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Mattatoio n. 2020: cosa direbbero gli uccelli a Billy Pilgrim in quest’anno drammatico

Il protagonista del capolavoro di Vonnegut può insegnarci qualcosa dalla sua sofferta esperienza di guerra

Si può affermare che la situazione che stiamo vivendo sia comparabile a quella degli anni del secondo conflitto mondiale? Cosa abbiamo in comune noi con un reduce di guerra assai bizzarro? Ma soprattutto: cosa dicono gli uccelli a Billy Pilgrim?

 

Il bombardamento di Dresda

Prima di volgere il nostro sguardo allo specchio e scorgere nel riflesso, con gran sorpresa, l’immagine di Billy Pilgrim, occorre fare due passi indietro: alle origini del nostro personaggio c’è una penna che l’ha partorito e un evento drammatico che ne ha piantato il seme: Kurt Vonnegut (nato ad Indianapolis nel 1922) ha solo 21 anni quando lascia gli studi e parte come volontario di fanteria per l’esercito alleato. Nelle Ardenne, al confine tra Francia e Belgio, viene fatto prigioniero da un’offensiva tedesca e trasferito a Dresda in Sassonia, nella Germania più orientale. Quella città lontana da casa ma vicina alle sue radici (il nonno fu migrante tedesco negli States) è tanto bella quanto dannata. Arsa dalle fiamme alle soglie dell’età moderna (1491), assediata da Federico il Grande durante la Guerra dei sette anni (1760), Dresda si appresta ad un’altra terribile sciagura, la peggiore: il bombardamento del 1945 ad opera di inglesi e statunitensi.
Il centro storico e la zona limitrofa – fino a coprire un’area di 15 chilometri quadrati –  completamente raso al suolo. Il numero delle vittime, ancora oggi incerto, pare aggirarsi intorno alle 30 mila unità – perlopiù civili. Kurt riuscì a salvarsi per un curioso e prodigioso miracolo: fu rinchiuso in una grotta scavata nella roccia sotto il mattatoio, l’edificio preposto alla macellazione di animali
Il posto giusto nel momento sbagliato.

 

 

Schlachthof-Fünf

Forse è durante quei tre giorni di apocalisse che viene impressa in Kurt l’idea del suo capolavoro – Mattatoio n. 5 – che in quel ricordo straziante e indelebile ha l’oggetto del racconto.
Non molto distante da un mero ricalco autobiografico, l’opera presenta – tuttavia – elementi originalissimi che l’hanno resa unica nel suo genere: mescolando sapientemente fantascienza, satira e black humor, Vonnegut ci accompagna per mano, non con poca fatica, nella sua vita fino a quelle mura sudice di sangue animale che l’hanno salvata.
Scrivere un libro doloroso come questo che parli di guerra con tono tanto leggero, se non addirittura goliardico, è stata impresa possibile solo grazie alla creazione del suo protagonista: Billy Pilgrim, fantasma del passato del suo autore. Kurt con gran coraggio decide di affrontarlo, probabilmente, per esorcizzarlo una volta per tutte, per infonderci fiducia: nessun dolore è insanabile, basta trovare la forza di raccontarlo.

Ora ho finito il mio libro sulla guerra. Il prossimo che scriverò sarà divertente.
Questo è un disastro, e non poteva essere altrimenti, poiché è stato scritto da un pilastro di sale. Comincia così:
Ascoltate:
Billy Pilgrim ha viaggiato nel tempo.
E finisce così:
Puu-tii-uiit?

 

La storia semiseria di un uomo qualunque

Sì: Billy ha davvero viaggiato nel tempo, ed è stato, se è per questo, anche rapito dagli alieni e portato sul pianeta Tralfamadore.
Queste fantasie sono le uniche eccezioni di un uomo senza troppe qualità che da ragazzo è stato, malvolentieri e mal addestrato, costretto a combattere in guerra: seguendo l’esperienza biografica del suo “genitore”, fatto prigioniero nelle Ardenne e spedito a Dresda dove sopravvivrà al bombardamento.
Nel mezzo, racconto degli aneddoti di quella esperienza: lo sciovinista Roland che morì di gangrena perché i tedeschi gli diedero degli zoccoli per camminare al posto dei suoi stivali; l’esecuzione del povero Edgar che sopravvisse ai bombardamenti ma che fu condannato per aver preso una teiera; quel mattatoio buio e dall’odore nauseabondo.
Poi la guerra termina, ma su Billy ne rimangono segni indelebili: disturbo da stress post-traumatico. La sua vita va avanti, si sposa e ha due figli, trova un buon impiego.
Proprio mentre la sorte sta tornando a sorridergli, l’imponderabile: Billy è rapito da una navicella aliena e portato su Tralfamadore per essere esposto nello zoo fantascientifico come esemplare della razza umana. Gli verrà concesso di tornare sulla Terra per rivivere i momenti passati e assistere quelli futuri, ma nel mentre tenterà invano di raccontare questa esperienza, venendo tacciato come uno squilibrato assalito dagli spettri del vissuto difficile.
Billy Pilgrim, sballottato da una dimensione spaziale all’altra, a cavallo tra ieri e domani, non ha più un oggi a cui ancorarsi ed un luogo in cui sentirsi a casa.
La macchia maligna della guerra non è mai curata dall’animo di chi vi si è sporcato.
Ma Vonnegut, sporco e con questi pesi sul cuore, sembra riuscire con un colpo di reni a superare queste sanguinose e tragiche barriere:

