Sarà possibile “caricare” il nostro cervello in un robot?

Sarà possibile “caricare” il nostro cervello in un robot?

19 Settembre 2018 Off Di Francesco Rossi

Un cervello come disco rigido esterno per archiviare le informazioni, preservato anche dopo la morte dell’essere vivente, da collegare poi a un computer o a un corpo sintetico. Non è fantascienza: qualcosa del genere è un passo più vicino, sebbene ancora molto distante nel tempo. La californiana 21st Century Medicine è stata premiata dalla Brain Preservation Foundation (BPF), il cui scopo è promuovere la ricerca scientifica nello sviluppo della preservazione del cervello, con il Large Mammal Brain Preservation Prize per aver conservato perfettamente l’integrità della struttura del cervello di un maiale anche dopo averlo refrigerato a -135° C. Il premio “richiedeva il successo della preservazione delle connettività sinaptiche di un intero cervello di un maiale in un modo che fosse compatibile con un’archiviazione che durasse secoli” fa sapere la BPF spiegando i criteri di giudizio.

L’immagine mostra il cervello di maiale dopo la conservazione (in alto) e la sua attività dopo essere stato riscaldato (in basso).

La dimostrazione, che è valsa a 21st Century Medicine 80.000 dollari, era basata su una nuova tecnica chiamata “criopreservazione tramite stabilizzazione con aldeide” (ASC), sviluppata da Robert McIntyre e Gregory M. Fahy: il cervello viene infuso di glutaraldeide e un crioprotettore e poi conservato a temperature bassissime. Dopo aver ridato calore al cervello, è stata verificata “la qualità della preservazione del connettoma”, ossia “l’archivio” della conoscenza di quel cervello.

Prima di parlare di una resurrezione, però, bisogna capire quale potrebbero essere le reali applicazioni di un risultato di questo tipo, lo spiega direttamente la BPF. “È importante comprendere – si legge sul sito ufficiale – che i ricercatori non sono riusciti a far rivivere il maiale o il suo cervello. Il primo passaggio nella procedura ASC è di infondere il sistema circolatorio del cervello con glutaraldeide fissativo tossico, che blocca istantaneamente i processi metabolici”. Insomma: non stanno studiando un modo per sfidare la morte.

Future applicazioni

Qual è il possibile utilizzo della preservazione del cervello secondo queste modalità?

“La risposta giace nella possibilità di una futura resurrezione non biologica”. Il cervello, con le miliardi di informazioni che contiene, potrebbe essere collegato a un corpo sintetico oppure a un computer; i suoi dati, poi, letti, analizzi e, magari, rielaborati. Il presidente della BPF, Kenneth Hayworth, ritiene che ci siano prove sufficienti riguardo la tecnica ASC affinché “si apra un serio dibattito riguardo a se debba essere sviluppata in una procedura medica vera e propria”.

È presto però per cantare vittoria e immaginare menti collegate ai computer. “Potrebbero volerci decenni o secoli per sviluppare la tecnologia per caricare le menti, sempre che sia possibile farlo”.

La 21st Century Medicine, in ogni caso, sottolinea che non è interessata alla criogenia aggiungendo che ha inseguito il premio “per dimostrare la forza della sua tecnologia di vetrificazione per superare le convenzionali applicazioni della criobiologia e fornire nuovi e inaspettati strumenti per i neurobiologi mainstream”.

La Brain Preservation Foundation, comunque, non è una goccia solitaria nell’oceano: l’idea di una “collaborazione” fra uomo e macchina è una visione che spesso salta fuori anche dai discorsi di Elon Musk, l’inesauribile amministratore delegato di SpaceX e Tesla Motors. Neuralink (un’altra società di Musk), però, mira a impiantare un chip nel cervello umano che possa, in parole povere, aumentarne le capacità e accelerare le comunicazioni.

Senza dimenticare Calico, l’iniziativa con cui Google vuole sfidare l’invecchiamento, i cui risultati, però, potrebbero arrivare soltanto fra 10 o 20 anni.

-Valto