Il Superuovo

Praga, Guccini e lo Stato Sociale ci raccontano l’arte di essersi rotti il cazzo

Praga, Guccini e lo Stato Sociale ci raccontano l’arte di essersi rotti il cazzo

L’insoddisfazione per il mondo in cui si abita e dove si opera è un elemento portato alla luce da molti artisti. Partendo dalla seconda metà dell”800, vediamo tre esempi di persone che hanno messo in parole la propria repulsione. 

Emilio Praga sul letto di Morte.
attribuito a Tranquillo Cremona, non datato.
(deartibus)

Di fronte alle contraddizioni e alle brutture del presente, così come nei confronti del passato, è possibile provare un certo sentimento di rifiuto, che a volte si trasforma anche in maledizione ed esasperazione. In questo articolo ho tentato di raccogliere tre esempi, provenienti da tre periodi diversi, che possono essere accomunati proprio da questo: essersi ampiamente rotti il cazzo.

Emilio Praga e il rifiuto del passato

Preludio

Noi siamo i figli dei padri ammalati;
aquile al tempo di mutar le piume,
svolazziam muti, attoniti, affamati,
sull’agonia di un nume.

[…]

Casto poeta che l’Italia adora,
vegliardo in sante visïoni assorto,
tu puoi morir!… degli anticristi è l’ora!
Cristo è rimorto!

O nemico lettor, canto la Noia,
l’eredità del dubbio e dell’ignoto,
il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boia,
il tuo cielo, e il tuo loto!

[…]

Non irrider, fratello, al mio sussurro,
se qualche volta piango,

giacché più del mio pallido demone,
odio il minio e la maschera al pensiero,
giacché canto una misera canzone,
ma canto il vero!

Con queste parole, nel 1864, Emilio Praga apriva la sua seconda raccolta di poesie. A prima vista notiamo subito l’intento programmatico, simile a quello dei manifesti avanguardisti che verranno composti all’inizio del Novecento. Praga, figlio di una famiglia agiata, condurrà una vita breve: morirà nel 1875 a soli 36 anni a causa dell’alcol. Le sue opere si collocano all’interno del movimento della Scapigliatura, sviluppatosi nella seconda metà dell’Ottocento ad opera di un gruppo di giovani poeti ed artisti, accomunati soprattutto dal rifiuto del passato e il riferimento a modelli europei precedenti, tra cui Edgar Allan Poe e Charles Baudelaire, a cui Praga rimanda proprio nel Preludio, scrivendo della noia che corrisponde a quel malessere esistenziale di cui parla in modo estremamente efficace il grande poeta maledetto. Un momento fondamentale della sua vita è un viaggio a Parigi, in cui l’artista entra in contatto con la letteratura francese del suo secolo.

Dal Preludio, incentrato sul rifiuto di quei padri ammalati di una letteratura considerata ormai tutta da buttare, emerge un rigetto in particolare verso Manzoni“Casto poeta che l’Italia adora”. Ad esso viene riservata una maledizione superiore anche a quella indirizzata al lettore, che è sì nemico, ma poi fratello.

Francesco Guccini e la critica al mondo della musica

Siamo nel 1976. Francesco Guccini è un giovane cantante deluso dalla vita e completamente disilluso. Nella sua Avvelenata, che in un certo senso segnerà il suo successo, viene sprigionata tutta la rabbia del giovane artista, il quale non capisce bene la nascita della sua illusione (“sian stati i libri o il mio provincialismo”) che l’ha portato a dedicarsi alla musica, ma di sicuro sa che i risultati non sono quelli sperati (“credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, io avrei scritto canzoni?”). Lo sforzo di dedicarsi alla musica è stato tanto inutile da arrivare a rinnegare la propria stessa opera: alla scrittura è riservato solo il ruolo di frugare dentro le nostre miserie nei momenti più bui, portando alla luce proprio quelle brutture che, più di un secolo prima, gli Scapigliati si proponevano di descrivere. Il finale porta forse un lieve spiraglio di luce: nonostante le tristi premesse, l’autore ha “tante cose ancora da raccontare” per coloro che vorranno ascoltarlo, “e a culo tutto il resto”.

Lo Stato Sociale: la critica totale ed esasperata

Andiamo ancora avanti nel tempo, e arriviamo a Mi sono rotto il cazzo, pubblicato nel 2017 dalla band bolognese Lo Stato Sociale. In questo brano vengono elencate, sotto forma di uno sfogo esasperato reso più dalle parole che dalla melodia,  una serie di brutture della vita di tutti i giorni e del panorama musicale contemporaneo: si parte dall’amore fatto di incertezze e ansie, si arriva a una città ridicola e commerciale tanto quanto la “fauna” che la popola, si parla anche della difficoltà degli artisti emergenti a trovare collaborazioni serie nel mondo della musica (e qui abbiamo forse il punto di contatto maggiore con L’Avvelenata). Non si risparmia nemmeno la politica, non meno falsa degli altri elementi e nascosta dietro una retorica vuota (“Del facciamo quadrato nel grande centro nei girotondi, Del partito dell’amore, Del governo ombra”). Ricordando anche la difficoltà del periodo di crisi, la canzone arriva anche a scagliarsi contro il cantante stesso, disilluso e annoiato.

In questo caso i toni sono di certo più giocosi che nei due esempi precedenti, ma il panorama che viene tratteggiato non è meno insoddisfacente, e nonostante la vena ironica che la contraddistingue, resta centrale l’esasperazione verso un mondo di cui si notano soprattutto le contraddizioni.

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