“Parthenope” di Paolo Sorrentino e il “Male Gaze” di Laura Mulvey

(S)oggetti osserva(n)ti nel cinema contemporaneo.

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Presentato a Maggio 2024 al Festival del Cinema di Cannes, “Parthenope” di Paolo Sorrentino racconta la vita come un “qualcosa di epico, qualcosa di maestoso, di selvaggio, di doloroso e meraviglioso”.

Gioco di sguardi

Posillipo, 1950. Nelle acque cristalline sulle quali si affaccia la dimora dei Di Sangro viene alla luce Parthenope: secondogenita dei proprietari di casa. Questo è il principio di ogni cosa, di ogni sguardo malizioso, di ogni frase ambigua, di ogni riflessione sul senso della vita, dell’amore, della gioventù. Sarebbe impensabile trasformare quest’articolo in una successione di nomi maschili, di personaggi maschili che per Parthenope hanno perso la testa nel corso degli anni. Sarebbe impensabile e sarebbe ingiusto, perché non farebbe onore a un’opera, quella di Sorrentino, che più che essere semplicemente “un bel film” è una poesia…e come tutte le belle poesie, anche questa è lenta e magistralmente costruita. Una poesia in cui gli sguardi dei diversi personaggi sono gli enjambement che legano un verso all’altro, una scena all’altra. Sguardi ora insicuri, ora seduttori, ora innamorati. Sguardi che nella romantica e disperata cornice partenopea restituiscono l’amore e lo struggimento per vita, più che per Parthenope stessa.

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Male gaze

È proprio sul concetto di sguardo che si sono concentrate le ricerche e le riflessioni di molteplici teoriche cinematografiche femministe che nel corso degli ultimi decenni si sono susseguite sul panorama mondiale. Tra queste, non si può non citare Laura Mulvey che nel suo saggio pionieristico del 1975 “Visual Pleasure and Narrative Cinema” afferma che il cinema mainstream si fondi sul “male gaze”: sullo sguardo di desiderio e controllo maschile che riduce i personaggi femminili a semplici oggetti erotici passivi. Gli uomini, quindi, agenti narranti e soggetti attivi, dirigono con il loro stesso sguardo quello degli spettatori che nella sicurezza e nell’oscurità della sala cinematografici diventano veri e propri voyeur. Le donne, invece, sono oggetti non autonomi, personaggi apprezzati per il loro aspetto fisico prima ancora che per prontezza di spirito o per qualche acuta riflessione alla quale non hanno modo di dar voce.

S(oggetto)

L’approccio rigidamente binario della Mulvey è stato criticato da tutta una serie di teoriche che hanno sottolineato l’importanza del ruolo attivo degli spettatori, veri costruttori di significato del testo filmico. Inoltre, è necessario notare come negli ultimi anni anche la percezione dei personaggi femminili sia cambiata: donne non più viste come semplici oggetti, ma come soggetti indipendenti e consapevoli della propria autonomia, forza e sensualità. Proprio in questa cornice si installa, quindi, la protagonista di questa pellicola. Una donna forte, intelligente, consapevole della propria bellezza e della “distruzione” che questa porta con sé. Una donna innamorata dell’antropologia intesa non come “scienza che studia i tipi e gli aspetti umani sotto il profilo morfologico e psicologico”, ma come slancio vitale necessario per esplorare gli sconvolgenti turbinii e gli irraggiungibili confini della condizione umana stessa.

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