La Storia, come non l’avete mai sentita, dell’amministratore delegato italiano più contestato ed acclamato dell’ultimo decennio.

Un viaggio inaspettato

La nostra storia inizia qui, a Cugnoli, un ameno paesino immerso tra i rilievi abruzzesi. La tipica cittadina dove tutti conoscono tutti, dove la vita è una cosa semplice e l’evento più inaspettato è il bar che apre alle sette e trentadue e non alle sette e trenta. La trasposizione letteraria più adatta sarebbe per certo la Contea di Tolkien. Come la regione degli Hobbit, anche Cugnoli ha avuto il suo, anche se forse più cauto, Bilbo Beggins.

Il suo nome corrisponde a Concezio e ci troviamo nei primi anni trenta quando la sua vita prende una via del tutto inaspettata. Il giovane è un Maresciallo dell’Arma e dopo le italiche annessioni avvenute al termine della Grande Guerra con il tratto di Rapallo (1920), riceve una lettera di trasferimento per la nuova penisola adriatica: l’Istria.

Lady in red

Con l’avvento del fascismo, tanto rimpianto da molti negli ultimi tempi, venne inaugurata un politica di italianizzazione nei nuovi territori italici. A partire, per esempio, dalla riforma Gentile del 1923 che tra le tante innovazioni nel sistema scolastico si preoccupò anche di abolire l’insegnamento nelle scuole della lingua croata e slovena. Ciò, nonostante solo poco più della metà della popolazione residente fosse di origine italiane. Vennero poi italianizzati prima i nomi delle città e poi anche i cognomi dei cittadini. Fino ad arrivare, dulcis in fundo, al divieto assoluto di parlare la lingua slava.

Molti, soprattutto antifascisti, ma anche lo stesso prefetto dell’Istria, sollevarono dubbi in merito in quanto pensavano potesse iniziare a diffondersi un senso di vendetta tra la popolazione slava che avrebbe potuto poi infierire successivamente sulla popolazione italiana residente. Diventa quasi inutile dire come questi vennero categorizzati in meno di dieci secondi come i soliti buonisti.

In questo scenario del tutto nuovo che si andava a delineare nacque un ragazza di nome Anna, Anna Zuccon. Figlia del Ventennio, visse e conobbe ciò che fu l’Istria per l’Italia. Sia nel bene che nel male. Perché se agli inizi degli anni ’30 la penisola adriatica era considerata un brillante italiano, solo dieci anni dopo si trasformò in un diamante di sangue.

È il settembre 1943 quando l’Italia, gira le spalle all’Asse per firmare l’armistizio con gli alleati. I territori italo-slavi si trovarono così tra due fuochi. Da una parte si trovarono i tedeschi nazisti che lanciarono l’Operazione Nubifragio al fine di conquistare i sopracitati territori per vendicarsi dei traditori italiani, dall’altra invece si trovarono il futuro Stato comunista jugoslavo e i suoi partigiani che dopo anni di repressioni erano decisi a riprendersi i propri territori. In un modo o in un altro furono gli italiani a pagarne le spese venendo immersi in pozze di sangue dentro le foibe.

Tra le migliaia di vittime di questo eccidio c’era un uomo, un padre di famiglia, il cui nome risponde a Giacomo Zuccon. Sequestrato, trucidato e gettato nelle foibe da i titini come fosse stato carne da macello. Il figlio, Giuseppe, dopo non aver avuto più sue notizie decise di andarlo a cercare, ma cadde sfortunatamente in un rastrellamento da parte dei tedeschi che scambiandolo per un partigiano passarono anche lui per le armi.

In poche settimane una giovane ragazza istriota si ritrovò immersa nel sangue prima del padre, ucciso dai comunisti e poi del fratello, ucciso dai nazisti. Stanca di questa guerra di assoluti dove a rimetterci è chi la vita la vive per gioirne e non per inseguire dei finti ideali tinti di scarlatto, Anna decide di ricominciare e di emigrare ne “Il vero Nord, forte e libero“: il Canada. Lasciando così in Istria la madre e soprattutto la sorella, Maria.

L’amore ai tempi delle foibe

Anna vola via, Maria rimane invece coi piedi bene per terra in Istria. Perché non parte? Ha visto il proprio padre e il proprio fratello scivolare via dalla propria vita per le mani insanguinate di mostri che adesso vogliono la sua di pelle. Perché non vola via? Perché non scappa da tutto questo strazio che è diventata la sua terra natia?

