Perché alcuni cantanti (uno in particolare) cambiano le pronunce quando cantano? Chiediamolo alla linguistica.

Perché Rkomi canta in “corsivo”? Scelta artistica? Problemi di dizione? E poi è qualcosa di nuovo o si faceva anche in passato? Per capirlo ci può aiutare la sociolinguistica, che studia il rapporto tra linguaggio e percezione.
I BEATLES E LA BRITISH WAVE
Tutto è iniziato dai Beatles, che con il loro successo mondiale hanno ribaltato il mercato musicale. Prima della loro fama la musica di riferimento era quella americana. Questo li ha portati a cambiare le loro pronunce, ad esempio quando dicevano “Can’t” lo pronunciavano con la “e” (ken’t) piuttosto che con la “a”, uno dei tratti che ancora oggi caratterizza la differenza con l’inglese britannico. Anche altri artisti rock facevano così tra gli anni Sessanta e Settanta, basti pensare a “You (ken’t) always get what you want” dei Rolling Stones. Alcuni spiegano questo con la “teoria dell’accomodamento”, secondo cui si tende ad adattarsi all’accento della persona che abbiamo davanti per apparire come lei o anche solo per mostrare buona fede, partecipazione. Da questo momento la storia dell’inglese cantato sarà un continuo scambio tra britannico e americano, che a mano a mano sceglie fra l’adattamento e la resistenza. Il successo dei Beatles ha alzato un’onda di gloria per l’Inghilterra, quindi molti cantanti britannici non hanno più sentito il bisogno di modificare la pronuncia. Ben presto i protagonisti della British Invasion volevano far sentire la loro provenienza a tutti i costi, cantando quasi come se parlassero. Queste tendenze si manifestano anche nelle decadi successive con band come i Blur. Il parlato del frontman presenta tratti di Cockney che sono “rafforzati” nel canto. Un esempio è la pronuncia di “better” che perde il suono “t”, sostituito da un “glottal stop”, una specie di salto (be’er). Questa forma di “resistenza” al modello americano arriva fino agli anni duemila, con band britanniche come gli Artic Monkeys, il cui frontman Alex Turner rifiuta le pronunce americane in favore di quelle dell’Inghilterra settentrionale. Il linguista Labov definirebbe questo “prestigio nascosto”, un caso in cui un luogo apparentemente secondario (Sheffield) inizia ad avere importanza, il che porta i parlanti a preferirne la lingua rispetto a modelli più “grandi” che venivano da oltreoceano.

IL POP PUNK
lo studio di come la lingua e la musica cantata si influenzano ha interessato molti altri studiosi, che hanno voluto estendere il campo di analisi a generi ancora più contemporanei. Uno dei casi più rinomati è la pronuncia “storpiata” dei cantanti pop-punk. Questo genere deriva dal punk, soprattutto nei suoi esempi britannici. I cantanti punk spesso non avevano mai aperto un manuale di musica e finivano a “parlare” sulla base. Modulavano la voce come urlo di protesta perché spesso i testi erano fortemente politici. La loro voce suonava come la voce dei manifestanti. Spesso poco istruiti e provenienti da quartieri poveri, come Johnny Rotten, il cantante dei Sex Pistols che canta in un londinese “stretto”. Questa cosa è inconscia solo a metà, perché band come i The Clash e i Sex Pistols erano animati dall’idea di contrastare l’accento dei loro predecessori della British Invasion e al contempo opporre la “Englishness” all’accento americano che spopolava. Il pop-punk ha ereditato questo ma ha reso il canto più orecchiabile e melodico. Gli artisti del genere hanno fama di essere incomprensibili quando cantano o semplicemente molto divertenti, come Billie Joe Armstrong, Avril Lavigne, Tom DeLonge dei Blink-182, Gerard Way. In realtà questi artisti sono americani che hanno preso tratti tipici dell’inglese britannico e li hanno implementati. Un esempio è l’eliminazione della rotazione: nelle interviste questi artisti pronunciano parole che finiscono con r, come “car”, facendola sentire bene, ma quando cantano la eliminano (ca’) esattamente come nell’inglese britannico. Bisogna anche contare che molti di questi artisti erano californiani (Billie Joe Armstrong è cresciuto a Rodeo, Tom DeLonge vicino San Diego). Mentre forzavano una parlata britannica, inserivano anche una caratteristica unica dell’accento californiano: le vocali. Esiste un fenomeno chiamato cot/caught merger: normalmente queste due parole sono pronunciate in modo diverso da tutti gli americani, la prima con un suono “ah” e la seconda con un suono “ow”. Invece in californiano le due sono uguali e presentano un suono ibrido “aww”, quindi la parola “mom” sarebbe pronunciaa “maawm”. Questo dà quel senso di “whining” (“lagna”) con cui è stato descritto il genere. Anche altre vocali mutano, ad esempio “dress” diventa “drass” e “kit” diventa “ket”. Suona familiare?
