A più di cento anni dalla fine del conflitto, Peter Jackson porta sul grande schermo le storie di chi non è mai tornato a casa.
Il dramma della Prima guerra mondiale è stato narrato per anni sotto la luce della retorica, ma la riscoperta delle testimonianze dei fanti ha permesso alla storiografia di dare nuova dignità al conflitto. Peter Jackson, con “They shall not grow old”, ce la racconta senza filtri, dando voce a milioni di dimenticati.
LA GUERRA CHE PORRÀ FINE A TUTTE LE GUERRE
Il Primo conflitto mondiale segnò per sempre il destino dell’Europa, provocando una vera e propria rivoluzione all’interno della società civile e militare. Secondo le stime più recenti furono circa settanta milioni gli uomini mobilitati per far fronte alle necessità di guerra, di questi, un numero variabile tra i dieci e gli undici milioni, non fecero mai più ritorno. Quando si parla della Prima guerra mondiale, specialmente nel nostro paese, è facile incappare nella trappola della retorica, il fenomeno ha radici profonde che affondano nel periodo fascista e che vale la pena indagare. Qualche anno dopo la fine delle ostilità cominciarono a circolare testimonianze di vario tipo, redatte da chi aveva preso parte al conflitto, divisibili principalmente in due categorie: da una parte c’erano quelle opere che si impegnavano a restituire nella maniera più autentica possibile gli orrori e le violenze senza fine sperimentate al fronte, dall’altra quelle che cercavano di edulcorare la realtà, esaltando il mito nazionale e il nobile sacrifico per la patria. La propaganda del Regime si rese conto quasi subito che, per compattare i consensi e alimentare lo spirito belluino della popolazione, era necessario censurare i testi ritenuti pericolosi, quelli che raccontavano senza filtri le brutalità che contraddistingue ogni guerra, favorendo una narrazione eroica dei tragici anni in cui il Regio esercito aveva combattuto lungo il confine Austro-Ungarico. Da qui nacque un tipo di storiografia deleteria, che ha cercato di mostrare per anni il volto nobile del conflitto, nascondendo quello che in realtà la guerra ha rappresentato per centinaia di migliaia di giovani: un’esperienza traumatica, raccapricciante, che sconvolgerà per sempre la loro psiche.
LA MEMORIA COME STRUMENTO PER I POSTERI
A partire dagli anni ’80 la comunità storica ha cominciato a battersi per scardinare il mito costruito attorno alla Grande guerra, favorendo la riedizione e soprattutto lo studio delle testimonianze più autentiche, considerate preziosissime per la comprensione delle logiche legate al conflitto. Il recupero di importanti diari come “Trincee. Confidenze di un fante” del Tenente di fanteria Carlo Salsa o “Le scarpe al sole: Cronache di gaie e tristi avventure di alpini, di muli e di vino” dell’alpino Paolo Monelli, censurati durante il Ventennio e poi dimenticati, ha permesso alla storiografia di raccontare il vero volto della guerra. Leggendo i racconti personali dei fanti siamo in grado di ricostruire i quattro anni di combattimenti, le impressioni e le riflessioni dei soldati, le paure e le speranze di ragazzi ventenni, strappati alle famiglie, ai campi e agli studi. Scopo della storiografia non deve essere quello di esaltare la violenza e il sacrifico, narrando una guerra di garibaldina memoria, dove si va all’attacco spensierati, accompagnati dalle fanfare e dai canti del battaglione, ma rappresentandola per quel che è stata: un immane carneficina. Solo prendendo la distanza dalla retorica, la narrativa di guerra, può essere uno strumento utile ai posteri per non ripetere gli errori del passato.
PETER JACKSON CI RACCONTA LA GUERRA A COLORI
In occasione del centesimo anniversario dalla fine della Grande guerra, Peter Jackson ha presentato “They shall not grow old”, docu-film che ripercorre i momenti salienti del conflitto. Il lavoro realizzato dal regista neozelandese ha il potere di restituire sullo schermo, in tutta la sua autenticità, lo svolgersi delle azioni belliche anche grazie all’utilizzo di un elemento di novità: infatti, i filmati originali sono stati restaurati tramite l’aggiunta del colore e del sonoro, permettendoci di cogliere dettagli ed impressioni altrimenti difficili da comprendere. Il ricorso ad immagini e video originali, conservati nell’archivio dei Musei Imperiali inglesi della Guerra, e delle registrazioni audio della BBC danno voce e corpo a chi quella guerra l’ha combattuta, permettendo di rivivere quei tragici momenti. Il documentario di Jackson rappresenta una valida alternativa ai materiali specialistici, spesso ignorati dai più e riservati agli studiosi della materia, permettendo anche ai profani di immedesimarsi e conoscere le vere storie dei fanti che per quattro anni hanno vissuto, combattuto e sono caduti nelle trincee di mezza Europa.