Ebbene, Maria vuole scappare. Nulla la tiene più incollata alla sua casa, nulla che non abbia a che fare con l’amore quantomeno. Maria infatti si è innamorata, si è innamorata di un giovane maresciallo abruzzese in servizio in Istria e ora non vuole più lasciarlo. Il tempo però scorre, e inesorabile diventa la conquista da parte delle milizie jugoslave dell’Istria.

I due giovani decidono allora di comune accordo di andarsene, di scappare dalle atrocità della guerra, di lasciarsi indietro il sangue visto e il dolore provato senza però dimenticarsene mai.

Si rifugiano allora in Abruzzo, a Chieti, presso i familiari di Concezio: la famiglia Marchionne. I due decidono di sposarsi e nel 1952 nasce il loro primo figlio: Sergio. Quattordici anni dopo decidono di emigrare in Ontario dove li aspetta Anna ormai stabilitasi in Canada da anni. Così facendo decidono di ripartire da zero, anzi da uno.

Sergio

Mamma diceva sempre che dalle scarpe di una persona si capiscono tante cose, dove va, cosa fa, dove è stata.

Le scarpe di Sergio ne hanno fatta di strada, già prima di calzare ai suoi piedi. Il giorno in cui le ha indossate per la prima volta, le scarpe erano tutto fuorché pulite o nuove. Sotto la suola c’era un po’ di polvere lasciata da alcune rocce calcaree calpestate anni prima, appena sopra c’era ancora del grasso lasciato da un arrosticino caduto, l’odore ancora non se ne era andato. C’erano delle macchie di sangue evidenti che non sono state smacchiate, si possono poi notare delle cuciture tra la suola e la tela, qualcuno deve averle sistemate dopo aver passato chissà quale avventura, o disgrazia.

Il piccolo Sergio ha iniziato a camminare con queste scarpe e sebbene non sia stato lui a sporcarle o rattopparle, ora quelle storie fanno tanto parte di lui quanto lo sciroppo d’acero scivolatogli addosso a colazione il giorno del suo quindicesimo compleanno.

Le sue scarpe hanno poi iniziato a camminare per i campus universitari, prima tra i libri di filosofiasemplicemente perché sentivo, che in quel momento, era una cosa importante per me.” Passò dopo a studiare legge, diventando avvocato, per poi completare gli studi con un Master in Business Administration (MBA).

Marchionne

Avrei potuto focalizzare la mia concentrazione sulla carriera professionale, avrei potuto parlarti di come dopo aver risollevato in due anni una leader mondiale del proprio settore (SGS Geneve) con 55.000 dipendenti sia stato inserito prima nel CdA di FIAT per poi l’anno dopo venire scelto come A.d. della stessa azienda da Umberto Agnelli sul proprio letto di morte.

©Mauro Scrobogna /LaPresse

Avrei potuto concentrarmi su come abbia rianimato un’azienda sull’orlo del baratro i cui modelli di punta erano Fiat Stilo e Fiat Multipla introducendo prima la nuova 500 e poi in piena crisi, nel 2010, acquisendo Chrysler fondando così FCA. Avrei potuto parlare del successo di Jeep e dell’imponente aumento di fatturato, ma i fatti, come le preterizioni, parlano da sé.

Ho voluto invece raccontarti la storia dell’uomo, le origini, perché son quelle che ne han forgiato il carattere e la persona. Marchionne è spesso stato criticato perché vive in Svizzera non pagando le tasse in Italia, ma poco si parla di quanto tempo passi a Detroit, quanto nella sua casa in Svizzera e soprattutto quanto in giro per il mondo. Nessuno parla mai di come l’Italia rappresenti per Fiat meno del 10% di addetti e fatturato, ma nonostante ciò Marchionne tenga aperti i 5 stabilimenti in Italia.

Nel 2010, in un’intervista da Fazio a “Che tempo che fa“, disse: “Se dovessi togliere la parte italiana dai risultati, la FIAT farebbe di più.” Nonostante questo FIAT è rimasta in Italia, perché il rapporto di Sergio con il Bel Paese va oltre il mero guadagno, è una rapporto sancito dalla storia della propria famiglia, è un rapporto sancito col sangue.

UncleSam