Steve Jobs ci insegna: stop agli stereotipi e investiamo su di noi

Asilo, scuola elementare, scuola media, scuola superiore, università…

 

La maggior parte dei ragazzi ha un profilo scolastico preimpostato. Quante aspettative sulla scuola, quante aspettative sull’università, o quantomeno, quante aspettative riguardo la linearità del percorso formativo. Certamente, la scuola ci permette di maturare, di instaurare proattività nei confronti del mondo che si dovrà affrontare, ma non bisogna considerla come uno scudo protettivo da tutto ciò.

I preconcetti che ci accompagnano quotidianamente riguardo l’università

Soprattutto all’università, emerge spesso quest’aria di costrizione, eppure apparentemente nessuno è obbligato ad iscriversi. Costrizione che deriva da una sopravvalutazione del percorso accademico, come se svolgere l’università piuttosto che mettersi subito in gioco nel campo lavorativo sia ciò che porterà tutti noi alla salvezza. E non sia mai che si cominci l’università per poi capire che non è il percorso adatto… mamma, papà, zii, nonni, vicino di casa, elettricista, gatti, cani, caloriferi, beh avete capito, TUTTI vi diranno: “devi finire l’università perchè così hai qualcosa in mano!”. L’osannazione della laurea distrugge la personalità, spesso avere la laurea è più importante dell’aver individuato ciò che ci corrisponde. Ma così viene meno il significato di formazione.

Il percorso di Steve: dalla promessa infranta alla Apple

Se oggi sono il computer e lo smartphone a essere il migliore amico dell’uomo, molto del merito è suo. Di un californiano geniale e irascibile a cui siamo legati ormai indissolubilmente: Steve Jobs, inventore della Apple. Dopo varie dispute riguardo il luogo di nascita, la biografia ufficiale di Steve svelò che nacque a San Francisco il 24 Febbraio 1955.

La madre biologica era una studentessa universitaria che, temendo di non potergli garantire un futuro dignitoso, lo diede in adozione. «Voleva che fossi affidato ad una coppia di laureati» raccontò Jobs in un discorso. «Quando scoprì che la mia madre adottiva non aveva finito il college, e il marito neppure il liceo, si rifiutò di firmare le carte. Finché non le garantirono che sarei andato all’università». E così avvenne, nel 1972 Steve Jobs si iscrisse all’università, al Reed College, in Oregon. Ben presto, però, capì che quei corsi non erano poi tanto interessanti e che la vita del college era troppo costosa per le casse di famiglia. Così decise di mollare i corsi ufficiali e di seguire solo quelli che gli interessavano, affidandosi a due grandi consiglieri: la curiosità e l’intuizione. Caratteristiche che non solo lo hanno portato ad autorealizzarsi, ma che gli hanno anche consegnato la responsabilità di influenzare enormemente la storia e la cultura dell’uomo.

 

La paura di investire su di sè

La storia di Steve Jobs ci insegna come l’università viene spesso sopravvalutata, per la madre, in effetti, era l’unico elemento che avrebbe condizionato la scelta dei genitori adottivi. La mia generazione è infatti vissuta con questo stereotipo, spesso portandoci a non vederne il vero senso.

E non dico che lo studio, faccia male, anzi! La formazione, se fatta bene, è necessaria per il conseguimento di una maturità personale, di una coscienza che altrimenti sarebbe difficile avere. Ma per formazione non intendo unicamente il percorso scolastico. L’obiettivo dello studio non è la conclusione dello studio stesso, bensì ritrovare la consapevolezza che quello studio è uno strumento per la nostra autorealizzazione. E’ in funzione di questo che l’università può essere considerata restrittiva, perché rivolge l’attenzione ad un obiettivo estraneo a noi, necessario per la compilazione di un curriculum che, dopo gli studi, spesso serve a ben poco.

Viviamo con la necessità di completare gli studi, restiamo all’interno dello stato di confort che l’università stessa ci restituisce, deresponsabilizzati e prosciugati della nostra personalità. Risulta necessario, a parer mio, eliminare quelle paure che ci vincolano a svolgere un percorso unicamente per portarlo a termine, forse conviene più investire su di noi, perchè è la nostra personalità che porteremo all’interno di un contesto lavorativo.

L’università non è poi così facoltativa.

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