Può sembrare strano, ma esistono alcuni tipi di cellule la cui peculiarità consiste nel potersi riprodurre all’infinito (in coltura). Ma allora perché anche le altre non si sono evolute allo stesso modo? Pensateci, se così fosse stato oggi non sapremmo neanche che cosa sia la vecchiaia. A quanto pare negli ultimi miliardi di anni Madre Natura sembra non aver avuto il tempo di correggere questa piccola dimenticanza, destinando noi poveri umani (e il resto degli esseri viventi) alla morte. Ma è davvero così?

Cosa provoca l’invecchiamento dei tessuti?

Da un punto di vista biologico l’invecchiamento dei tessuti parte dai nostri cromosomi, più precisamente dalle loro estremità dette telomeri. Queste ultime con il tempo si accorciano finché le cellule non giungono alla loro ultima duplicazione. Per rallentare questo processo è necessario l’intervento di un enzima chiamato: telomerasi. Il problema sta nel fatto che il processo di riparazione telomerica si svolge a una velocità significativa solo in particolari cellule tumorali: le HeLa. Le cellule che costituiscono normali tessuti, al contrario, non riuscendo più a garantire il corretto funzionamento degli organi, conducono l’organismo verso un’inevitabile morte.

Il processo di riparazione telomerica esplicitato in sintesi

A cosa serve la morte?

Ora che sappiamo “come”, la prima domanda che dovrebbe venirci in mente è: “perché moriamo (per cause naturali)?”. Sebbene non sia di certo un avvenimento lieto, al contrario di quanto si potrebbe pensare la morte è un elemento chiave per la vita sul nostro pianeta. Tralasciando infatti le verità di fede, da un punto di vista oggettivo ed empiristico la morte è tanto necessaria da poter essere definita, secondo Steve Jobs, come: “La più grande invenzione della vita”.

Il pericolo del sovraffollamento

Immaginate se all’istante tutti gli esseri umani diventassero immortali: il pianeta risulterebbe ancora più sovraffollato di quanto lo sia adesso. Tutto qui? Assolutamente no. Se ogni cellula, pianta, animale smettesse di morire le risorse non basterebbero e la Terra ne risulterebbe impoverita. Quando un essere vivente muore, invece, accade l’esatto contrario: il suo corpo si decompone diventando “nutrimento” per altre forme di vita e contribuendo al benessere di un ecosistema. La morte di una balena è un esempio di quanto appena detto: il corpo dell’animale, infatti, sprofonda fin quando non raggiunge il fondale. Lì diventa una nuova enorme riserva di cibo per moltissime altre specie, alcune delle quali trovano addirittura rifugio tra le sue ossa. Il tutto per un periodo di tempo che può durare anche trent’anni.

La morte: un vantaggio evolutivo

Ma a questo punto, non sarebbe stato sufficiente rallentare i processi di riproduzione mediante un qualche tipo di “controllo delle nascite naturale”? La risposta è no. L’evoluzione, infatti, fa sì che gli esseri viventi mutino continuamente per adattarsi ai cambiamenti del proprio habitat. Piccole variazioni nelle sequenze geniche trasmesse di genitore in figlio possono determinare la sopravvivenza di un’intera specie. Ma se gli esseri viventi non morissero quelli privi di mutazioni vantaggiose, continuando a riprodursi, potrebbero rallentare questo processo conducendo la propria specie verso un’ipotetica estinzione. Va specificato, però, che la maggior parte degli individui incapaci di adattarsi morirebbe comunque per cause esterne. Tuttavia se i cambiamenti si rivelassero molto più rapidi del previsto, altrettanto veloce dovrà essere l’adattamento.

Cosa significa dunque morire?

Da sempre la filosofia e la teologia cercano di dare una spiegazione alla morte. Per quanto ne sappiamo, al momento, non possiamo stabilire con certezza assoluta se ci sia o meno un significato più profondo da attribuirle. Tuttavia, da un punto di vista biologico, la morte può essere paragonata al passaggio di una staffetta: ogni atleta, terminata la sua parte della gara, affida i suoi sforzi, le sue speranze e la sua esperienza al compagno che correrà dopo di lui. Il tutto in un ciclo continuo che garantisce continuità alla gara per la vita.

Andrea Grillo

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