Il Superuovo

“Noi siam quelli là, quelli tra palco e realtà” avrebbe detto Achille

“Noi siam quelli là, quelli tra palco e realtà” avrebbe detto Achille

Che cos’hanno in comune la famosissima canzone di Luciano Ligabue e Achille? Quelli di cui canta Luciano, così come gli eroi di cui canta Omero sono “tra palco e realtà”. 

Chiunque si appresti a studiare l’epica greca si imbatte nell’Iliade e nell’Odissea, ancora oggi pilastri miliari della nostra letteratura, almeno per riflesso. E tutti coloro che studiano Omero, l’Iliade e l’Odissea si imbattono nella domanda che ha tolto, e anche oggi, continua a togliere il sonno a numerosi studiosi: Omero è veramente esistito? L’Iliade e l’Odissea trattano di fatti realmente accaduti? Analizziamo un po’ più da vicino la questione omerica e il rapporto che gli eroi, di cui Iliade e Odissea parlano, hanno con la realtà.

Chi era Omero? Come mai ci si chiede ancora oggi se sia mai esistito?

Omero è da tutti ricordato come l’autore dell’Iliade e dell’Odissea, poemi epici in esametri di circa 15 000 versi ognuno. La leggenda narra che lui fosse cieco e che gli dei gli avessero appunto dato un’altra vista, cioè quella di vedere le cose non velate dalle menzogne della realtà, ma come sono veramente. Il nome Omero in greco significa ostaggio pegno ma con il passare del tempo, il nome ha preso anche il significato di cieco, proprio in relazione alla storia del presunto autore. La storia di questo personaggio è comunque leggendaria e i dubbi sorgono a causa di piccole contraddizioni all’interno dei racconti: talvolta succede che qualche personaggio morto, ricompaia nella narrazione o che ci siano alcune discrasie riguardanti le vicende. Un altro problema serio è quello della datazione: gli storici infatti collocano la stesura dei due poemi ad almeno un secolo di differenza l’uno dall’altro.

L’ipotesi più accreditata

Al giorno d’oggi è difficile pensare che all’origine dell’Iliade e dell’Odissea ci sia un unico autore: oltre ad essere molto diversi tra loro, questi racconti sono più verosimilmente memorie di un popolo. Probabilmente infatti questi due grandi e lunghi racconti si sono creati nel corso dei secoli per opera dei rapsodi; questi erano cantori itineranti che, muovendosi di corte in corte, allietavano il loro pubblico cantando con la cetra le imprese degli eroi. I rapsodi, grazie ad alcuni espedienti quali epiteti formulari o patronimici, erano in grado di recitare lunghissime porzioni di testo in rima e di divertire così quanti ascoltavano. Questi due racconti risalgono all’VIII secolo a.C., con una piccola differenza temporale, come accennato precedentemente.

Qualcuno però, due secoli fa, ci credeva veramente…

Le problematiche relative alla questione omerica sono direttamente collegate ad un altro interrogativo: le vicende narrate nei poemi sono realmente avvenute? Naturalmente ora non è possibile rispondere con sicurezza a questa domanda ma nel corso dell’800 è stata fatta una scoperta molto interessante. Heinrich Schliemann, nato nel 1922, era un bambino dagli interessi molto peculiari. Il padre di Schliemann gli aveva trasmesso l’interesse per le vicende narrate nell’Iliade e il bambino era estremamente sicuro che la guerra di Troia fosse stata realmente combattuta. Crescendo, perfezionò i suoi studi e, dopo aver imparato il greco antico, lesse i poemi in lingua originale e, basandosi esclusivamente sulle informazioni contenute in essi, scoprì le rovine di quella che doveva essere la città di Troia.

Perché i personaggi dell’Iliade e dell’Odissea possono essere considerati tra palco e realtà?

Forse Achille non è mai esistito. Forse neanche Patroclo, Ulisse e tutti gli altri eroi. Ma allora perché sono così importanti e perché ci dovremmo ricordare di loro? Perché loro sono tra palco e realtà: non importa se siano esistiti davvero o no, incarnano esattamente l’ideale di eroe che avevano gli uomini greci. L’Iliade e l’Odissea, oltre ad essere due poemi epici, sono la memoria di un popolo, quello greco; sono quanto di più simile abbiamo ad un’idea della storia di tremila anni fa. Ed ognuno di questi eroi doveva giostrarsi e fare i conti, un po’ come quelli di cui parla Ligabue, tra il palco e la realtà. Per concretizzare meglio quest’idea penso sia necessario citare una delle scene più rappresentative dell’Iliade: la decisione di Achille di partire per Troia.

Dopo che Elena scappa con Paride, Agamennone decide di dichiarare guerra a Troia; Nestore è colui che viene mandato a reclutare i guerrieri più valorosi e Achille è uno di questi. La figura di Achille è centrale per l’Iliade poiché un oracolo aveva predetto che la vittoria sarebbe stata dei Greci solo se Achille avesse partecipato alla guerra. L’eroe, al contempo, era consapevole che se fosse partito, non sarebbe più tornato. La scelta è ardua ma non è solo tra la vita e la morte: è tra una vita anonima ma lunga e serena, o una morte in battaglia. Se fosse morto combattendo sarebbe morto giovane ma sarebbe stato ricordato da tutti e si sarebbe guadagnato un posto sul palco degli eroi. Achille, naturalmente, sceglie di andare a combattere e si guadagna così un posto nell’Iliade. Egli, poche parole, sceglie di rimanere tra palco e realtà: se fosse scomparso dal palco e se avesse vissuto una vita anonima, se pur felice, sarebbe anche scomparso dalla realtà.

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