Rab ne bana di Jodi. Dall’antica poesia indiana a Bollywood

Un legame primordiale vige, nella tradizione indiana, tra l’Amore e Dio. Scopriamolo, dall’antica poesia indiana al cinema Bollywoodiano.

La letteratura indiana è vastissima e di sconfinata bellezza. Abbracciarla tutta, in un breve articolo, sarebbe non solo impossibile, ma quasi sacrilego, in quanto spezzerebbe l’incantevole magia che l’avvolge. Tuttavia, possiamo soffermarci su d’un tema particolare, o meglio, su un particolare intreccio di temi, analizzandoli nella poesia classica indiana e nei risvolti che ha assunto all’interno del contemporaneo cinema Bollywoodiano.

Rab ne bana di Jodi: un film che riprende antichi valori della poesia e della spiritualità indiana.

“Quando l’unione è creata da Dio”, questa la traduzione del titolo “Rab ne band di Jodi”, film prodotto a Bollywood nel 2008. Il tema principale di questo bellissimo film, i cui 167 minuti pesano veramente nulla, è questo: talvolta Dio decide di scrivere per noi un amore, che a sua volta prende la connotazione di Amore Divino, poiché è voluto dal cielo, è predestinato. Ma la cosa ancor più straordinaria, è che in questo film ciò che fa comprendere ai protagonisti d’essere innamorati è il fatto che essi “vedano” Dio nel volto del/della loro compagno/a. Questo filo conduttore, che è fondamentale nello svolgersi degli eventi, è assolutamente originale, in una storia d’amore. Ci si innamora di Dio, vedendolo negli occhi di qualcuno che sarà destinato ad essere la nostra metà. Per la tradizione e la letteratura indiana, tuttavia, questo non è un tema nuovo.

Eppure la storia di Surinder e Taani lascia in petto un dolce alito di vento nuovo, una sensazione di profonda fiducia nella speranza. Un uomo che si trasforma in ciò che serve alla sua compagna, afflitta dal dolore, per guarire. Attende, paziente, faticando, in silenzio. E lei, cieca fino a quel momento davanti ai suoi sforzi, d’un tratto lo riconosce. D’un tratto, finalmente, vede Dio in lui.

Così come si legge nel testo di una canzone:

Tujhe mein rab dikhta hai
Yaara main kya karoon

Ovvero: io vedo il mio Dio in te, amore, cosa posso farci?

Vediamo a quale testo della tradizione indiana possiamo collegarci, per ritrovare questi valori.

Rādhā e Krishna, l’amore come devozione, l’amore destinato ad essere.

Talvolta, dire che l’amore è devozione, può creare fraintendimenti. Nell’ottica induista, o nell’ottica della tradizione letteraria indiana, questo tipo di devozione non equivale ad una sottomissione. La devozione, in amore, è intesa come totale abbandono di sé nell’altro, per l’altro. Totale fiducia, un tipo di commistione con la quale si diventa un’unica realtà, non si sa più dove inizia uno e finisce l’altro. Un amore che chiede pazienza, per crescere, fiducia, comprensione, superamento dei propri limiti.

Un amore come quello di Krishna per Radha. Krishna, Dio della religione induista, la Persona Suprema, si innamora di questa gopī, ovvero pastorella. Dalla loro storia d’amore, Radha diventa simbolo di devozione amorosa, che proviene da un profondo senso di fiducia e di piacere mentale, fisico e spirituale. Un amore elevato, un amore in cui le due parti non si devono nulla, ma si danno tutto solo per il puro desiderio di farlo. Così, dall’antica mitologia e letteratura indiana, ritroviamo in un film degli anni 2000 gli stessi valori, la stessa incantevole favola dell’amore incondizionato, legato a Dio, perchè legato alla vita stessa. Legato a Dio, in quanto realtà sacra.

Oltre la mitologia religiosa, la poesia. Il poema Gītagovinda.

Di nuvole soffice il cielo, le foreste scure d’alberi di tamāla;
di notte lui ha paura: e tu Rādhā, accompagnalo a questa dimora!
Così agli ordini di Nanda trionfano sulla riva della Yamunā gli amori segreti di Rādhā e di Mādhava giunti all’albero della pergola lungo il sentiero.

Poema del XII secolo, scritto da Jayadeva. Incantevole il significato, come incantevoli sono le parole poetiche di questo scritto, che riprendono, appunto, la storia di Radha e Krishna.

Quell’amore che conduce tra le tenebre, dissipa la paura e dona beatitudine. Ed è indicativo che dopo secoli si produca un film collegato a questo tipo di amore, nonostante sia dilagante la triste abitudine di sottovalutare l’amore, usarlo, gettarlo, spogliarlo della sua sacralità e spezzettarlo in tanti piccoli cassetti: quello del sentimento senza fiducia, quello del sesso arido e privo di significato, quello del dubbio e di amori insicuri ancor prima di nascere.

Ma leggendo, ascoltando, guardando queste storie, divampa ancora la speranza che nascano questi tipi di amori, gli unici veri, gli unici possibili: gli amori sacri, le unioni totali, di fiducia e di devozione. Quell’amore per cui vediamo gli occhi del Creatore e la bellezza di tutto il creato sul viso del nostro amato, che ci ispira ad essere migliori, a valorizzare ciò che abbiamo, ad essere buoni e gentili, perché dall’amore nascono i fiori più belli, i fiori sacri della gentilezza e del dono disinteressato.

 

 

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