Povere creature uscirà al cinema il 25 Gennaio. Con lo sguardo di alcune autrici scopriamo come la figura femminile si identifica nel mostro di Frankenstein.

Il film di Yorgos Lanthimos ha già riscosse molto successo. Sin dal festival di Venezia la pellicola ha vinto numerosi premi, tra cui appunto il Leone d’oro per il miglior film, ma successivamente anche 2 Golden Globes. Attualmente la pellicola è candidata per ben 11 statuette d’oro agli Academy Awards.
La pellicola in sé, oltre a far emergere grandi doti attoriali di un cast eccezionale e dare il pieno potenziale del suo regista, è l’incontro perfetto di varie opinioni di scrittrici dell’otto-novecento. Il film trae ispirazione dal romanzo di Alasdair Gray, uscito nel 1992. Vedremo come una creatura femminile, nata dalla mente di un autore uomo può in qualche modo stonare, ma può anche essere la mescolanza ideale per mettere in discussione il ruolo femminile nella letteratura e nelle rappresentazioni fantastiche.
Povere Creature
La storia inizialmente potrebbe far pensare a quella di Frankenstein. La protagonista (interpretata da Emma Stone) è infatti una creatura parzialmente creata in laboratorio. Infatti è una ragazza riportata in vita dopo il suicidio, ma con la differenza che all’interno della sua testa è stato trapiantato il cervello del feto che aveva in grembo. Per questa ragione al suo risveglio ha dei comportamenti molto infantili e una strana libido. Sarà quest’ultima sua caratteristica che la porterà a disobbedire ai comandi dello scienziato che l’aveva portata in vita e a scappare con un uomo. In questo viaggio scoprirà il mondo e la disparità che esiste. Con l’aiuto di alcuni personaggi, inoltre, verrà introdotta alla filosofia.
Senza fare spoiler, questa pellicola racconta non solo del suo viaggio in fuga. Non si tratta solo di un viaggio fisico, ma anche di un viaggio mentale attraverso l’esperienza. Una creatura appena nata che scopre il mondo e le sue ingiustizie, guidata dalla curiosità, che la porterà inevitabilmente a capire il motivo del suo suicidio nella vita precedente. Scopriamo così che le povere creature sono tutti gli esseri umani.

Il mostro di Frankenstein
La somiglianza iniziale a “Frankenstein” di Mary Shelley è quasi ovvia. Quello che è meno ovvio è l’ingenuità di queste due creature. Infatti il ribaltamento dei ruoli avviene in tutti e due i casi. Generalmente si pensa al mostro di Frankenstein come se fosse appunto un mostro, quindi una creatura cattiva. In realtà, però, non c’è nulla di cattivo nel mostro, che viene identificato tale solamente perché creato in laboratorio, quindi avente sembianze non normali. Il suo comportamento è dovuto alla totale inesperienza del mondo, come se fosse un bambino. Il vero cattivo della storia, se davvero ce ne deve essere uno per forza, sarebbe da identificare nello scienziato, nel dottor Frankenstein.
All’epoca dell’uscita del romanzo di Mary Shelley molte donne si identificano nella creatura. La creatura veniva isolata appunto perché le sue sembianze erano mostruose, quindi scappa e si rintana e impara il francese ascoltando una famiglia, di nascosto. Le donne non venivano isolate per lo stesso motivo, ma perché reputate deboli e fragili. Anche le donne dovevano imparare di nascosto o quanto meno da sole. Per di più, la somiglianza più lampante è forse il fatto che lo scienziato, mentre costruisce il mostro, sceglie le parti migliori dai corpi dei cadaveri, ma appena il mostro apre gli occhi, lo scienziato lo teme. Questo si accosta bene alla cultura del tempo, che voleva le donne come creature che potessero adempiere le aspettative degli uomini, ma crea terrore il fatto che le donne possano avere una loro volontà.
Mary Shelley stessa negava il suo talento, forse per timore di non rispecchiare più la donna tradizionale. Dichiarava lei stessa infatti che voleva essere semplicemente una moglie con dei figli. Solo quando rimane vedova vivrà dei suoi libri, sempre dichiarando però che non voleva tanto essere una scrittrice, quanto qualcuno che sogna ad occhi aperti.
L’azione femminile
Nel corroborare questa tesi si sono spese molte autrici. Una fra tutte è proprio Virginia Woolf, esempio eccellente di femminismo letterario e non solo. Secondo la Woolf infatti, la possibilità della donna di scoprire e imparare sono molto limitate. In “Povere creature” la protagonista lo può fare solo perché fugge dal suo creatore e padrone. Non esisteva uno spazio per la donna, non esisteva la possibilità di poter creare qualcosa. In tutta la letteratura, anche i personaggi femminili più caratteristici sono stati scritti da autori uomini. Si tratta di una sorta di premio di consolazione, perché figure come Madame Bovary o Anna Karenina sono profili di donne con un carattere molto forte, ma nella vita reale non c’era possibilità per una donna comune di potersi ribellare al padre o al marito. Per questo funzionano molto bene figure dissonanti come Jane Eyre di Charlotte Bronte.
Da qui, poco a poco, sempre più autrici donne riescono a prendere spazio nella letteratura. In “Jane Eyre” la figura femminile ha una duplice valenza. Da un lato la protagonista è sempre una donna fuori dai canoni dell’epoca, dall’altro lato troviamo il personaggio di Bertha Mason, addirittura rinchiusa in soffitta, in quanto creatura troppo spaventosa, da rifiutare.
Proprio su Bertha Mason si incentra lo spin-off “Il grande mare dei Sargassi” di Jean Rhys. L’autrice vuole dare un peso di voce anche a figure femminili che non hanno la possibilità di riscatto. Mentre in condizioni più o meno agiate le donne iniziano a poter avere un’istruzione, in situazioni coloniali, per via del colore della pelle o per condizioni sociali peggiori, la donna rimane come un oggetto.
Rimane importante da sottolineare che per quanto se ne parli, è importante che personaggi femminili di questo tipo siano scritti da autrici donne. Questo perché solo in determinate circostanze si può davvero capire quello che si prova e trasmetterlo, perché altrimenti il massimo che si può fare è la descrizione esterna di una data circostanza.
Entra in gioco quindi la discussione portata avanti da Le Guin, autrice, fra le altre cose, del ciclo di Terramare. L’autrice sostiene infatti che la letteratura (nel suo caso fantascientifica) è costellata da soli autori uomini e non riesce a far spazio ad autrici femminili. Però si dà una spiegazione, anche molto primordiale. Spiega infatti che il raccontare le storie nasce in tempi lontanissimi, quando le donne rimanevano a casa e gli uomini andavano a caccia. Era sicuramente più avvincente la storia della caccia che quella di chi rimane in casa. Più avvincente è anche il fatto di dover uccidere animali e altre volte anche persone. Crea adrenalina. Raccontando queste storie, di generazione in generazione, si crea un modello culturale, che porta quindi a identificare sia negli uomini sia nelle donne degli stereotipi comportamentali.
Una riflessione finale, ma molto importante, di Le Guin è che se per essere avvincenti, adrenalinici e per essere così importanti nella società è così importante uccidere per poter essere riconosciuti come esseri umani, allora preferisce non essere umana.