Può l’arte insegnarci qualcosa? Sì ed Alphonse Mucha ne è la prova

Il padre dell’Art Nouveau torna in Italia sollecitando l’importanza didascalica dell’arte in quanto tale.

Le opere dell’artista ceco sono esposte nuovamente in Italia con la mostra Alphonse Mucha: la seduzione dell’Art Nouveau, al Museo degli Innocenti di Firenze, fino al 7 aprile 2024. Al centro d’esse, il fil rouge da sempre oggetto di riflessione nella carriera di Mucha: l’arte come mezzo di divulgazione del proprio pensiero politico e filosofico.

Il primo grafico di successo

Alphonse Maria Mucha nasce nella Moravia meridionale del 1860, all’apice del movimento risorgimentale ceco che riaffermò l’identità nazionale declinata a causa della germanizzazione imposta dalla dominazione asburgica. È in questo clima patriottico che l’artista adolescente inizia la sua formazione intellettuale e religiosa, votata alla ricerca di mezzi creativi per contribuire ai bisogni della nazione. Matura presto in Mucha la convinzione che l’arte debba essere socialmente funzionale, in grado cioè di rispondere ai cambiamenti socio-politici all’ordine del giorno, piuttosto che un virtuosismo astratto, sconnesso dal contesto storico in cui viene realizzato. In questa concezione di arte impegnata, è possibile comprendere maggiormente l’indifferenza del ceco alla paternità, a lui attribuita, dell’Art Nouveau:

che cos’è la nuova arte? […] L’arte non può mai essere nuova. L’idea di arte ‘moderna’ come moda passeggera è offensiva. L’arte è eterna come il progresso dell’uomo e la sua funzione è quella di accendere di luce il cammino del mondo. L’arte si trova in costante sviluppo ed è sempre qualche passo avanti all’umanità.

Ciononostante, Alphonse Mucha fu uno dei massimi esponenti proprio di quella corrente artistica a cavallo tra fine Ottocento ed inizio Novecento, caratterizzata da un nuovo interesse naturalistico e dal rifiuto degli stili storici. Il successo che ebbe quando arrivò a Parigi non fu immediato, sebbene la notorietà lo colse comunque impreparato, una volta che iniziò ad ideare i cartelloni pubblicitari per le rappresentazioni teatrali della ‘divina’ Sarah Bernhardt, l’attrice più celebre ed apprezzata della Belle époque.

L’arte pubblicitaria di Mucha

La fama che Alphonse Mucha si guadagnò, realizzando i manifesti per le produzioni della Bernhardt, fu dovuta soprattutto alla nascente società del consumo di massa di quegli anni. Durante la Belle époque, cresce infatti la domanda pubblicitaria, grazie anche alle nuove tecniche litografiche, portando in auge una nuova forma di arte visiva godibile per tutti.

I manifesti erano un mezzo adatto per illuminare un pubblico più ampio. La gente si fermava a guardarli mentre andava a lavoro traendone un piacere spirituale. Le strade divennero una mostra a cielo aperto.

È con queste parole che Mucha descrive il riguardo che la società parigina di fine secolo nutriva nei confronti delle nascenti arti grafiche. La riflessione dell’illustratore, ancora una volta, porta la nostra attenzione sul sollievo intellettuale che le rappresentazioni su carta dovessero apportare agli spettatori; quanti più possibili. Le idee stilistiche che vengono predilette dal ceco sono quindi semplici, facilmente comprensibili per un pubblico non particolarmente acculturato, ma anzi, che possa trarne insegnamenti proprio grazie all’universalità di ciò che veniva mostrato: concetti elementari come le stagioni e le ore espressi con motivi botanici e floreali ispirati all’artigianato dei popoli moravi. Di fatti, l’abile grafico cercò sempre d’integrare i temi tradizionali della sua patria nel suo operato artistico, in quel connubio di arte e dialettica storica in cui s’impegnò per la vita. Tale era la convinzione della predominanza didascalica che l’arte dovesse avere, che lo stesso Mucha divenne un docente privato di illustrazione e design nell’Atelier Mucha, durante il suo soggiorno newyorkese, verificatosi poco dopo la pubblicazione dei Documents décoratifs (1902), un volume di 72 tavole concepite come un manuale d’insegnamento per artigiani e manifatture, ben presto adottato nelle accademie europee, concretizzando così le aspirazioni di Mucha di impegno sociale della propria arte.

L’impegno sociale di Mucha

Proprio durante l’esperienza americana del ceco si concretizza il progetto, d’influenza massonica, dell’Epopea Slava: un ciclo di 20 dipinti che illustrassero i momenti chiave che, a suo avviso, avessero maggiormente condizionato il progresso della civiltà slava. Mucha stesso (d’accordo con il miliardario Charles Richard Crane, finanziatore dell’idea) consegnò alla città di Praga tutte le tele ultimate, in occasione del decimo anniversario del giovane stato cecoslovacco, nel 1928, commentando il gesto con parole di luce e fratellanza:

L’obiettivo del mio lavoro non è mai stato distruggere, bensì costruire, creare legami, perché dobbiamo tutti sperare che l’umanità tenda all’unione e ciò sarà tanto più facile quanto più ci comprendiamo a vicenda.

L’atteggiamento panslavista di Mucha rispecchia quelle convinzioni di impegno civico e associazionismo che portò avanti fin dalla giovinezza, quando, ancora studente, fondò il circolo Lada, riunendo intorno a sé artisti cechi, russi, e polacchi, emigrati a Parigi come lui. Fervido sostenitore che l’arte debba essere messa al servizio di un “messaggio morale” di cui l’artista si fa portavoce, comunicando con “le anime dell’uomo,” il moravo dedicò parte del suo tempo alla promozione di eventi filantropici cechi, realizzando anche le prime banconote del nuovo stato cecoslovacco, secondo un’ottica volitiva consacrata all’esaltazione dei valori patriottici, poiché “l’artista deve rimanere fedele a sé stesso e alle sue radici nazionali.” Le convinzioni di Alphonse Mucha non vanno comunque lette secondo un’ideologia nazionalista; egli fu un convinto pacifista, soprattutto negli ultimi anni di vita, durante i quali ebbe modo di testimoniare il crescente clima bellico che sfocerà nella Seconda guerra mondiale. L’arte che il ceco ci ha lasciato è quindi meramente messianica, consacrata all’espressione del bello come mezzo di divulgazione teorico, in linea con l’operosità educativa che egli ebbe per tutta la vita.

 

Lascia un commento