Quando si parla di scienza sembra che tutto debba procedere in linea retta, che tutto sia già deciso e che ogni interpretazione alternativa sia quasi sempre priva di significato. Quella di P. K. Feyerabend è una voce fuori dal coro. Una visione alternativa della scienza. Un pensiero che contrasta nettamente con il positivismo oggi dominante, un’analisi che mette in evidenza i lati “umani” della scienza e dello scienziato. Nel 1975 uscì il suo saggio intitolato Contro il metodo, dove il filosofo cerca di esprimere un concetto fondamentale. È, ovviamente, importante la conoscenza che abbiamo sul mondo e tutti i criteri scientifici fondamentali, dalla validità alla sperimentabilità, ma tutto parte da un motore anarchico. Le idee scientifiche possono emergere da una sorgente emotiva, distante dalla ragione. È un attacco al razionalismo. Non esistono solo le ipotesi che ci fornisce il metodo scientifico, dedotte logicamente, anche i nostri demoni e le nostre fragilità hanno un ruolo nella scienza. Una frase sintetizza bene il pensiero dell’autore: «La scienza è un’impresa essenzialmente anarchica: l’anarchismo teorico è più umanitario e più aperto al progresso che non le sue alternative fondate sulla legge e sull’ordine». In sostanza, quando si parla di scienza, secondo P. K. Feyerabend, il dogmatismo non deve intervenire.

Qualsiasi cosa può andar bene

L’imposizione di un metodo non aiuta lo scorrere delle idee. Chi l’ha detto che un’ipotesi “stupida”, che non troverà sicuramente riscontro nella fase sperimentale, non potrebbe rivelarsi utile e farci fare un passo ulteriore? Perché non può avere la forza di aiutare il progresso? Chi ha stabilito che non è vero che «qualsiasi cosa può andar bene», parlando di scienza? Niente è scontato. Tutto deve essere messo sotto esame. La storia della scienza deve andare avanti esclusivamente per mezzo della massima libertà di pensiero e di metodo, le restrizioni sono inutili, e forse dannose. Gli stessi scienziati, secondo il filosofo, si trovano avvantaggiati lavorando in un ambiente dove non esiste nessuna autorità. Compresa quella della ragione. Cosa c’è di male nel credere che uno scienziato sia arrivato a fare una scoperta, o abbia maturato un’importante convinzione, spinto da qualche desiderio di dubbia natura? Quello che si vuole sottolineare con quest’iperbole è quello che l’autore cerca di trasmettere: nello studio del mondo noi siamo pressati da motivazioni che non hanno niente a che fare con la verificabilità, e che non sono oggettivabili. Le emozioni giocano un ruolo fondamentale.

scienza

Il filosofo è consapevole che il metodo scientifico è uno dei traguardi più significativi mai raggiunti dall’uomo. Secondo Feyerabend è, tuttavia, restrittivo. Sa ancora di positivismo. L’atteggiamento più corretto, nei confronti della scienza, ribadisco, è quello anarchico. Quello che viene messo in evidenza dal suo principio più significativo: «qualsiasi cosa può andar bene».

Un po’ di “leggerezza” scientifica

Suona tutto molto utopico, e si intuisce un leggero tono provocativo. Feyerabend vuole curare una miopia di cui soffrono, secondo lui, numerosi filosofi. Sembra che non ci si renda conto del fatto che gli scienziati non costruiscono una regola per poi pretendere che venga sempre seguita. La domanda: “e se le cose non stessero così come ci vengono descritte?” sembra quasi essere illecita nel mondo scientifico contemporaneo. Per dirla con un po’ di romanticismo si può tranquillamente affermare che alla scienza, oggi, manca un po’ di poesia.