Quando il passato ti viene a trovare: storie di ricordi e oblii dai Greci a noi

La vita ci obbliga spesso a pagare il conto con il passato, il cui ricordo, per quanto a volte doloroso, può migliorare il nostro futuro.

Primo Levi, lo scrittore che più di ogni altro ha affrontato il tema del ricordo di un dolore provato.

Meglio ricordare o nascondere nei meandri della nostra mente un passato ormai svanito, bello o brutto che sia? Le interpretazioni nel corso dei tempi sono state molteplici, dalla cui analisi nasce un quadro complesso incentrato su un profondo scandaglio dell’animo umano.

 

Non ricordate i mali subiti”: un invito proveniente dall’antica Atene

Quella che sto per affrontare è una storia dalle molteplici sfaccettature, una storia che può riguardare un popolo, una città, addirittura una generazione, ma anche una coppia di amanti o una singola persona alle prese con i tormenti del suo animo. È una storia di lotte e riconciliazioni, di oblii e ricordi tesi entrambi al benessere umano, personale o collettivo che sia.

Il nostro viaggio inizia nella culla della civiltà classica, la Grecia di Pericle, di Alcibiade, di Demostene, ed in particolar modo nella città di Atene, pólis che nella seconda metà del V secolo era alle prese con una guerra destinata a modificare per sempre i destini dell’intera umanità: la guerra del Peloponneso. Nel 404 a.C, con la conclusione della guerra a favore degli Spartani, Atene entrò nel caos più totale ed il popolo, stanco delle terribili condizioni in cui versava, decise, su iniziativa di alcuni leader quali Teramene e Crizia, di instaurare una nuova forma di governo che è passata alla storia con il nome di ‘Governo dei Trenta Tiranni’: era questo l’atto che sanciva la fine del tratto maggiormente distintivo della città di Atene, la democrazia. Dopo una breve fase di relativo consenso, i Trenta instaurarono un clima di terrore e di violenze continue: condanne a morte, esilii, confische si susseguivano ed espandevano a macchia d’olio e i Trenta arrivarono addirittura a restringere la cittadinanza a soli 3000 uomini. Un governo del genere non poteva reggere a lungo, tant’è che, solo un anno dopo la loro solita al potere, i democratici che erano riusciti a salvarsi rifugiandosi in una piccola fortezza nel demo di File, guidati da Trasibulo, affrontarono i Trenta e riuscirono a sconfiggerli. Questo accadde nel maggio del 403 a.C. e solo un mese dopo Trasibulo e i suoi, rientrati ad Atene, restaurarono la democrazia. Vi starete probabilmente chiedendo il motivo per cui io abbia narrato tutto ciò… ebbene nella vittoria di Trasibulo, o meglio subito dopo di essa, accadde qualcosa di capitale, un ‘unicum’ nella storia di Atene. Nonostante i tanti torti e le tante angherie subite, Trasibulo fece promettere ai suoi, al popolo ateniese, di non vendicarsi sui Trenta, di non utilizzare le loro stesse armi, ma di dimenticare i mali subiti in modo tale che la città potesse vivere in amicizia e concordia. Il termine utilizzato da Trasibulo in questa circostanza è μή μνησικακεν che significa letteralmente ‘non ricordare i mali subiti’, la cui conseguenza è il non serbare rancore verso chi ha commesso il male e in ultima istanza il rinunciare a ogni forma di vendetta. Chi subiva un torto, se decideva di non vendicarsi, per far andare avanti le cose si affidava all’oblio più totale. In una società come quella greca, in cui la vendetta era un valore portante, un evento del genere è di rimarchevole importanza e ci dà il là per una riflessione molto più ampia.

Primo Levi e il ricordo: un monito per il futuro

Coloro che non ricordano il passato sono condannati a riviverlo.

