In Althenopis, Fabrizia Ramondino narra Napoli come una città interiore, dove la lingua del corpo e quella della mente si affrontano. Attraverso un bilinguismo culturale, la scrittrice esplora la tensione tra l’esperienza vissuta e la sua rappresentazione, con rimando alla lezione di Benveniste: l’uomo diventa soggetto solo nella parola.

La lingua non è mai un semplice mezzo di comunicazione. È il luogo in cui ci riconosciamo, o ci smarriamo. In Althenopis (1981), Fabrizia Ramondino costruisce una Napoli che non appartiene solo alla geografia, ma alla memoria e al linguaggio. Due lingue — il napoletano e l’italiano — la dividono e la definiscono, creando un doppio codice culturale. In questo bilinguismo si nasconde una questione più profonda: come il linguaggio costruisce l’identità. Benveniste scrive che “è nel e attraverso il linguaggio che l’uomo si costituisce come soggetto”. Ramondino lo dimostra narrando la propria doppia appartenenza linguistica.
Due lingue, due mondi: Napoli come spazio del corpo e della memoria
In Althenopis, Napoli non è descritta, ma rievocata attraverso una lingua che imita il ritmo della memoria. Ramondino scrive in un italiano colto e cristallino, ma la struttura delle frasi, la scelta lessicale e la cadenza del periodo rivelano una musica interiore che proviene dal napoletano. È un dialetto mai pronunciato, ma costantemente presente: il suo battito resta sotto la lingua. Il napoletano è la lingua dell’esperienza originaria, quella che appartiene al corpo, ai suoni dell’infanzia, alle relazioni quotidiane. L’italiano, invece, è la lingua dell’elaborazione e del racconto. La distanza fra le due non è formale, ma temporale: la lingua madre resta nella memoria come un’eco del passato, mentre la lingua della scrittura la trasforma in narrazione. La tensione tra questi due piani produce la voce del romanzo. Ramondino non “traduce” Napoli, ma la rifonda: la città, e con essa l’identità della narratrice, esistono solo nel momento in cui vengono dette. Ogni parola italiana è una mediazione, ma anche una forma di salvezza: ciò che si perde nell’immediatezza si riconquista nella durata della scrittura.

Due codici culturali: vivere in una lingua, pensare in un’altra
Il bilinguismo di Althenopis non riguarda due idiomi reali, ma due sistemi di senso. Da una parte c’è la lingua materna, orale, affettiva; dall’altra la lingua dell’educazione, dell’analisi, della cultura borghese. Ramondino appartiene a entrambe, ma nessuna la rappresenta del tutto.
Scrivere in italiano significa collocarsi dentro un codice sociale e letterario che ordina la realtà, ma la sua voce conserva l’istinto e la vitalità di un’altra lingua, quella che le ha insegnato il mondo attraverso il suono e il gesto. È una condizione interiore, più che linguistica: la tensione costante fra il corpo che ricorda e la mente che descrive. Questo doppio codice culturale plasma la struttura stessa del romanzo. Ogni frase oscilla fra due registri: la concretezza sensoriale e la distanza riflessiva. Ramondino scrive da una soglia, e quella soglia è la sua identità. Il linguaggio dell’esperienza e quello della rappresentazione si inseguono senza mai coincidere. L’io che parla è sempre leggermente diverso dall’io che ha vissuto.
Benveniste e la soggettività nella parola: dire “io” per diventarlo
La riflessione di Benveniste offre la chiave per comprendere questa tensione. Nel 1966 il linguista afferma che “è nel e attraverso il linguaggio che l’uomo si costituisce come soggetto”. Il soggetto, dunque, non precede la parola: nasce ogni volta che parla, e scompare quando tace. In Althenopis, la narratrice compie esattamente questo gesto. Non descrive un sé già formato, ma si forma narrando. L’infanzia napoletana, con la sua lingua implicita, esiste solo nel momento in cui viene pronunciata. La scrittura diventa un atto di fondazione: dire “io” significa esistere, anche se a costo di perdere la pienezza del vissuto. Ramondino dimostra che la parola non è uno strumento della memoria, ma la sua condizione di possibilità. L’io che racconta non coincide più con l’io che ha vissuto: nasce da esso e insieme lo reinventa.