Poeti in guerra: The Pacific racconta la scrittura che salva sotto le armi

Se scrivere salva la vita, lo fa ancora di più sotto le armi.

 

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“Stando lì tra la morte, tra i morti, non c’era tempo. Bisognava dire delle parole decise, assolute, e allora questa necessità di esprimersi con pochissime parole, di ripulirsi, di non dire che quello che era necessario dire”.  È Ungaretti a pronunciare queste parole, quando gli verrà chiesto di spiegare perché in guerra ha scritto in quel modo, proprio come hanno fatto i War Poets inglesi.

 

 

 

 

La parabola dei War Poets

Per la prima volta a scrivere di guerra erano ragazzi, giovani uomini senza esperienza del mondo ma con grande brama di conoscerlo, che si ritrovarono sballottati in trincee paragonabili a nient’altro se non ai gironi infernali, alle soglie tra la vita e la morte. Forse il destino migliore toccò a quelli che caddero, che lasciarono in silenzio il campo di battaglia, potendo sfuggire al suo terribile ricordo. Quelli che sopravvissero al conflitto rimasero psicologicamente e fisicamente segnati per il resto della loro vita. Siegfried Sassoon scrisse, nel 1962, il rancido tanfo di quei corpi ancora oggi mi perseguita. Tra i War Poets che perirono sul campo ricordiamo sicuramente Charles Sorley, la cui poesia più famosa, Quando vedi milioni di morti senza bocca fu trovata tra i suoi averi, dopo che venne ucciso durante la battaglia di Loos nel 1915.

Tutti i War Poets parlano di guerra, dei cadaveri putrefatti, dei ratti che se ne nutrono, della paura di morire, ma ognuno di loro dà una diversa declinazione alla disperazione del conflitto. Dal patriottismo di Rupert Brooke alla rabbia e alla protesta di Sassoon, alla compassione di Wilfred Owen, la gamma di temi e stili varia. In maniera simile, con l’avanzare della guerra cambiarono anche lo stile e i toni della poesia. Ancora inizialmente legati a quell’idillio romantico, alla poesia georgiana, i War Poets nelle loro prime sperimentazioni parlano della brutalità e della distruzione racchiudendole ancora nella perfetta forma conservatrice, stridente e limitante. È solo nella seconda fase della loro parabola che il loro modo di fare poesia cambia, perché non si può mantenere la bellezza della forma quando non c’è più bellezza nel mondo: con poche parole crude ed evocative, versicoli spezzati, che fungono quasi da maledizione e monito alle generazioni future, i War Poets risvegliano la coscienza di chi legge e condensano l’orrore della guerra, come per esempio nell’emblematico verso di Sassoon tratto da “Suicide in the trenches”:

pray you’ll never know

the hell where youth and laughter go

(pregate di non conoscere mai l’inferno dove vanno la gioventù e le risate)

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The Pacific: dalle pagine allo schermo

Eppure questo girone infernale che raccoglie una gioventù spensierata in cerca di avventure ce lo mostra la HBO, nell’ennesima miniserie tv che probabilmente vi siete persi e che è il caso di riscoprire. Diretta da Steven Spielberg e Tom Hanks, “The Pacific” si basa sul libro di memorie del marine Eugene Sledge intitolato “With the Old Breed”. Il libro vede luce solo nel 1981, quando Eugene (quasi) superato il dolore della guerra si decide a riprendere quella piccola e rovinata Bibbia che portava con sé e sulla quale aveva appuntato ciò che accadeva mentre era la guerra devastava le isole del Pacifico. Scrive nel suo libro:

È una delle maledizioni della guerra. Uno non solo combatte la guerra, ma se sopravvive, deve confrontarla per il resto della vita. 

La trama segue anche le vicende dei marine John Basilone (insignito della medaglia al valore per il suo incredibile coraggio dimostrato in guerra) e Robert Leckie, autore di un altro libro di memorie che contribuisce ad arricchiere la serie: “Helmet for my pillow”.

 

 

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Eugene Sledge in The Pacific intento a scrivere sulla sua Bibbia

 

 

 

Pezzi di storia

Ad aprire ogni puntata c’è la testimonianza di alcuni veterani che, accompagnando le immagini di repertorio, raccontano la propria percezione del conflitto. La pioggia incessante, l’atmosfera putrida e la vegetazione ostica, diventano dei leitmotiv delle panoramiche calibrate e i campi lunghi sembrano voler scovare il nemico fra l’ostile vegetazione. The Pacific può essere considerata un brillante esempio di crossover fra serie tv e cinema, che calibra perfettamente regia e scrittura, sapendo scovare gli scenari topici del conflitto, scandagliando a fondo l’animo di soldati semplici, che si interrogano sul senso della loro missione di distruzione dell’altro perché “chiedere perdono a dio per queste cose è un conto, ma perdonare sé stessi è un altro.”

The Pacific ha la capacità di coinvolgere, di ingurgitare lo spettatore e di catapultarlo nella giungla, allo sbaraglio, grazie alle inquadrature perfette e ai numerosi piani sequenza. Quando esplode una granata, c’è da coprirsi gli occhi, e quando i Marine parlano, c’è da prendere respiri profondi e abbandonarsi alla compassione, perché The Pacific non è un semplice racconto, ma un vero e proprio pezzo della memoria della nostra storia.

 

 

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