Tra imenoplastiche e «balli della purezza» mettiamo il punto sull’ossessione della verginità femminile

Il concetto di ‘purezza femminile’ da mantenere prima del matrimonio permane alla base di innumerevoli culture e religioni nel mondo. Scopriamo cosa si cela dietro questo costrutto sociale.

Schema esemplificativo dell’organo riproduttivo femminile. (pazienti.it)

Il fanatismo celato dietro la verginità femminile ha portato alcune donne già attive sessualmente ad usufruire del business dell’imenoplastica, mentre altre, indubbiamente meno libere d’amministrare il loro corpo a loro piacimento, ad essere messe alla gogna familiare con la pratica dell’esibizione delle lenzuola insanguinate in seguito al primo coito. Ma perché tutto sto atavico interesse per una parte anatomicamente insignificante? (Dai, una vagina non misurerà manco una spanna; è strano, no?)

I TEST DELLA PUREZZA

Il famigerato “test di verginità” altro non è se non una pratica storicamente becera, clinicamente poco attendibile, e per giunta dichiarata disumana dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e l’ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile. Per dirla con le parole dell’autrice e docente universitaria britannica Kate Lister:

Si può dire se uno ha fatto sesso guardando tra le sue gambe, quanto si può dire se uno è vegetariano guardando il suo ombelico.

Nonostante ciò, la verginità femminile (sì, perché di quella maschile se ne sbattono un po’ tutti) rimane ancora piuttosto bramata in giro per il globo terrestre. Vien da sé che le più disparate pratiche hanno preso piede con lo scopo di dimostrare la purezza sessuale della fanciulla di turno.

(comodo.it)

CONSEGUENZE DEI TEST DELLA PUREZZA

Uno dei “test” più utilizzati ancora oggi è quello delle «due dita», con le quali si dovrebbe (in teoria, per non so quale logica empirica, boh) attestare la strettezza del canale vaginale. Questa usanza immonda va ancora alla grande in paesi tra cui Egitto, India, Indonesia, Sri Lanka, Nepal, Bangladesh, Turchia, Uganda, Sudan, Iran, e Marocco, che ovviamente non si risparmiano nemmeno dall’avvalersi di operazioni di mutilazione genitale femminile per preservare la castità della ragazza fino al suo accasamento. “In molti di questi paesi, la mutilazione genitale femminile è vista come un prerequisito per il matrimonio, e il matrimonio è vitale per la sopravvivenza sociale ed economica di una donna. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che, su scala globale, duecento milioni di ragazze siano state sottoposte a mutilazione genitale” (1).

Purtroppo per noi boriosi occidentali, carognate di questo genere accadono anche nella nostra fetta di mondo, sicuramente più democratica, ma non a tal punto da essere ancora totalmente libera dal double standard (per un approfondimento sul tema cfr. https://site.unibo.it/canadausa/it/articoli/double-standard-cosa-e-e-perche-combatterlo).

YOU GOOD UNCLE SAM?

In merito a quanto appena detto, occorre soffermarci sull’assoluta bizzarria dei «balli della purezza» americani, durante i quali figlie adolescenti promettono ai rispettivi padri di non cedere alle tentazioni della carne, rimanendo vergini fino al matrimonio. Dal canto loro, i padri, che devono presenziare alla cerimonia, faranno da “guardiano” (una retorica molto da film fantascientifico) alla castità delle ragazze, probabilmente con un semiautomatico AR-15 o giù di lì. L’ossessione dello stato virginale della propria prole è piuttosto in voga sia in stati attualmente democratici, come l’Arizona e il Colorado, che in stati repubblicani, come la Louisiana. Questo rito anacronisticamente cringe è stato catturato dal fotografo svedese David Magnusson in una serie di scatti patinati da un nonsoché di niveo e triste che v’invito a cercare.

Il chiodo fisso dell’imene lacerato non rappresenta però solamente una situazione corporea da scongiurare, bensì una vero e proprio retaggio capace d’aver convinto intere culture che fare sesso comporti immancabilmente una compromissione dello spirito tale per cui non si sarà mai più uguali. Da un punto di vista linguistico infatti, la verginità si “perde” o si può “dare,” come una sorta di transazione metaforica dopo la quale saremo a corto di qualcosa.

CONCLUSIONI POCO CONCLUSIVE

Quanto soprammenzionato ha enormemente contribuito alla genesi di nuove pratiche vaginocentriche come, per esempio, il ringiovanimento vaginale, promosso da Maeva Ghennam nel 2021. Nel difendere le sue convinzioni, l’influencer ha ricordato al pubblico dell’etere che avere poca esperienza sessuale è ancora preferibile per una donna, sia per motivi anatomici che morali.

A conti fatti però, come ha scritto la giornalista Maïa Mazaurette su Le Monde, nel mondo occidentale “non possiamo lamentarci troppo: la pressione è ancora ragionevole, specie se paragonata a quella che c’è altrove, e che talvolta assume la forma di un vero e proprio terrore. In paesi meno privilegiati le donne ricostruiscono chirurgicamente l’imene, si nascondono nella vagina capsule piene di colorante rosso per “sanguinare” a richiesta (40 centesimi l’una su Alibaba), o bevono intrugli a base di chiodo di garofano per restringere la vagina (alcune influencer senegalesi spiegano il tutto su YouTube) (2).

Che fare quindi? Non ne sono certa. Continuare a parlarne, probabilmente. Promuovere l’informazione scientifica necessaria alla comprensione del corpo femminile che esula dalla mistificazione dello stesso, sicuramente.

 

 

 

 

 

(1) https://www.theitalianreview.com/storia-del-test-di-verginita/

(2) https://www.internazionale.it/opinione/maia-mazaurette/2024/02/26/ossessione-verginita

 

 

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