Chiunque si avvicini al campo di concentramento di Dachau può leggere questa frase incisa in ben trenta lingue, tratta da un libro monumentale di Santayana, “The Life of Reason, or the Face of Human Progress”. Come si può subito intuire, il concetto  è pressoché lo stesso di quanto visto nel mondo greco, ma l’invito offertoci da Santayana è l’esatto opposto: la necessità del ricordo opposta al suo oblio. Questa idea è espressa in modo molto simile anche  nel libro “La Tregua” di Primo Levi, divenuto uno dei maggiori scrittori e saggisti del secolo scorso dopo essere sopravvissuto alla detenzione nel campo di concentramento di Auschwitz. Quello di Levi, così come quello di tutti coloro che dovettero affrontare lo strazio dell’Olocausto, fu sicuramente uno dei ricordi più angosciosi e strazianti che la mente umana potesse essere costretta a sopportare, ma lo scrittore torinese, seppur segnato dalla tragica esperienza, non si abbandonò alla disperazione, non cercò un felice rifugio nell’oblio del triste passato. Il suo scopo era molto più nobile: volle usare la sua esperienza per dare un insegnamento all’intera umanità, mostrare come anche un evento doloroso può esserci utile tramite il suo ricordo. Sbarazzarsi del passato sarebbe la via più semplice, ma allo stesso tempo l’errore più grande che possiamo commettere perché la storia, come ci insegna Tucidide, è uno κτήμα ες αιέι, un possesso per sempre, un qualcosa che, ripetendosi sempre con le medesime caratteristiche, può essere usato come monito per affrontare al meglio il futuro e non reiterare gli errori passati.

Forse, quanto è avvenuto non si può comprendere, anzi non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare. Mi spiego: ‘ comprendere’ un proponimento o un comportamento umano significa ( anche etimologicamente) contenerlo, contenerne l’autore, mettersi al suo posto, identificarsi con lui… Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.

 

Don’t look back in anger: come affrontare l’incancellabile passato dagli Oasis ai Linkin Park

L’universalità dell’argomento che mi sono proposto di trattare mi porta a compiere un altro grande salto, non solo temporale, ma anche concettuale. Se fino ad ora abbiamo affrontato storie di ricordi riguardanti un intero popolo, quello ateniese, o addirittura un’intera etnia, quella ebraica, ora il nostro focus si restringe, o per meglio dire si interiorizza, giungendo a riguardare la singola persona alle prese con il dramma di un ricordo che la morsa del tempo non potrà più restituirgli. Come fare quando il passato ti viene a trovare stringendoti talmente forte da far venire meno ogni forza vitale? È quello che si chiedono gli Oasis nella celeberrima “Don’t look back in anger”, monumento della musica contemporanea, divenuto l’inno di un’intera generazione. Non si può dimenticare ciò che è stato perché, per quanto ci si provi, il suo ricordo sarà sempre vivo nel tempo,  bisogna solo imparare a vedere in tutto quello il nostro bagaglio di esperienze una parte di storia della nostra vita, bella o brutta che sia, senza provare rabbia o rancore per qualcosa che poteva esserci ma non c’è stata e viceversa, come lo stesso Noel Gallagher afferma in un’intervsita rilasciata a NPR in riferimento a Don’t look back in anger:

È iniziato come una canzone di sfida, su questa donna: sta metaforicamente vedendo passare la storia della sua vita, e sta pensando, “Sai cosa? Non ho rimpianti”.

L’atmosfera si fa più triste e cupa in Iridescent, brano del 2010 dei Linkin Park, band statunitense il cui leader, Chester Bennington, è morto poco più di due anni fa nella sua residenza in California. Iridescent sembra quasi un grido di aiuto che il cantante sta rivolgendo a chi gli sta attorno, un grido concretizzato dal “Save me now” della prima strofa che però non trova alcuna risposta. Il ricordo qui non può essere inteso come un qualsiasi evento ci sia capitato nell’arco dell’esistenza, ma come un qualcosa di molto più preciso: si tratta del ricordo di un fallimento, di un dolore lacerante, di un passato che sembra essere stato costellato solo da insuccessi e sventure.

Remember all the sadness and frustration… and let it go!

Con queste parole, ripetute più volte nel corso della canzone, a volte gridate a squarciagola, Chester ci sta invitando a ricordarci di ogni tristezza, di ogni frustrazione provata, ad affrontarle faccia a faccia, ma poi a lasciarle andare, in modo tale da lasciare che sia l’aspettativa di un futuro migliore, e non l’angoscia di un passato sopito, a parlare per noi.

 

 

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