La Seconda guerra mondiale in Europa era finita.
Billy e gli altri uscirono nella strada ombreggiata. Gli alberi stavano mettendo le foglie. Là fuori non c’era nulla, non c’era alcun genere di traffico.
C’era solo un veicolo, un carro abbandonato con due cavalli. Il carro era verde e a forma di bara.
Gli uccelli parlavano.
Un uccello disse a Billy Pilgrim: “Puu-tii-uiit?

 

 

La nostra guerra

A quasi un anno dall’inizio della pandemia, la nostra vita è stata completamente stravolta: il Covid-19 ha mietuto quasi 50 mila vittime in Italia, con una situazione sanitaria critica ed un’economia che stenta a risollevarsi.
Da ciò le tensioni sociali di un popolo che è stanco dell’incertezza dei piani alti e del malgoverno, che scende nelle piazze ormai vuote per protestare, ma che anche in questi casi di disperazione è incapace di mantenersi saldo e coeso.
Infanti e adolescenti si vedono costretti a venir su in un contesto catastrofico, senza poter vivere –  chissà per quanto – le dovute esperienze necessarie alla crescita e alla formazione del carattere.
Giovani architetti del loro avvenire si ritrovano come nelle macerie di Dresda. Padri non possono permettersi il pane sulle tavole.
Il presente ci impone il distacco per vincere quanto prima questo nemico che non vediamo e che non ha corpo, non ha esercito.
La percezione è che non riusciremo a toccare a piene mani un futuro che va diventando fuggevole e inconsistente, tenendoci per sempre ad un metro di distanza.
La paura non si se dipenda più da questo o dalle morti e dai contagi che, incalzanti, i telegiornali ci comunicano.
Mascherine coprono bocca e naso, ma gli occhi vedono la cenere di una società sgretolata, le orecchie odono il frastuono delle bombe che esplodono appena al di fuori delle nostre case, la pelle avverte il freddo dell’inverno che sta arrivando.
La nostra guerra: dura, ma passerà.
Anche questa volta.

 

 

Noi, Billy

Mi piace pensare che Billy Pilgrim abbia visto i nostri giorni e che abbia chiosato con un solito “Così va la vita” dopo ogni affermazione funesta.
La forza di quell’uomo così simile a noi – strappato dalla sua esistenza e costretto a nascondersi in un mattatoio per salvarsi – concentra in questo la sua forza poetica e sbilenca: nella comicità paradossale, quasi grottesca, in grado di strappare un sorriso anche dal più profondo dei dolori.
Come lui, siamo costretti a rifugiarci nelle case per fuggire da un pericolo, possiamo “teletrasportarci” con un paio di click e sentirci in altri spazi, in altri tempi.
Ma abbiamo ancora tangenza dell’adesso e fiducia nel futuro?
In un anno in cui tutto ci è parso perdere senso, possiamo trarre da quest’opera e dal suo autore un insegnamento importante: Kurt Vonnegut, senza saperlo, ha tracciato un modello che potremo prendere ad esempio per evadere da questa tragedia.
Billy è stato ciò che noi siamo e saremo: la resistenza appassionata e leggiadra in un mondo in macerie, la stessa leggiadria che ha permesso a Vonnegut di raccontare la guerra e di guarirne il doloroso ricordo.
Cosa direbbero gli uccelli a Billy Pilgrim in quest’anno drammatico? Tutto quello che c’è da dire su un massacro e nulla più:

[…] Perché non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiamo più niente da dire o da pretendere.
Dopo un massacro tutti dovrebbero tacere, e infatti tutto tace, sempre, tranne gli uccelli.
E gli uccelli cosa dicono? Tutto quello che c’è da dire su un massacro, cose come “Puu-tii-uiit?

 

 

 

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