“Sostanzialmente”, “e così via”, “morale della favola”: a chi non è mai capitato di usare uno di questi intercalari tra una frase e l’altra?

Gli intercalari sono espressioni verbali che inseriamo, in modo abbastanza inconsapevole, nei nostri discorsi. Hanno una qualche utilità? Apparentemente no ma noi siamo qui per andare oltre le apparenze, quindi scopriamo insieme perché li usiamo.
Origine e natura degli intercalari
Siete in un bar con un vostro amico che, tra un sorso di birra e l’altro, vi sta raccontando una disavventura vissuta da poco: “E niente… il tizio dietro di me mi ha tamponato… e niente… ora ho un braccio fratturato… e niente… adesso devo spendere mille euro per riparare l’auto… e niente”. Al che voi pensate “E dice niente? Pensa se fosse successo qualcosa!”. Ma non glielo dite perché già sta per i fatti suoi, al massimo gli firmate il gesso con “e niente”.
In effetti, quel “niente” non significa più nulla perché è diventato un semplice intercalare, un’espressione che ha perso il proprio significato diventando una pura emissione di voce. Si tratta di un appoggio del pensiero, di un momento per prendere fiato e tempo, evitando vuoti di silenzio e d’esitazione.
L’intercalare si acquisisce e si usa inconsapevolmente, fin quando qualcuno ci fa notare che ripetiamo in continuazione la stessa espressione. Ma c’è di più: l’intercalare può essere contagioso. Lo si può acquisire in famiglia, a scuola, tra amici o attraverso i media. Negli anni ’80 l’intercalare “cioè” è diventato il titolo di uno dei settimanali più in voga tra gli adolescenti, fate vobis.

Risvolti psicologici
Di solito gli intercalari si acquisiscono in giovane età, tramite le persone con cui si è a più stretto contatto, come amici e familiari. Anche le persone che più ammiriamo e che prendiamo ad esempio possono essere ottimi trasmettitori.
A livello psicologico, alcune ricerche hanno provato a dare un’interpretazione ad alcuni intercalari di uso comune:
- Non è vero? – Si usa per ricercare consenso nell’altra persona
- Ovvero – Timore di non essere capiti
- Piaccia o non piaccia – Sfida a un uditorio che si ritiene ostile
- Sostanzialmente, praticamente, naturalmente – Non aggiungono nulla al discorso, denotano solo difficoltà nell’esprimere ciò che si pensa e servono a prendere tempo e concentrarsi
- E così via, e via dicendo – Inclinazione a bluffare, a mostrare di avere un tal numero di argomentazioni che non vale la pena esprimerle
- Morale della favola – Desiderio di presentare la propria verità come indiscutibile
- Qui lo dico e qui lo nego – Tipico dei venditori di mercato, si usa per stupire l’interlocutore
- Dico io, siamo seri – Assunzione di una posizione di superiorità rispetto all’uditorio
- Diciamo – Preoccupazione di non trovare consenso

Intercalari e personaggi storici
Risvolti psicologici o meno, nessuno è immune dall’uso degli intercalari. Essi esistono in ogni lingua e dialetto, anche in greco. Ce lo dimostra Diogene Laerzio, il quale affermò che Arcesilao soleva ripetere in continuazione “femi egò” (dico io). Era uno tosto Arcesilao.
Napoleone, quando parlava concitatamente, diceva spesso “ouf!”. Che simpaticone.
Bellinzaghi, sindaco di Milano, era addirittura soprannominato “adess disi” (ora dico) in onore del suo intercalare preferito.
Vittorio Emanuele II amava ripetere continuamente il piemontese “che rie” (che ridere). Beato lui.
Nella narrativa e nel teatro è frequente la caratterizzazione dei personaggi grazie a uno specifico intercalare. E’ il caso di Don Abbondio che ripete sempre “per l’amor del cielo!”. Goldoni nei “Rusteghi” dota mamma Margherita di un continuo “figurararse!”. L’intercalare “perbacco!” ha contribuito a rendere immortale il principe della risata, Totò.
Infine, è d’obbligo menzionare chi dell’intercalare ne ha fatto una vera e propria arte: Massimo Troisi. A questo proposito Benigni scrive:
“La gioia di bagnarsi in quel diluvio
di jamm, o’ saccio, ‘naggia, oilloc, azz!;
era come parlare col Vesuvio, era come ascoltare del buon Jazz.”
C’è chi afferma che, per una comunicazione efficace, bisogna cercare di limitare gli intercalari. Ma gli intercalari fanno parte del nostro modo di esprimerci e, insieme ad altre caratteristiche, ci rendono unici. Saranno pure superflui, ma qualcuno ha detto che nulla è più necessario del superfluo.
E niente.
