Nonostante i tanti slittamenti della data di lancio, la NASA ha ha programmato per il 30 marzo 2021 la data di lancio del telescopio spaziale James Webb, il successore di Hubble, progettato accuratamente per scovare segni di vita sui pianeti esterni al Sistema Solare e riuscire a vedere la nascita delle prime stelle e delle prime galassie. Il progetto ingegneristico a cui gli scienziati sono stati sottoposti è enorme, ma i possibili risultati ottenuti potrebbero dare una mole non indifferente di risposte.

 

Il telescopio Hubble

Sono trascorsi 28 anni da quando, il 24 aprile 1990, il telescopio spaziale Hubble veniva portato in orbita con lo Space Shuttle Discovery. Una volta in orbita, un difetto nello specchio del telescopio impedì di ottenere le immagini definite che gli scienziati avevano sperato. Il 2 dicembre 1993, un’equipaggio dello Shuttle installò su Hubble un dispositivo di correzione che finalmente permise di ottenere bellissime immagini.  Da allora, le osservazioni effettuate grazie a questo strumento da 2,4 metri di diametro hanno cambiato numerose idee che avevamo riguardo l’evoluzione del cosmo. Adesso dopo 28 anni di onorato servizio lascerà spazio ad uno dei progetti ingegneristici più complessi mai effettuati dall’uomo, il telescopio spaziale James Webb.

 

Il James Webb

Un progetto considerato “too big to fail” ha impegnato tantissimi ricercatori nella sua realizzazione. I continui ritardi del lancio sono dovuti dal fatto che questo telescopio si troverà ad una distanza troppo grande per essere raggiunta da degli astronauti affinché riparino i possibili guasti (come accaduto per l’Hubble). Lo specchio del telescopio James Webb ha un diametro di 6,5 metri (quello di Hubble è di 2,4 metri). Potrà raccogliere molta più luce di Hubble e osservare anche oggetti nati poco dopo il Big Bang. Gli astronomi sperano proprio in questo: vedere e studiare quello che c’era appena 150 milioni di anni dopo la nascita dell’Universo, un “momento” di cui non conosciamo nulla, se non da un punto di vista teorico. Per osservare quegli oggetti il telescopio scandaglierà nell’infrarosso, perché la luce prodotta da quelle antiche stelle è stata “stirata” nel tempo a causa del loro allontanamento e oggi si possono appunto scoprire solamente nell’infrarosso, lunghezza d’onda ottimale anche per lo studio dei pianeti extrasolari. Per lavorare nell’infrarosso, però, il telescopio dovrà essere molto freddo e perciò, nello spazio, dispiegherà un ombrello gigante, grande quanto un campo da tennis, per proteggersi dalle radiazioni solari.

https://www.jwst.nasa.gov/

 

 

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