Il film di Noah Baumbach, tratto dall’omonimo romanzo di Don Delillo, narra il decadimento di una società in forma smagliante.

Prendiamoci un attimo e facciamo una breve analisi del testo. “Rumore bianco” è una sinestesia, accosta un colore (o meglio, l’assenza di colore) a qualcosa che percepiamo con l’udito; può trattarsi di un ronzio fastidioso così come di un frastuono assordante, non è dato saperlo con certezza. È il rumore di una quotidianità assediata dalla paura e dell’incessante attesa della morte, alla quale, nel costante tentativo di eluderla e combatterla, l’essere umano si avvicina inesorabilmente, talvolta fermandosi a fare il pieno alla prima stazione di servizio nel primo paesino in mezzo al nulla, come quelli dipinti da Edward Hopper.
“White noise”: il rumore dell’angoscia
Siamo nel 1984 (data di grande risonanza letteraria!). Jack Gladney è una figura eminente nell’ambito degli Studi hitleriani presso il college di Blacksmith; spesso, però, gli capita di sognare un uomo misterioso che cerca di ucciderlo. È sposato con Babette, che assume segretamente delle pastiglie sperimentali chiamate “Dylar”, mirate a curare la paura della morte. Entrambe le manie sono collegabili a questa fobia, che aleggia per tutti i centotrentasei minuti del film.
Un giorno, nei pressi della loro cittadina, un incidente chimico causa la diffusione di una pericolosa nube tossica, che costringe gli abitanti del circondario a un’evacuazione di massa; vengono tutti messi in quarantena in uno spazio sanitario di fortuna – che ha tutta l’aria di un lazzaretto manzoniano. Dopo nove giorni di quarantena, i pellegrini tornano a casa e sembrano poter tornare alla vita quotidiana. Tuttavia, Jack apprende di essere stato esposto inconsapevolmente alle sostanze tossiche della nube mentre faceva rifornimento alla stazione di servizio, cosa che aumenta la frequenza dei suoi incubi e allucinazioni; anche Babette assume un comportamento sempre più triste e solitario. Jack scopre la sua dipendenza dal Dylar, alla quale è stata iniziata da un certo Mr. Grey, e decide di vendicarsi di quest’ultimo. Curiosamente, l’uomo si rivela essere il volto delle allucinazioni di Jack, che gli spara e cerca di inscenare un suicidio, ma viene interrotto da Babette. Grey, ancora vivo, spara ad entrambi; vengono tutti e tre ricoverati in ospedale, dove si rimettono e si riconciliano. L’ultima scena del film si svolge in un supermercato, dove viene messo in scena una sorta di flash mob.
Il consumismo è paura della morte?
La sfida di Noah Baumbach è stata quella di tradurre in immagini il capolavoro letterario di Don DeLillo, “Rumore bianco”, romanzo simbolo della postmodernità nel quale viene rappresentata l’America degli anni ’80, nella sua fase di consumismo più sfrenato e roboante: gli ipermercati diventano luogo di peregrinazione quotidiana, di ritrovo spirituale, dove viene esaudito il desiderio sempre più incontrollabile di possedere, comprare e buttare, possedere comprare e buttare e così via, in un ciclo inarrestabile di eterno ritorno all’uguale. Ci troviamo insomma in mondo capitalista che studia gli orrori della Storia senza però trarne un insegnamento proficuo. Questo clima di ottimismo e spensieratezza, a tratti surreale, viene spezzato da tragedie individuali, apparentemente misteriose e incomprensibili; in questi attimi di isteria – o lucidità? – ogni certezza crolla, la fede nel progresso viene eclissata da inquietudini, paranoie, affanni, originati dalla consapevolezza che tutto ciò che accade intorno a noi è semplicemente assurdo e dalla percezione assordante della morte, che l’essere umano cerca di negare e annegare con ogni espediente possibile e immaginabile.
Baumbach ha affermato di aver riletto Rumore bianco a ridosso dello scoppio della pandemia di Covid-19 e di aver provato le stesse sensazioni di quando lo aveva scoperto, alla fine degli anni Ottanta. L’America di Reagan, di Madonna e di “Ritorno al Futuro”, alta rappresentante della società occidentale, è l’antesignana diretta di quella odierna: ciecamente fiduciosa, noncurante, malata. In momenti di lucida follia l’essere umano scopre il terrore della morte, della caducità della propria esistenza, e cerca di sconfiggerla attraverso un razionalismo esasperato, tra un acquisto e l’altro: alla fine tutti, anche chi cerca di discostarsi da questa spirale che tutto risucchia e tutto assorbe, entra in un supermercato dagli scaffali colorati e ricolmi, pronti a svuotarsi e a riempirsi nuovamente e così via.

Quando la sfrenatezza frena il tempo
“Ritratto di Orleans” di Edward Hopper raffigura un incrocio della città del Massachusetts, dal punto di vista di un automobilista che sceglierà una strada o l’altra. Lo scenario, risultato della profonda trasformazione urbanistica, economica, sociale e culturale dell’America dopo la Seconda guerra mondiale, è lo stesso di altre migliaia di cittadine sparse per il territorio statunitense, costruite in riproduzione seriale (proprio come gli articoli del supermercato!); l’unica persona presente nel dipinto è appena visibile, mentre fissa la vetrina di un negozio.
A primo impatto, l’opera potrebbe sembrare la semplice rappresentazione di una cittadina tranquilla, ma in realtà si concentra sulla prospettiva attraverso la quale essa si presenta al conducente dal suo sedile. L’atto di guidare riorienta il paesaggio in modo che i protagonisti non siano la città o il paesaggio, bensì il movimento, il percorso di chi la attraversa. La struttura del dipinto non dirige la nostra attenzione su nessun punto specifico: tutto sembra sfocato e privo di dettagli, tranne l’insegna della stazione di servizio Esso nell’angolo in alto a destra (potrebbe essere la stessa che ha attirato Jack Gladney nella nube tossica!). Nella sua infinita corsa verso un domani inafferrabile e mortifero, ricaricare il serbatoio e proseguire dritto senza prestare attenzione a nient’altro che lo circondi è l’unica cosa che cattura davvero l’interesse dell’uomo. L’atmosfera creata da Hopper, nella quale il tempo sembra essersi arrestato e l’umanità scomparsa, è angosciosa e desolante.
