Sense8 è una famosa serie televisiva di Netflix andata in onda dal 5 giugno 2015 fino all’8 giugno 2018, ideata e diretta dalle sorelle Lana e Lilli Wachowski. Oggetto della narrazione sono 8 personaggi provenienti da diverse zone del mondo che un giorno, senza alcuna spiegazione, si ritrovano in grado di condividere emozioni, pensieri, sentimenti e addirittura di visitarsi l’un l’altro senza essere visti da chi non sia come loro o connesso con loro allo stesso modo. Nel corso della serie useranno innumerevoli volte questa capacità: ora per aiutarsi vicendevolmente cercando di fuggire da una misteriosa organizzazione che vuole sbarazzarsi di loro, ora per scambiarsi consigli o per sostenersi in momenti difficili.

Dal punto di vista filosofico, e dell’ontologia sociale (cosa esiste nella società e cosa la fonda) in particolare, è senza alcun dubbio estremamente interessante il collegamento telepatico dei personaggi. Esso ricorda infatti quello che Margaret Gilbert definì come il noi collettivo: un soggetto collettivo che, lungi dall’essere mera somma di individualità, si configura come un nuovo soggetto dotato di sue precise proprietà, in parte condivise con i singoli individui, in parte indipendenti da loro. Questo soggetto plurale non esiste sempre, ma nasce quando due o più persone si prefiggono un obiettivo comune e volontariamente si adoperano affinchè tale obiettivo sia raggiunto insieme. Il legame che si viene a formare fra i partecipanti del gruppo sociale collettivo, quindi, sarebbe fortemente dipendente dalle singole volontà delle individualità singolari e subordinato al reciproco rispetto di condizioni poste ed accettate nel momento dell’esplicitazione degli obiettivi comuni. Si tratta dunque di un vincolo etico (indipendente da qualsiasi sistema giuridico) derivante da un patto sociale volto al raggiungimento di un obiettivo comune, patto che non può essere stretto se non fra due o più individualità, ma che necessariamente deve essere rispettato da tutti gli appartenenti al gruppo in quanto basterebbe che uno solo dei partecipanti venisse meno ai suoi compiti perchè il patto si svuotasse del suo significato, il vincolo si rompesse e l’obiettivo non venisse raggiunto.

Gli otto protagonisti della serie in una foto pubblicitaria. (www.panorama.it)

La Gilbert però non è l’unica voce attiva nel dibattito dell’ontologia sociale. Un altro personaggio che si è occupato di quest’ambito e che vale la pena di citare in questa sede per spiegare meglio i fenomeni della realtà sociale presenti tanto nella serie tv delle Wachowski quanto nella realtà quotidiana è Jhon Searle, filosofo statunitense. Egli, in particolare nella Costruzione della realtà sociale, si occupa delle istituzioni e dei fatti sociali, base, a suo modo di vedere, dell’intera realtà sociale. Ciò che più è interessante in questa sua visione è proprio un’entità (a dire il vero un po’ misteriosa) dalla quale dipenderebbero i fatti sociali (quelli cioè che si differenzierebbero dai fatti della realtà fisica e rientrerebbero nell’ambito sociale) che Searle chiama: intenzionalità collettiva. Entità, questa, che come per la Gilbert non si identifica nella somma delle intenzionalità individuali, ma al contrario con una vera e propria capacità, tipica della nostra specie e di altri animali, di pensarsi al plurale come esseri appartenenti ad un organismo complesso ed articolato. Se fin qui il debito concettuale con la Gilbert è grande, Searle però si spinge oltre andando a formulare un’ipotesi forte attorno alla quale costruisce la sua ontologia: l’intenzionalità collettiva sarebbe un primitivo, ossia un dato non ulteriormente scomponibile con l’analisi, e soprattutto avrebbe origine biologica, affermazione radicale alla quale possiamo dire si sia avvicinato solo Aristotele con la famosa frase all’inizio della Politica: “L’uomo è per natura un animale sociale“. Se per la Gilbert dunque il noi collettivo è dato sì da una disposizione naturale umana, ma raggiunto con sforzo e a volte fatica, per Searle questo è un dato di partenza per natura innato nel nostro cervello e dunque naturalmente conquistabile senza sforzi.

John Searle. (www. lanuovasardegna.it)

Il fatto che l’intenzionalità collettiva non sia riducibile ad una intenzionalità individuale si spiega, per il filosofo, semplicemente osservando che nella visione di una semplice intenzionalità individuale estesa a più individui non ci sia effettivamente nulla di collettivo. In altre parole sarebbe presente l’io, ma mai il noi, condizione necessaria per poter parlare di collettività e di socialità. Alla base dell’intenzionalità collettiva, dunque, non ci sarebbe “una Supermente fluttuante al di sopra delle menti individuali” ma un senso del fare, credere o volere qualcosa insieme e, in questo panorama, ogni individualità sarebbe derivata proprio da un’intenzionalità collettiva.

Se a livello filosofico le affermazioni di Searle possono suscitare perplessità e dibattiti, nel corso delle avvincenti puntate di Sense8 è possibile ritrovare tutto il suo pensiero sull’intenzionalità collettiva. Infatti, dalla facilità con cui i personaggi si collegano l’uno con l’altro al fatto che questo venga spiegato proprio come un fatto biologico evolutivo, dalla condivisione di obiettivi simili all’azione sincronizzata per poterli raggiungere, essa si manifesta nel collegamento telepatico e mai del tutto veramente spiegato e chiarificato che unisce i protagonisti della serie nei quali si può vedere, in ultima analisi, un messaggio delle registe di positività, uguaglianza e amore presente in tutta la serie. Mentre aspettiamo che la medicina o la psicologia confermino o confutino la teoria di Searle, quindi, possiamo metterci comodi e lasciarci appassionare e trasportare dall’India all’Islanda passando per Chicago, il Messico, la Germania, la Corea e l’Africa.

Una delle ultime gioise immagini della serie. (www.serialfreaks.it)

Lorenzo Delpiano

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