Studio, poesia e politica in un mare infinito di versi

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Se pensate di star per leggere l’ennesimo articolo sul pessimismo leopardiano o sull’attaccamento alla vita dello stesso autore, mi spiace dirvi che non è ciò che troverete nelle righe che seguono.
Politica e poesia
Tanto è stato scritto su Leopardi, sul suo “studio matto e disperato” e sui suoi immensi capolavori e tanto è il suo genio che potremmo continuare a parlarne all’infinito. Ad ogni modo, ciò che state per leggere è più una contestualizzazione storica della grande produzione letteraria del poeta di Recanati. L’uomo, il poeta scrive, ma cosa scrive se non impressioni, sensazioni, pensieri dettati da ciò che lo circonda? Riflette, immagina storie e amori lontani dal suo vissuto che però trovano natali nella sua stessa casa, nel suo stesso paese.

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Schieramenti
A soffermarsi sul teatro politico che fa da sfondo alla vita di Leopardi è stata anche la miniserie televisiva “Leopardi – Il poeta dell’infinito” mandata in onda su Rai 1 il 7 e l’8 gennaio. L’opera, impreziosita dai volti di Leonardo Maltese (Giacomo Leopardi), Cristiano Caccamo (Antonio Ranieri), Giusy Buscemi (Fanny) e Alessio Boni (Monaldo Leopardi), ripercorre la vita e gli amori del poeta con particolare interesse verso la difficile accettazione dei suoi componimenti negli ambienti bene della prima metà dell’Ottocento, ambienti nobiliari ancora troppo legati ai propri privilegi e restii al cambiamento. I rapporti turbolenti di Leopardi con l’aristocrazia dell’epoca cominciano proprio tra le mura domestiche, in cui il padre, il Conte di San Leopardo, è fiero rappresentante del pensiero controrivoluzionario. Ci si chiede, quindi, se nelle parole “figlio mio, non mi tradire” ci sia in realtà non solo una comprensibile paura dell’abbandono comune a tutti i genitori, ma anche un presagio che in un futuro non tanto lontano il figlio si sarebbe allontanato anche per divergenze politiche assolutamente non conciliabili.
Parole come fuoco
Se Monaldo Leopardi rimane, quindi, al sicuro nella sua dimora inespugnabile, suo figlio frequenta circoli intellettuali di stampo liberale dove si fa notare e apprezzare per “All’Italia” e “Orazione agli Italiani in occasione della liberazione del Piceno”. Entrambi componimenti estremamente patriottici in cui il poeta si schiera a sfavore della sottomissione politica dell’Italia all’Impero Francese dopo il Congresso di Vienna. Due opere che hanno parzialmente messo d’accordo l’aristocrazia conservatrice e i liberali rivoluzionari, andando, però, a infuocare gli animi di questi ultimi al punto che lo stesso Pietro Giordani in riferimento a “All’Italia” dirà “La tua canzone gira per questa città come fuoco elettrico: tutti la vogliono, tutti ne sono invasati”. Forse potremmo dire lo stesso del Conte di Leopardo, ma se il pensiero di quest’ultimo era indirizzato ad un ritorno al potere dell’aristocrazia italiana, per i liberali quelle di Leopardi erano parole che invitano a un cambiamento radicale, a una rivoluzione. I diversi ideali che hanno alimentato la politica italiana ottocentesca muovono le fila di molti altri racconti di successo. Basti pensare al “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa dove pensieri politici diversi si incontrano nell’arguta affermazione “se vogliamo che tutto resti com’è, bisogna che tutto cambi”.