A cento anni dalla nascita di Franco Basaglia, continuano ad emergere nuove testimonianze che alimentano la narrazione di una legge che ha fatto la storia.

C’è stato un tempo in cui il nostro Paese era schierato in prima linea sui diritti. L’ultima nuova è di pochi giorni fa: l’Italia ha scelto di non firmare la dichiarazione per la promozione di misure europee a favore della comunità Lgbtqia+ insieme ad altri otto Stati – Ungheria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Croazia, Romania, Lituania e Lettonia. Anche di fronte agli appelli di studiosi, filantropi e addetti ai lavori, ad oggi è sostanzialmente venuta meno quella dialettica costruttiva con le istituzioni, che in passato ha reso l’Italia un paese all’avanguardia in materia legislativa.
La legge Basaglia cinquant’anni dopo
Quando ancora non si usava politicizzare e strumentalizzare qualunque argomento di interesse pubblico, esisteva una forma di dialogo fra le forze politiche e voci altrettanto autorevoli: è il caso di Franco Basaglia, psichiatra e neurologo che è stato determinante nell’approvazione e nell’attuazione di riforme innovatrici in ambito di salute mentale. La Legge eponima, approvata nel 1978, ha sancito l’abolizione degli ospedali psichiatrici e promosso un approccio basato sulla riabilitazione dei pazienti e sulla creazione di vere e proprie comunità terapeutiche. Ha avuto un impatto determinante a livello nazionale e internazionale sulla de-stigmatizzazione e sul mutamento di prospettiva in senso più aperto e inclusivo da parte della società nei confronti delle malattie mentali e dei disturbi psichici. Inoltre, ha portato all’attenzione di tutti tematiche quali la tutela dei diritti umani e della dignità dei pazienti psichiatrici, ai quali venne riconosciuto il diritto alla libertà e all’autonomia.
Ad oggi, la Legge Basaglia rimane un punto di riferimento fondamentale nel trattamento medico e nell’approccio alla salute mentale. Se ciò da un lato è indice di quanto si sia trattato, ai tempi, di un’innovazione di eccezionale portata, dall’altro ci dice quanto poco sia stato fatto in materia negli ultimi decenni: alcuni critici sostengono che i servizi di salute mentale non siano sufficientemente finanziati e che manchino risorse adeguate, causando difficoltà nell’assistenza e nella riabilitazione dei pazienti. Il dibattito su come migliorare i servizi di salute mentale è ancora in corso, e si discute su possibili riforme e aggiornamenti legislativi per affrontare le nuove sfide emerse nel settore.

Prima di Basaglia: le lettere dai manicomi, “Le libere donne di Magliano” di Mario Tobino
Il progetto Corrispondenze immaginarie, ideato dall’artista Mariangela Capossela, ha riportato alla luce moltissime lettere di internati, ai quali non era permessa nessuna forma di contatto con il mondo esterno, rimaste confinate per decenni negli archivi delle antiche strutture manicomiali e finalmente giunte a destinazione, alcune addirittura dopo un secolo. A queste lettere i pazienti hanno affidato i propri sogni e paure, riflessioni e storie personali, fatte di piccoli aneddoti quotidiani, speranza e disperazione: insomma, di umanità.
Il senso di umanità. È quello che traspare dalla rappresentazione sincera e toccante che Mario Tobino traccia della vita nei manicomi prima della Legge Basaglia: “Le libere donne di Magliano” esplora la vita delle pazienti dell’ospedale psichiatrico, chiamate ironicamente “libere donne” in contrasto con la loro condizione di segregazione. Oltre che un’opera di sottile realismo poetico, il romanzo di Tobino costituisce una critica aperta verso le pratiche e le condizioni delle istituzioni psichiatriche del tempo, mettendo in luce la deprivazione e la sofferenza vissute dai pazienti. Tobino ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni dei pazienti psichiatrici e ha anticipato le discussioni che avrebbero portato alla riforma psichiatrica in Italia, invitando ad una riflessione generale sulla dignità umana e sull’importanza del rispetto e della compassione nei rapporti umani.

“Passaggio a Trieste” di Fabrizia Ramondino
La scrittrice napoletana ha viaggiato molto, ma ha sempre vissuto in maniera simbiotica il contatto con le diverse realtà alle quali si è accostata. Nel suo percorso narrativo ed esistenziale, Trieste è stata una meteora di passaggio, fulminea ma abbagliante; ha rappresentato un momentaneo cambiamento di luogo, ma non di funzione. Ramondino, già attiva nell’ambito del sociale, di Trieste racconta l’esperienza al Centro Donna Salute Mentale, presso il quale scopre uno dei numerosi volti della femminilità, sua personale ma anche collettiva, come valore privato ma anche patrimonio.
Il Centro Donna rappresenta una continuazione al femminile dell’esperienza post-manicomiale avviata negli anni Settanta a Trieste da Franco Basaglia e dai suoi collaboratori. Fabrizia Ramondino ha frequentato il Centro in due lunghi periodi durante il 1998, con l’intento di comprendere dall’interno la realtà quotidiana di questa microsocietà segnata dal dolore, ma anche dall’entusiasmo e dal senso di comunità. Si tratta di una narrazione purgatoriale, reale, cruda; di sradicamento, ossessione, confino. Nell’opera di Ramondino, al confine fra diario e reportage, si parla sempre di “autopsia”, di ciò che l’attrice ha visto con i suoi occhi, delle storie di pazienti e frequentatrici occasionali della struttura, all’interno di un piano esperienziale costantemente in sospeso fra presente e passato. Si parla di agonia, di trauma, di paura della morte. Grazie alla scrittura, l’autrice è riuscita a raccontare con grande obiettività e senso critico la forza di queste voci, questa polifonia di sentimenti camaleontica e magnetica, creata da tanti modi di vedere e sentire la vita, tutti segnati dal contrasto non tra ragione e follia, ma tra amore e follia.