Miyazaki, Schwarzenbach e Maillart: scopriamo come il viaggio diventa catarsi e ricerca di sé

Il regista giapponese e le due scrittrici svizzere ci accompagnano lungo itinerari che prevedono strade inedite, tortuose e accidentate, ma che possono condurre ad una purificazione dell’anima.

Cosa potrebbe avere in comune Hayao Miyazaki con Annemarie Schwarzenbach ed Ella Maillart? Molto più di quanto si potrebbe pensare se non si prendessero in considerazione esclusivamente le loro origini, il periodo di attività e il pubblico di riferimento. Dando uno sguardo più attento alle rispettive opere, tuttavia, si scopre come le loro esperienze esistenziali e artistiche si incrocino a più riprese in un terreno comune: il viaggio, in senso letterale e allegorico.

Il viaggio allegorico ne “Il ragazzo e l’airone”

Il regista giapponese è tornato dopo dieci anni nelle sale cinematografiche di tutto il mondo con il nuovo, attesissimo film “Il ragazzo e l’airone”, attualmente candidato agli Oscar 2024 come miglior film d’animazione. Per gli spettatori affezionati e per i cinefili di tutto il mondo si tratta di un appuntamento imperdibile con un’opera che rappresenta la massima espressione del cinema di Miyazaki.

In un’ambientazione che oscilla fra storia e modernità, natura e onirismo, per Mahito inizia un viaggio tra le ambiguità della sua coscienza, che lo porta a liberarsi dei fantasmi del passato e ad abbracciare il presente e ciò che ne fa parte. Il mondo sovrannaturale in cui il ragazzo piomba altro non è che un’allegoria della sua interiorità, verso cui è guidato da una figura apparentemente tentatrice e malefica: l’airone. Al volatile spetta il ruolo di condottiero attraverso una realtà misteriosa e piena di insidie, ma anche di simbologia e incantesimo, nella quale la fantasia del regista trova libero sfogo. Nella mitologia giapponese, infatti, l’uccello cenerino viene spesso raffigurato come tramite fra mondo terreno e ultraterreno, fra umani, spiriti e divinità; in questo senso, si potrebbe associare all’Ermes greco, o all’Osiride egizio, o, come in molti hanno constatato, a Caron dimonio, traghettatore dell’Acheronte.

In particolare, il legame con la Divina commedia è esplicitato dall’iscrizione che appare all’entrata della torre che porta il ragazzo in questa dimensione altra: “fecemi la divina potestate“, come se il mondo creato da Miyazaki fosse stato creato da una sorta di volontà divina. Proseguendo lungo la via, poi, Mahito si imbatte in altri personaggi-guida che richiamano il Virgilio dantesco, come Kiriko, una delle anziane domestiche che lo affianca per tutta la missione, e Himi, la madre biologica del ragazzo, che ritrova nelle vesti di sua coetanea.

Il regista Hayao Miyazaki
(fonte: flickr.com)

La ricerca di una figura materna

Quella di Mahito è la storia di un ragazzo smarrito, sbalzato precocemente nel mondo degli adulti in seguito alla morte della madre: questo avvenimento segna la separazione definitiva da tutti i punti di riferimento della sua infanzia. Dopo questa tragedia, infatti, la vita familiare di Mahito prende un nuovo corso: suo padre lo porta a vivere in campagna insieme alla sua nuova compagna, che è anche la sorella di sua madre, quasi identica a lei. Al ragazzo, inoltre, vengono imposte una nuova routine e nuove abitudini che inizialmente rifiuta, in quanto non riesce a liberarsi degli echi della vita passata. Nel suo viso, apparentemente severo e imperturbabile, si possono scorgere i segni di una sensibilità sconvolta dalla perdita e dal ribaltamento di ogni equilibrio. Questo sentimento di afflizione colma in un atto di autolesionismo: Mahito, dopo una colluttazione con alcuni compagni di scuola che lo prendono di mira, si ferisce alla testa con una pietra. È il segno tangibile del male contro cui, da questo momento, si ribella e inizia a lottare.

