Il Superuovo

Sapienza ed erotismo: i due volti della magia

Sapienza ed erotismo: i due volti della magia

Il mondo ignoto e oscuro della magia esercita da sempre verso l’essere umano una magnetica forza di attrazione, forse prorpio in virtù della sua natura arcana e misteriosa. Se per l’uomo moderno essa è per lo più fonte di curiosità a cui difficilmente si attribuisce attendibilità, per l’uomo antico la magia rappresentava uno dei gradini più alti della sapienza (sophia). Il magus si serviva della potenza immanente, cioè l’afflato spirituale che pervade la realtà, dominata dal principio della simpatia cosmica secondo cui ogni elemento del mondo è collegato strettamente a tutti gli altri attraverso reciproche corrispondenze, al fine di dominarla anche con l’aiuto dei dèmoni, divinità inferiori. Le pratiche occulte hanno origini preistoriche ma il termine e il concetto stesso di “magia” deriva dall’oriente persiano, dove i màgoi costituivano un’importante casta sacerdotale, passando poi nell’antica Grecia (non senza influssi egiziani) e  diffondendosi soprattutto nel mondo ellenistico. È evidente come in passato, e forse anche oggi, il concetto di magia non fosse correlato soltanto a quello di sapere ma anche, e soprattutto, alla sfera della religione. Nella mitologia greca e romana, ma anche in quella egizia e scandinava, il confine tra magia e religione non è mai netto, ma labile e confuso, nebbioso. I pantheon sono costellati di figure antropomorfe ma dotate di poteri sovrannaturali che, oggi, non esiteremmo a definire “magici”. Il catasterismo e la metempsicosi somigliano più a rituali esoterici che a miracoli religiosi. Del resto, per molti non credenti, anche gli eventi miracolosi propri delle religioni monoteiste assumono l’aspetto di veri e propri fenomeni magici.

La magia nella letteratura: Apuleio e Tasso

Agli occhi degli antichi altrettanto magica era la poesia, attività deputata all’innalzamento spirituale e luogo prescelto per contenere gli ammirevoli canti degli autori, ispirati dalle figure misteriose e affascinanti delle Muse, le ninfe protettrici della musica e della letteratura. Non a caso nel latino arcaico il termine carmen indicava produzioni testuali dotate di caratteristiche formali atte a riprodurre, nella scrittura, la musicalità della voce. I carmina indicavano generalmente testi di leggi, ma soprattutto di preghiere e, appunto, di magie. Soltanto più tardi con la stessa parola si cominciarono a designare, significativamente, anche le poesie. Nelle Metamorphoseon libri XI, opera dell’autore latino Apuleio che recupera le credenze misteriche più diffuse nella Grecia ellenistica, la magia costituisce la chiave di volta della vicenda del protagonista, rappresentando il riscatto e la salvezza della sua anima. La Metamorfosi in asino del giovane Lucio, punizione della sua eccessiva curiositas e della bramosia, più ferina che umana, dei suoi desideri, rappresenta l’estrema degradazione dell’uomo, vittima di quella sua stessa bestialità che ne domina gli istinti più infimi e irrefrenabili. La magia, in questo romanzo dalla doppia chiave di lettura (l’una romanzesca, l’altra allegorica), ha l’importante ruolo di rendere visibile l’invisibile palesando la corruzione dell’anima attraverso la corruzione del corpo. Inizialmente strumento di punizione, essa diventa la fonte della saggezza acquisita da Lucio, seguendolo nel suo itinerario di salvezza spirituale che si conclude, emblematicamente, con il ritorno alla forma umana grazie all’intervento della dea Iside. Incantesimi e magie sorreggono anche il monumentale impianto della Gersulamme Liberata, capolavoro seicentesco di Torquato Tasso. Il poema, voce della tormentata religiosità dell’autore, esasperata fino all’ossessione e maniacalmente ossequiosa in ogni dettaglio ai dettami della Controriforma, risente inevitabilmente del richiamo magnetico dell’edonismo rinascimentale e del fascino sinistro del mondo magico-demoniaco. La magia, strumento degli avversari pagani e contrapposto al miracolo divino cristiano, è forza disgregatrice che minaccia la severa -e artificiosa- unità del campo crociato, fino a farla vacillare nella selva incantata di Saron. In questo bosco magico i soldati sono chiamati a scendere nelle viscere della loro mente, dovendo fronteggiare un avversario molto più temibile delle armi pagane: gli angoli più reconditi della propria psiche. Tancredi, ultima speranza per i soldati di Dio fino all’arrivo di Rinaldo, si dimostra eroe elegiaco, incompleto ed inadeguato ad affrontare il richiamo funebre della sua amata, da lui stesso uccisa.

