Veto di Trump agli studenti stranieri, il docente italiano esprime come Harvard non potrebbe essere Harvard senza di loro.

Francesco Erspamer insegna da vent’anni ad Harvard: è professore di studi romanzi nel dipartimento di Filologia romanza della prestigiosa università di Boston.
Cosa sta succedendo?
l taglio dei fondi federali ad Harvard era una minaccia relativa per una delle università più ricche del mondo, ma il divieto di permanenza degli stranieri deciso il 22 maggio dall’amministrazione Trump è un attacco frontale. Per una ragione: “Harvard non potrebbe essere Harvard senza gli studenti internazionali”. Francesco Erspamer, nato e cresciuto in Italia, professore di studi romanzi e direttore del programma italiano nel dipartimento di Filologia romanza della prestigiosa università di Boston. “Espellere chi non è statunitense significa colpire al cuore il sistema educativo americano”, dice il docente. In quell’ateneo Erspamer insegna da vent’anni e quando è arrivata la notizia dell’ennesima provocazione del presidente degli Stati Uniti si trovava in Italia per la pausa primaverile. Lui stesso dirige ogni anno una summer school di Harvard con cui porta allievi da tutto il mondo in Italia, tra Torino, Trento e Siena, per tre settimane. Quest’anno la partenza è prevista per metà giugno ma non è ancora chiaro se subirà variazioni a causa della guerra in corso tra l’istituto e il governo.

Come gestire la situazione?
Negli Stati Uniti, il Primo Emendamento della Costituzione tutela la libertà di espressione, inclusa quella politica e di protesta. Tuttavia, questa protezione si applica principalmente contro limitazioni imposte dal governo e non si estende automaticamente alle istituzioni private come Harvard. Le università private hanno maggiore autonomia nel disciplinare comportamenti e dichiarazioni degli studenti, purché rispettino i loro regolamenti interni e i diritti contrattuali. L’intervento politico di figure come Donald Trump, sebbene non vincolante, può alimentare un clima di pressione che solleva interrogativi sul rispetto della libertà accademica e del pluralismo democratico. La Costituzione non vieta a Trump di esprimere opinioni o fare appelli pubblici, ma azioni coercitive da parte del governo per punire il dissenso in ambienti educativi sarebbero potenzialmente incostituzionali.

Le leggi razziali
Il sostegno espresso da Donald Trump all’espulsione di studenti universitari per motivi ideologici o politici richiama alla memoria meccanismi di esclusione e discriminazione già visti nella storia, come nel caso delle leggi razziali italiane del 1938. Sebbene il contesto sia diverso — in un caso si tratta di pressioni politiche in un Paese democratico, nell’altro di norme di Stato in un regime totalitario — entrambi i fenomeni sollevano una questione centrale: l’uso del potere per definire chi è “degno” di appartenere a una comunità educativa o nazionale. Le leggi razziali colpivano studenti e docenti ebrei in base alla loro identità, escludendoli sistematicamente dalle scuole e dalle università. Oggi, l’espulsione di studenti per le loro opinioni su conflitti internazionali rischia di riattivare dinamiche simili di discriminazione ideologica, dove il dissenso viene trattato non come parte della vita democratica, ma come un pericolo da estirpare. Questo parallelismo non intende equiparare la gravità storica dei due eventi, ma evidenziare il rischio insidioso che ogni esclusione sistematica e arbitraria, quando legittimata dal potere, rappresenta per i principi fondamentali di giustizia, uguaglianza e libertà.