Gli interventi degli artisti in gara a Sanremo in merito a questioni di politica e attualità rappresentano la piena realizzazione del concetto di “engagement”, formulato da Jean-Paul Sartre.

Il festival della canzone italiana, giunto alla sua settantaquattresima edizione, si è appena concluso; eppure continua a far parlare di sé, anche per aspetti che, a primo avviso, non si pensano direttamente correlati a quella che è a tutti gli effetti una manifestazione del folklore musicale italiano. In realtà, la dicotomia fra art pour l’art e arte impegnata (engagée) ha sempre diviso critici, intellettuali, appassionati, ma in primo luogo gli artisti, che possono ritrovare o meno sé stessi e la propria idea di arte in una di queste due concezioni.
Sanremo è “politico”?
Come sempre, quanto accaduto sul palco dell’Ariston nel corso delle canoniche cinque serate che compongono l’evento ha generato dibattiti e polemiche di ogni tipo, dal vincitore alle gag di Amadeus e Fiorello. Ad alimentare il dibattito, stavolta, non sono solo questi simpatici sipari da palcoscenico, ma anche gesti e dichiarazioni di alcuni cantanti in gara. Abbiamo sentito tutti gli appelli di Dargen D’Amico e di Ghali, che non solo si sono esibiti con brani – rispettivamente, “Onda Alta” e “Casa mia” – che fanno riferimento a temi come la guerra e l’immigrazione, e le tragedie umanitarie che ne conseguono; hanno entrambi, a più riprese, invocato esplicitamente il “cessate il fuoco” in merito al conflitto israelo-palestinese, e hanno espresso il loro appoggio alle popolazioni colpite dal fuoco delle armate nemiche.
Le affermazioni dei due cantanti hanno incontrato l’apprezzamento di buona parte del pubblico, ma hanno anche creato scalpore fra i vertici delle emittenti televisive. Fra i due, Ghali è quello che ha alzato di più il tiro, arrivando a definire in diretta televisiva quanto è in atto in Palestina un “genocidio” e a rispondere alle accuse dell’ambasciatore di Israele di “sfruttare il palco del festival per diffondere odio”:
“Il fatto che l’ambasciatore parli così non va bene, continua la politica del terrore, la gente ha paura di dire stop alla guerra, stop al genocidio, stiamo vivendo un momento in cui le persone sentono che vanno a perdere qualcosa se dicono viva la pace. Ci sono dei bambini di mezzo: quei bambini che stanno morendo, chissà quante star, quanti dottori, insegnanti, quanti geni, ci sono lì in mezzo“.
Senza dimenticare, ancora prima dell’inizio ufficiale del festival, la conferenza stampa di apertura di Amadeus e Marco Mengoni, nel corso della quale, su provocazione di un giornalista, i due si dichiarano antifascisti e intonano “Bella ciao”.

Edoardo Leo e Diodato parlano di arte, cultura e democrazia
È giusto, quindi, che i cantanti si esprimano in merito a temi sociali e di attualità o, come sostengono alcuni, non è materia che a loro compete? Rispondono altri due artisti che hanno preso parte alla kermesse: Diodato ed Edoardo Leo, il primo come cantante in gara, l’altro come ospite.
Ecco le parole di Diodato in conferenza stampa:
“Mi sembrerebbe una follia un festival in cui nessuno dice niente […]. Quando si parla di umanità e di desiderio di una maggiore umanità, non ci sono partiti, confini che possono entrare in ballo, tenere. Il fatto che lui (Dargen D’Amico, ndr) abbia detto che si è sentito politico… io ho ribadito che, semplicemente, io l’ho sentito molto umano, e questo a me fa sempre piacere. Credo sia importante per gli artisti mostrare la propria umanità, perché viviamo in un mondo che in qualche modo cerca di rendere alcuni concetti alieni, o comunque ci sta abituando a qualsiasi cosa […]”.
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L’arte, del resto, è la forma di espressione più autentica del sentire umano, del sentirsi umani, e negarle il potere di smascherare e denunciare le ingiustizie e le violenze significa negarne l’esistenza oltre che la legittimità; ciò significa che bisogna lottare per affermare i propri ideali, contro un potere centralizzato e talvolta ostile. È quello che ha comunicato Edoardo Leo attraverso un monologo sul valore della cultura:
“Gli artisti sono sentinelle preziose della democrazia, e spesso sono il primo bersaglio di un potere malato. Vedere come un Paese tratta i propri artisti è un buon indicatore della sua salute democratica. […] Quando il sole della cultura è basso, anche i nani sembrano dei giganti. Stiamo attenti allora che il sole della cultura rimanga sempre a mezzogiorno, è l’ultimo spiraglio di luce prima del buio“.

L’engagement secondo Jean-Paul Sartre
Nel saggio “Che cos’è la letteratura?” (1947), il filosofo francese introduce la nozione di engagement. L'”impegno” non è solo una sorta di obbligo morale che l’essere umano sente nei confronti della società e dei suoi simili, ma è un aspetto imprescindibile della vita umana. L’essere umano, infatti, ha la libertà di poter costruire liberamente sé stesso sulla base di un ventaglio di scelte e di mettere in atto il progetto di esistenza che vuole realizzare; tutto è veicolato, dunque, dalla sua intenzionalità. Infatti, proiettare la propria volontà sul mondo non significa solo interpretarlo ma anche trasformarlo; attraverso la propria libertà decisionale, l’essere umano è in grado di determinare il suo destino, e la sua volontà supera qualsiasi tipo di condizionamento.
“Siamo condannati ad essere liberi”, recita Sartre: siamo chiamati senza sosta a fare una scelta, motivo per cui nessuno può restare ancorato alla neutralità. Anche rifiutarsi di scegliere rappresenta una scelta, e di questa non-scelta siamo responsabili, anzi, colpevoli. Non si può decidere di non essere engagés perché lo siamo sempre, anche nel momento in cui scegliamo di non prendere posizione e rimanere in silenzio: ogni individuo è immerso nel processo collettivo della Storia ed è portato a interfacciarsi con le dinamiche della società di cui fa parte, non potendosi ritirare nella sua campana di soggettività e solipsismo.
Dunque intellettuali e artisti non possono non essere impegnati; anzi, devono esserlo soprattutto loro, poiché hanno il potere e il compito di svelare la verità del mondo e mostrarlo a chi non riesce da sé a farlo.
Albert Camus e “l’uomo in rivolta”
Rispetto al collega e amico Sartre, ha una posizione più “nichilista”: la risposta che Albert Camus propone di fronte alle problematiche legate al ruolo dell’individuo all’interno della società, rispetto alla quale vive in una condizione di sostanziale estraneità, non è mai totalmente positiva né definitiva. L’obiettivo finale è un altro: trovare un modo per “conciliare giustizia e libertà, lottare contro tutte le forme di violenza, difendere la pace e la convivenza pacifica, combattere a modo proprio per resistere, contestare, denunciare”.
L’unica reazione plausibile, a questo punto, è la rivolta: lo scrittore invita a intraprendere un percorso che spinga l’individuo fuori dall’isolamento e lo porti a rispondere attivamente contro tutta quella serie di dispositivi artificiosi e tirannici che la società ci presenta come incrollabili e contro un’identità che è tutt’altro che predeterminata e immutabile. La rivolta non è una soluzione risolutiva e inappellabile, ma è pur sempre è da essa che scaturisce una presa di coscienza.
Si tratta a tutti gli effetti di un atto collettivo poiché riguarda tutti. È quello che Camus lascia intendere ne “La peste” (1947): invita a combattere ogni atteggiamento di rassegnazione, indifferenza e fatalismo, che giustificano e alimentano la presenza del male. L’unico modo per superare questo status quo è che ognuno, nel proprio piccolo, acquisisca coscienza di tali ingiustizie e si renda partecipe ad una rivolta che, se messa in atto da tutti, da individuale diventa collegiale, e dunque può condurre a superare avvenimenti e catastrofi collettive, che però riguardano ognuno di noi.
“Mi rivolto, dunque esisto”.