La madre è la figura-chiave di questo viaggio allegorico: il ragazzo si addentra nella radura che porta alle soglie di questo mondo alterativo dopo essersi lanciato all’inseguimento della madre adottiva, Natsuko. Uno dei messaggi che si potrebbero estrapolare dal film di Miyazaki è che, in alcuni casi, le circostanze della vita portano a dover ricercare altrove la figura materna; ciò non significa, comunque, che l’accettazione di situazioni come questa debba essere immediata e felice. Il definitivo passaggio di consegne fra Himi e Natsuko avviene solo dopo che Mahito ha scandagliato i meandri della sofferenza, che colpisce tanto noi quanto le persone che ci circondano e che ci vogliono bene. Natsuko, infatti, fugge dalle sue stanze dopo l’ennesimo rifiuto da parte di Mahito di riconoscere in lei una madre premurosa e amorevole, e accetta di tornare insieme a lui nel mondo reale solo dopo che il ragazzo la chiama “mamma” per la prima volta.

Annemarie Schwarzenbach ed Ella Maillart: il viaggio e l’amicizia

Ci colleghiamo così alla travagliata vicenda di Annemarie Schwarzenbach. Scrittrice, giornalista, fotografa e reporter svizzera, nasce in una famiglia filo-nazista nel periodo fra le due guerre. Antifascista militante, sempre dedita alla lotta contro le disuguaglianze, le discriminazioni e le categorizzazioni di genere, Annemarie Schwarzenbach ai suoi tempi fu una vera e propria outsider, mentre negli ultimi decenni è divenuta modello e fonte di ispirazione per moltissimi giovani che si ritrovano nei suoi ideali e che condividono la sua vena anticonformista.

Sua madre, in particolare, è una presenza nociva e soffocante, che la spinge fin dall’adolescenza a vivere in una condizione di fuga costante, che si perpetrerà per tutta la breve vita della scrittrice. Dagli Stati Uniti alla Persia, Schwarzenbach viaggia per tutta la vita alla ricerca di una stabilità interiore; sembra trovare il suo spazio vitale in quanto déraciné, “sradicata”, e nutre un profondo terrore per la stasi e l’immobilismo, che per lei sono metafora di morte.

Nel 1939, le due scrittrici partono per un viaggio dall’Europa orientale all’Afghanistan, che per entrambe significa liberazione, come si evince dalle rispettive raccolte: “Tutte le strade sono aperte” e “La via crudele. Due donne in viaggio dall’Europa a Kabul”. Tuttavia, la riuscita di questo esperimento si rivela fin dall’inizio molto improbabile a causa del temperamento di Schwarzenbach: da sempre dipendente dalle droghe e soggetta a crisi e disturbi d’ansia, da un lato promette di fare completo affidamento sull’amica per salvaguardare la propria incolumità, dall’altro continua ad assumere sostanze anche sotto la sua vigilanza. Maillart, dal canto suo, è dotata di una visione fortemente ottimistica della vita, della quale ama scoprire tutte le sfaccettature, comprese quelle che sono precluse ad una donna degli anni ’30, come la navigazione, lo sport e, per l’appunto, il viaggio; al tempo della partenza per l’Afghanistan, ha già raggiunto gli obiettivi che si era preposta, pertanto accetta (non senza riserve) di prendersi cura di Annemarie e di guidarla verso l’agognata pace interiore.

Le due reporter instaurano così un rapporto di forte co-dipendenza, che termina nel peggiore dei modi: dopo l’ennesimo ricovero di Schwarzenbach, quest’ultima fa ritorno in Svizzera nel 1940, dove poco tempo dopo muore in seguito ad una caduta dalla bici. Maillart resta profondamente sconvolta nell’apprendere la notizia: il sentimento che traspare dal romanzo basato sul viaggio con l’amica è, nonostante tutto, quello di un affetto talmente profondo da richiamare a tutti gli effetti quello che una madre prova per una figlia.

 

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