Quei furbacchioni dei professoroni: i ladri dell’università spiegati da Italo Calvino

Il caso dei professori indagati presso l’università di Catania può essere approfondito con particolari riferimenti al racconto di Italo Calvino, intitolato La pecora nera.

“C’era un paese in cui erano tutti ladri…”: potrebbe cominciare così uno dei numerosi articoli riguardo ai concorsi truccati all’Università di Catania. Potrebbe cominciare esattamente come l’incipit di un noto racconto di Italo Calvino, intitolato La pecora nera. La novella venne pubblicata postuma nella raccolta del 1993 “Prima che tu dica dica ‘Pronto’”, edita da Mondadori, tuttavia è una di quelle operette atemporali, in quanto narra cose che sono cose del mondo. Ma prima partiamo dai fatti, con lo scopo di far comprendere come il paese di ladri del racconto non si allontana molto dal paese-Italia di oggi e viceversa. 

Concorsi truccati all’Università, sospesi il rettore di Catania e 9 professori

La polizia di Stato di Catania ha denominato queste indagini “Università bandita”. Le intercettazioni tra il rettore e il direttore amministrativo all’origine del caso hanno portato 40 docenti di 14 università ad essere indagati per associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta. L’inchiesta è stata avviata nel luglio del 2015 e si è conclusa nel mese di marzo del 2018, ed è nata dalle denunce tra l’ex rettore Giacomo Pignataro e Lucio Maggio, ex direttore amministrativo generale dell’Ateneo. Dalle indagini è emersa l’esistenza di un’associazione a delinquere con a capo il rettore dell’Università di Catania Francesco Basile. Ne è venuto fuori un vero e proprio codice di comportamento ‘sommerso’ che veniva applicato nell’ambito universitario secondo il quale gli esiti dei concorsi dovevano essere predeterminati dai docenti interessati e nessuno spazio doveva essere lasciato a selezioni meritocratiche e soprattutto non doveva essere presentato alcun ricorso amministrativo contro le decisioni degli organi statutari. La gravità della situazione si amplifica se si considera pure che il sistema delinquenziale, secondo gli investigatori della Polizia di Stato, non è ristretto alla sola università di Catania, ma si estende ad altri atenei  i cui docenti sono stati selezionati per fare parte delle commissioni esaminatrici, i quali si sarebbero sempre preoccupati di far vincere il candidato prescelto anche qualora non ne fosse stato all’altezza. Si tratta di un vero e proprio sistema subissato che, in contraddizione ai principi e agli ideali dell’insegnamento e della legalità predicati nelle aule di ogni ateneo, lascia una cicatrice piena di nefandezza e amarezza sull’università di Catania e in generale sul corpo docente italiano in tutti i suoi livelli.

Il rettore dell'Università di Catania
Il rettore dell’Università di Catania

Un’altra macchia per il nostro sistema scolastico/universitario e burocratico insomma, da poter annoverare tra le fila dei tanti garbugli che hanno per tetto la corruzione (italiana). Inoltre, ad aggravare la notizia è il fatto che siano coinvolti professori riguardanti quasi tutti i principali ambiti del sapere: dalle Scienze Matematiche e Naturali, alla Filosofia e al Diritto. Un paradosso. L’operazione della Digos ha accertato l’esistenza di 27 concorsi truccati in giro per gli atenei italiani: 17 per professore ordinario, 4 per professore associato, 6 per ricercatore. Sono in corso 41 perquisizioni anche nei confronti di ulteriori indagati. Nel procedimento sono complessivamente indagati 40 professori delle Università di Bologna, Cagliari, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona.

La pecora nera di Italo Calvino

La pecora nera narra di un paese immaginario in cui tutti erano ladri. Non vi esisteva il commercio, tuttavia il sistema godeva di un suo equilibrio grazie ai furti reciproci. Di notte tutti quanti si recavano a rubare da qualcun altro, lasciando così incustodite le proprie abitazioni, sicché essi stessi divenivano vittime dei “colpi” di altri ladri. Il sistema entrò in crisi nel momento in cui, nel paese, apparve una persona onesta, che non rubava agli altri. Rimanendo a casa sua di notte, costui provocò una crisi perché, in tal modo, c’era sempre una famiglia che, non potendolo derubare, restava a mani vuote. Per spirito
caritatevole l’onesto decise pertanto di uscire di notte per recarsi presso un ponte. In tal modo la sua casa poteva essere svaligiata, anche se lui personalmente continuava a non voler rubare. Ben presto l’onesto s’impoverì a causa dei furti, mentre altri si arricchirono, rubando a lui senza essere a loro volta derubati. Questi nuovi ricchi, impigritisi, cominciarono anch’essi a recarsi di notte al ponte con l’onesto invece di continuare a rubare. Temendo però che la loro inattività delinquenziale, unita ai furti d’altri a loro danno, facesse loro perdere la posizione privilegiata precedentemente acquisita, i ricchi cominciarono a pagare i poveri perché questi ultimi rubassero per conto loro e difendessero i loro averi. Nacquero così i contratti di diritto civile e, in seguito, anche una specie particolare di diritto penale, con tanto di polizia e prigioni. Non si parlava più di rubare o di essere derubati, ma solo di ricchi e di poveri; eppure erano tutti ladri. Di onesto c’era stato solo quel tale, ed era morto subito, di fame.

L’onestà nel 2019 è ancora conveniente?

Chiunque abbia frequentato un’università di una qualsiasi città, sia in passato sia di recente, avrà sicuramente notato quale gravosa gavetta sono costretti a compiere gli ambiziosi e giovani professori, talvolta coetanei degli stessi studenti, prima di avere una cattedra. In media si arriva ad avere una cattedra stabile all’università non prima dei 40 anni. Adesso, senza voler troppo generalizzare, potremmo dire che questa è una delle tante spie da cui si evince un dato oggettivo: l’impiego pubblico in Italia è ancora oggi soggetto alle più disparate raccomandazioni, gerarchie e mafie culturali di ogni tipo. Tutti gli ideali acquisiti nel corso degli studi, da parte di queste ‘vittime’ della loro stessa nefandezza, vengono in tale modo smembrati del loro significato più profondo riconducendoli al semplice destino di ladri o persone avide dal quale ogni padre cerca di allontanarci consentendoci di studiare. Questi professoroni avranno predicato chissà quali concetti del sapere e della libertà di pensiero nelle aule (il pensiero va inevitabilmente ai docenti di Diritto e Filosofia in special modo), per poi dimostrare di aver soltanto una lucida patina di Bene sul viso, volata facilmente nel momento in cui il vento della Giustizia gli è soffiato in fronte. Per di più, tutto ciò offende ineluttabilmente il lavoro e lo studio di tutti quei giovani che credono negli ideali veri dell’insegnamento e del pane onesto. «Un uomo libero agisce sempre in buona fede e non ricorre all’astuzia» diceva Baruch Spinoza.

Un po’ come gli abitanti del paese della novella di Calvino, questi professoroni furbacchioni hanno rubato per non essere derubati del loro posto (fisso), e a loro volta hanno pagato dei poveri affinché rubassero ad altri poveri per non far diminuire le loro ricchezze, situazione simile a quella di insegnare a degli aspiranti insegnanti che per andare avanti devono prima stare dietro a te, anzi, forse, per meglio dire sotto. Noi giovani, infine ci configuriamo con l’onesto, il quale non ha mai voluto rubare e, alla fine, è morto di fame.

Filippo Triolo©

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