Ogni donna nella sua vita affronta due fasi: la fase “Principessa” e quella “Wonder Woman”. La prima nasce dall’idea di amore romantico, dal desiderio di cura e da quello di vivere in un castello e avere cioccolata calda come colazione a letto tutte le volte che si vuole. La seconda si fa spazio nella mente quando, a sette anni chiediamo di far parte della squadra di calcio del paese e ci viene risposto: “Quello è uno sport da maschi! Perché non provi con la danza?”; e uno spiraglio si fa spazio tra i cavalli bianchi e le torri dei castelli e s’interroga: “Da maschi?!”.
Discriminazione e stereotipi di genere
Tutti hanno sperimentato situazioni come questa spesso senza rendersi conto di trovarsi di fronte ad esempi di discriminazione di genere. La discriminazione è un processo cognitivo che nasce dalla categorizzazione, e che sta alla base della formazione dello stereotipo.
Ci sono situazioni in cui lo stereotipo esercita una forte influenza, come accade per il mondo del lavoro. Questo accade per la doppia dello stereotipo: descrittiva e normativa. Nel primo caso vengono racchiuse le caratteristiche attribuite a categorie e gruppi di persone; la funzione normativa ha al suo interno delle vere e proprie norme di comportamento, delle convenzioni che stabiliscono come una persona dovrebbe o non dovrebbe comportarsi in base al gruppo a cui appartiene. Le donne, ad esempio, sono descritte stereotipicamente come gentili, propense all’obbedienza, all’ascolto e all’aiuto degli altri (caratteristiche che vengono definite “communal” in psicologia sociale), e come poco orientate all’obbiettivo e non adatte a comandare (caratteristiche tipicamente ritenute maschili presentate con il termine “agentic“).
Le donne in carriera
C’è una terza fase che una donna può affrontare nell’arco della sua vita: la “Miranda Priestley”, la donna in carriera per eccellenza: tirannica, dai modi poco femminili, frustrata e a rischio di fallimento in ogni momento.
Lo stereotipo della donna in carriera http://www.ilmioguardaroba.it/news/outfit-donna-in-carriera-2016/
Per lo meno questo è il modo in cui una donna che ha raggiunto i vertici viene descritta. Una donna, secondo lo stereotipo di genere non è adatta a ricoprire ruoli che richiedano l’esercizio della leadership. Quindi spesso, a parità di performance lavorativa, le si preferisce un uomo. Ma quando una lavoratrice dimostra di avere le qualità e gli attributi necessari per ricoprire una posizione manageriale e riesce nel suo intento, viene discriminata perché non rispetta le norme imposte dallo stereotipo di genere. C’è una categoria di donne in carriera che ha catturato l’interesse della psicologia sociale negli anni: le Queen Bees.
Il fenomeno Queen Bees
Con Queen Bees si definiscono quelle lavoratrici che hanno raggiunto gli obiettivi lavorativi che si erano prefissate e hanno fatto carriera in un’organizzazione maschile; sono tipicamente associate ad una scarsa identificazione di genere e, secondo la letteratura della psicologia sociale, contribuirebbero ad aumentare lo stereotipo e la discriminazione di genere nei confronti delle colleghe che ricoprono ruoli più bassi all’interno dell’organizzazione lavorativa. Che una lavoratrice soddisfatta e realizzata sia accostata all’idea di sentirsi una donna non convenzionale, diversa dalle altre è un esempio lampante di discriminazione. Sradicando quest’idea uno studio di Belle Derks e colleghe ha evidenziato l’importanza del contesto nella creazione del fenomeno “Queen Bees”. La struttura lavorativa costruita e pensata per dar spazio agli uomini, non lascia alternative alle donne se non quella di omologare il proprio comportamento a quello del sesso opposto anche se questo significa separarsi dalla propria identità di genere.
Qual è allora il prezzo del successo se la competenza e l’impegno non bastano?
Valentina Brina
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