienziato

A questo punto, entra in gioco la dott.ssa Jernigan. A differenza del passato, in cui spesso l’unico ruolo per le persone della comunità oggetto di studio era quello di fornire campioni di sangue e rispondere a qualche domanda circa le proprie abitudini, in questo caso sono state le stesse persone coinvolte a contribuire. La ricerca, infatti, è stata condotta di comune accordo, interagendo e vivendo anche per qualche periodo in sintonia. “Perchè, spiega sempre la dottoressa, nel passato gli individui della tribù non vedevano i risultati della scienza, non ne erano parte”, si sentivano semplicemente delle cavie, come i batteri o i topolini. Ed è proprio qui che il mondo scientifico deve mostrare un’inversione di tendenza, di modo che la gente possa, nei limiti del possibile naturalmente, con facilità maggiore o minore a seconda del tipo di studio, percepire gli effetti del lavoro.

Verso il futuro

Fortunatamente, la dott.ssa Jernigan non è l’unica. Come lei altri gruppi hanno capito l’importanza di un nuovo approccio, e questo fatto provocherà delle conseguenze nel futuro modo di fare ricerca e, questa sarebbe la speranza, anche nel modo in cui la stessa ricerca viene percepita.