IL RĨTMØ DLLÊ CÕSĔ
Ma quindi perché Rkomi parla così? Ancora non si è capito, in un’intervista ha dichiarato che non lo sa nemmeno lui, “forse è tipico di Calvairate”, il quartiere di Milano dov’è cresciuto. Per chi ha sentito la canzone di Sanremo 2025 sarà più facile riconoscere queste particolarità delle vocali:
- “Dove sono i soldi ad[æ]sso”, la”e” qui è già aperta come in “bene”, ma lui la apre di più, facendola assomigliare alla “vocale anteriore quasi aperta non arrotondata” [æ];
- “Che sei rimasta s[ø]la”, è un suono molto particolare, quasi inclassificabile, che si avvicina ma non è identica alla “vocale anteriore semichiusa arrotondata” [ø], Questa esiste nei dialetti settentrionali, come in lombardo in “incœu”, “oggi”.
- “Fumo ed [e]sco”, “viol[e]nto decresc[e]ndo”, chiude le “e” che invece dovrebbero essere aperte (dovrebbero essere pronunciate come in “bene” e lui le pronuncia come in “sete”) che è un tratto lombardo ancora una volta “sforzato”.
UN VIOLËNTÕ DĔCRÊSCĔNDØ
Mirko parla così anche quando non sta cantando, in un’intervista ha parlato del suo prog[æ]tto di costruire una pal[æ]stra a Calvairate. Possiamo suggerirne i motivi sulla base degli studi fatti nella musica inglese:
- Aggiustamento per contatto con altre pronunce: Il linguista Trudgill, proprio quello che ha studiato le pronunce dei Beatles, fu il primo a proporre che non era solo la generale provenienza ad influenzare la lingua di un soggetto ma anche il quartiere. In senso più stretto, il quartiere rappresenta un primo contatto per il parlante, soprattutto se arricchito da lingue straniere o dialetti di altre zone d’Italia, e per questo Calvairate ha fama;
- Aggiustamento per il canto, come dicevamo del pop-punk. Mirko ha detto di ascoltare i Gorillaz, progetto di Damon Albarn, che è proprio il cantante dei Blur. Inoltre guarda documentari musicali, ne ha uno degli Oasis, che non sono i suoi soliti ascolti ma “rappresentano qualcosa” (nella storia della musica), la sua passione per la storia della musica può averlo portato a “registrare” le particolarità del canto, anche in maniera inconscia;
- “Arriva dal rap”, come lui dice. Questa è la ragione più importante. Tedua lo avvia alla musica, fra gli altri con cui collabora c’è Izi. La scena rap italiana, almeno fino ai livelli underground, con esiti diversi quando poi si approda alle case discografiche, presenta grande contaminazione. Mirko parla di contaminazione di generi, ma c’è anche la contaminazione di pronunce, accenti, da un artista all’altro, sempre meno evidenti. L’essere “parlato” rende poi più facile apportare il proprio accento. Anche senza cantare direttamente in dialetto, come è comune nel rap napoletano, la “scena” di Milano rappresenta un luogo di “riscatto” anche linguistico, dove ognuno si può esprimere liberamente nel modo che gli sembra più naturale.