 

L’erotismo di Armida e la sapienza di Medea

Tuttavia la realizzazione più compiuta dell’elemento magico nella Gerusalemme Liberata è rappresentata da Armida. La maga, ambigua e multiforme, personaggio in evoluzione nel corso del poema, richiama necessariamente la figura delle incantatrici omeriche, Circe e Calipso. In esse, come nella tragica e disastrosa figura di Pandora e in quella maligna di Eva, è ravvisabile il germe della misoginia. Non è un caso, infatti, se nella letteratura e nel patrimonio folkloristico dei popoli l’aspetto più terribile della magia nera è consustanziale alle figure femminili che, spesso, si servono delle arti magiche come strumento di seduzione nei confronti dell’uomo che, vulnerabile, finisce programmaticamente per cedervi andando incontro a fatalità mostruose. A questa tradizione di maghe seduttrici si ascrive la figura di Armida, dotata di una bellezza autentica e reale, frutto di nessun incantesimo, che riesce a sedurre con la sola forza della sua sensualità Rinaldo, il guerriero crociato, facendo barcollare, nella fede in Dio e nella fedeltà alla missione, la più promettente spada del Signore. Armida è, però, presentata prima di tutto come donna dalla grandiosa avvenenza, sfruttata dall’esercito pagano per piegare gli eroi cristiani. La vera magia di Armida non risiede tanto negli inganni del suo giardino, intessuti più per piacere che per raggiro, ma nell’erotismo del suo corpo: nell’epoca in cui imperversava la Controriforma il vero sortilegio demoniaco non è quello dei sabba delle streghe, ma l’attrazione sessuale. Emblematico è l’utilizzo dello specchio, strumento erotico per eccellenza che sfrutta la potenza sessuale degli sguardi proibiti. Armida rimarrà però vittima della sua stessa magia e dell’incanto che tentava di suscitare, con successo, nel cuore di Rinaldo. Rimarrà vittima della sua natura umana, della sua essenza di donna e una forza più potente delle sue arti prodigiose la sconfiggerà: l’amore per il guerriero cristiano “Cogliam d’amor la rosa: amiamo or quando esser si puote riamati amando”. Diversa, ma della stessa natura, è invece la magia esercitata da Medea. Un’aura di inquietudine avvolge questa misteriosa figura della mitologia greca, trasformata in eroina nell’omonima tragedia euripidea. La pericolosa e fatale maga, dalla passionalità tanto esagerata al punto da arrivare all’omicidio, è avvolta da un’atmosfera macabra e angosciante, conoscitrice e dominatrice delle forze della natura grazie alle sue doti di “strega”. La sua caratteristica prevalente è, infatti, la sapienza. Logorata dalla sua stessa intelligenza, Medea combatte una funesta guerra interiore, trascinata senza tregua in due direzioni opposte dalla doppia natura di madre e di maga. L’auto-consapevolezza e l’intellettualismo esasperato, però, finiranno per prevalere sul sentimento materno e l’atroce creatura vendicativa emergerà in tutta la sua forza devastatrice proprio grazie alla grandezza del suo intelletto che, paradossalmente, la trasforma in bestia capace di uccidere i propri figli. Il fattore decisamente più inquietante della vicenda è che l’infanticidio viene compiuto in piena lucidità, senza nessuna traccia di follia, ma a causa dell’agire incontrollato di una chiarezza intellettuale tale da perdere il senso dell’umanità.

Maria Chiara Litterio

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