fbpx
Sappiamo orientarci nel mondo delle fake news e dell’infodemia? Rispondono Festinger e McIntyre

Ormai quotidianamente, in tempi di Covid-19, si sente parlare di fake news e infodemia. Ma sappiamo davvero con chi abbiamo a che fare? Scopriamolo.

Fake newsinfodemia: parole che appartengono ormai al nostro modo di parlare quotidiano. Le conosciamo da diversi anni, ma negli ultimi mesi sono ritornate in auge a causa della pandemia di Covid-19. Ognuno cerca di dare la propria interpretazione agli eventi, tutti condividono articoli, opinioni, pensieri, chiacchiere da bar: la confusione è dietro l’angolo. Cerchiamo di orientarci in questo labirinto del nuovo millennio servendoci della sociologia dei processi culturali.

Fake newsinfodemia: un identikit

Sentiamo tanto parlare di fake news, spesso usiamo questo termine o suoi sinonimi, come l’italianissimo ma molto più informale ‘bufala’. Ma cosa intendiamo con ciò? Letteralmente, significa ‘notizia falsa’ e con essa connotiamo, per l’appunto, un’informazione distorta, non verificata o scorretta, costruita ad hoc, appositamente, per screditare o favorire una posizione o una figura. Un’altra domanda che ci possiamo porre è il motivo per il quale ne sentiamo parlare solo da qualche anno. Alla fine le bufale ci saranno sempre state, no? Certo che sì, ma non a questo livello. A causa della globalizzazione, ma soprattutto dell’affermazione dei social media, le fake news possono ora diffondersi globalmente in pochissimi istanti. Il loro potere ha quindi subito un incremento considerevole grazie allo sviluppo del web e le loro conseguenze sono quindi analizzabili su un piano mondiale. Ma cosa succede quando queste crescono esponenzialmente? In questo caso ci troviamo in una situazione di infodemia, che è esattamente lo scenario in cui stiamo vivendo. Potremmo definirla come la rapida diffusione di una grande quantità di informazioni inaccurate, false, incomplete che causano forte disorientamento su determinati argomenti a causa della difficoltà nel reperimento delle informazioni. Ci rispecchiamo tutti, no?

Post-verità: cos’è davvero una fake news?

Un termine molto più di nicchia per riferirsi al problema delle fake news è proprio ‘post-verità‘ o, nella sua variante in lingua originale, post-truth. L’inventore del concetto è l’accademico statunitense Lee C. McIntyre che, nel suo libro Post Truth (2018), affronta questo spinoso ma attualissimo tema (è stata la parola più ricercata nell’Oxford Dictionary del 2016!). La post-verità è un’affermazione riguardante un argomento capace di far leva sul lato emotivo ed umano della collettività. Questa asserzione è basata su credenze diffuse e convinzioni personali, non su fatti verificati, ma tende ad essere accettata per i sentimenti che suscita e le reazioni di pancia che causa. La posta in gioco è però molto alta, in quanto è il potere: la menzogna distrugge i fatti, si basa sull’irrazionalità, trova il suo terreno di fioritura nella paura, nell’insofferenza e nell’indignazione popolare. Molto spesso, queste post-verità sono veicolate nel mondo della politica e della società: come non pensare alla protesta portata avanti dagli ambienti religiosi più conservatori sul gender, accusato di distruggere le famiglie? Ma questo è solamente un esempio.

La teoria di Festinger: la dissonanza cognitiva

Arriviamo al punto. Se sappiamo della presenza delle fake news, perché ce ne scopriamo succubi? Sembra incredibile, ma c’è una giustificazione scientifica. Si tratta della teoria della dissonanza cognitiva dello psicologo sociale Leon Festinger. Egli sostiene, infatti, che quando veniamo posti di fronte a una nuova informazione, il nostro cervello tenda ad assimilarla quasi automaticamente, senza troppe riserve, anche se questa non corrisponde con il nostro bagaglio conoscitivo. Questo meccanismo è tipico della nostra mente e serve proprio per evitare di creare sconvolgimenti o situazioni di empasse: è molto più facile e conveniente mantenere equilibrio e armonia, piuttosto che esplorare nuovi inesplorati terreni. Ecco spiegato perché, nonostante la nostra consapevolezza del problema, non agiamo per controllare tutte le notizie che leggiamo e condividiamo.

Il fact-checking: una soluzione molto sottovalutata

La soluzione al problema è semplice, quasi scontata ma, come abbiamo appena scoperto, la nostra mente non ci aiuta. Per questo dobbiamo rimboccarci le maniche, armarci di molta pazienza e fare un po’ di sano fact-checkingNon è nulla di trascendentale o di particolarmente difficile: i requisiti sono semplicemente una connessione a Internet e la voglia di mettersi alla prova. L’operazione di controllo delle notizie e, quindi, delle fonti, è ciò che ogni giornalista, o gatekeeper, dovrebbe fare nel suo lavoro: egli deve assicurarsi che ciò che scrive sia vero e giusto. Per fare ciò, spesso si affida a fonti istituzionali o a una moltitudine di agenzie di stampa nazionali e internazionali, ma ciò è già un primo, invisibile filtro di distorsione dell’informazione. Ma come si fa ad assicurarsi della veridicità di ciò che leggiamo? Possiamo elencare diversi suggerimenti: ricercare il copyright della notizia, verificare la stessa su più fonti (più quotidiani, più telegiornali, più siti,..), valutare la credibilità di tali fonti, ricercare la data di pubblicazione della news, valutare la competenza del suo autore e, in ultimo, chiedersi se ciò che si ha davanti è realistico e se coincide con le nostre conoscenze pregresse. Facile, vero?

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: