Il deserto del Sahara è la più grande distesa sabbiosa presente sulla Terra. Ogni 20000 anni, però, il suo aspetto cambia radicalmente e diventa una pianura verde. A rivelarlo è uno studio molto recente condotto dal Massachusetts Institute of Technology, poi pubblicato su Science Advances. Ciò è stato possibile ricostruendo la storia del clima presente in quell’area negli ultimi 240000 anni.

Dettagli della ricerca
Per raggiungere questo risultato è stata svolta l’analisi dei depositi delle polveri, che ha permesso di ricostruire il clima sahariano degli ultimi 240000 anni. La domanda che i ricercatori si sono posti è: come mai il clima del deserto del Sahara cambia? La risposta sta nell’inclinazione dell’asse terrestre, che influenza la ricezione dei raggi solari da parte del nostro pianeta. È probabile infatti che nel periodo di massima luce solare estiva aumenti l’attività monsonica e quindi l’umidità della zona. Ci sono comunque delle evidenze più dirette che indicano un Sahara più ospitale in passato. Sono presenti infatti delle pitture rupestri risalenti al Paleolitico, segno che una volta era possibile abitare nella zona. Non mancano inoltre i resti fossili, venuti alla luce persino nelle aree più interne del deserto.

Formazione di un deserto
Un deserto può formarsi per tanti motivi diversi, naturali o antropici che siano. Tra le cause naturali rientrano il clima e la morfologia dell’area, nonché la sua composizione rocciosa. Le cause antropiche, invece, sono soprattutto la deforestazione e lo sfruttamento dell’area, ad esempio per fini agricoli o per costruirvi nuovi insediamenti. La desertificazione di solito è un fenomeno irreversibile, poiché il clima arido non permette lo sviluppo di una copertura vegetale adeguata. Per combattere il fenomeno l’ONU ha predisposto la UNCCD, ovvero la Convenzione sulla Lotta alla Siccità e alla Desertificazione delle Nazioni Unite. Si tratta di uno strumento giuridico per dare delle linee guida in materia alle nazioni aderenti.

Non solo Sahara: i deserti caldi
A cavallo dei Tropici esistono delle cellule di alta pressione, ovvero gli anticicloni. In queste zone si vengono a formare i cosiddetti deserti caldi, il cui suolo è caratterizzato dalla presenza di ciottoli, ghiaia oppure sabbia. Gli erg sono i deserti sabbiosi, i serir quelli ghiaiosi e i deserti rocciosi prendono il nome di hammada. Qui la pioggia può mancare per anni interi e non ci sono corsi d’acqua perenni, con una vegetazione molto scarsa. Oltre al già citato Sahara, alcuni esempi sono il deserto del Kalahari e il Gran Deserto Sabbioso, che si trova in Australia.

Il Gobi e affini: i deserti freddi
Le aree desertiche non mancano nemmeno alle medie latitudini. Le perturbazioni, infatti, non riescono a raggiungere determinate zone, poiché di solito il loro ciclo dura cinque giorni. Per un ciclone extra-tropicale sarà,quindi, difficile arrivare nell’Asia centrale. La presenza di catene montuoso come l’Himalaya, inoltre, fa da scudo contro le perturbazioni. Ecco quindi che si formano i deserti freddi, caratterizzati anch’essi da una forte aridità, per quanto le temperature non siano estreme come nei deserti caldi. Alcuni esempi sono il deserto del Gobi, in Mongolia, e il deserto del Karakum, che invece si trova in Turkmenistan.

Un caso particolare: i deserti polari
Ai poli le condizioni sono estreme e le temperature si mantengono basse per tutto l’anno, soprattutto in Antartide. Si può parlare, quindi, di deserti polari, poiché la vegetazione è quasi del tutto assente e le piogge sono molto scarse. A differenza dei deserti caldi e freddi qui non c’è un’escursione termica molto marcata tra notte e giorno, anche perché ai poli durano sei mesi ciascuno. Al polo Nord questa differenza si sente di più, mentre al polo Sud le temperature sono le più basse mai registrate sulla Terra. I deserti polari sono solo due, ovvero Artide e Antartide. SI tratta comunque di due ambienti a rischio e occorre fare qualcosa affinché non spariscano.
Matteo Trombi