Malala ci insegna la disobbedienza civile: il diritto di opporsi ad una legge ingiusta

Storia di una piccola grande donna che ha saputo dire di no.

 

Malala. Un solo nome, mille vite vissute e altre ancora da vivere. Una storia difficile da leggere e da scrivere, una storia che all’inizio lascia l’amaro in bocca, ma che, come le migliori fiabe raccontate ai bambini, cela un finale che sorprende solo chi non conosce questa donna-coraggio perché, chi sa di che pasta è fatta, è consapevole che un premio Nobel e una laurea ad Oxford saranno solo i primi dei traguardi che raggiungerà.

Vita vincente

Ha gli occhi sorridenti ed è tutta piena di coriandoli in quella foto che Malala ha scelto di condividere con la platea di Twitter il giorno della sua laurea, come se volesse spartire con tutti una fetta di quella torta di felicità  che appartiene anche a chi ha conosciuto la sua storia, manifesto di giustizia e resilienza. Malala. Quella bambina che ha fatto lacrimare il cuore di tutti aprendo gli occhi sulle ingiustizie del mondo e diventando simbolo di impegno e lotta civile, bandiera dei diritti delle bambine e delle donne in generale. Malala. Il suo nome deriva da Malalai, nonchè triste, addolorata, afflitta o secondo altre traduzioni colei che conosce il dolore. Un destino scritto? Chi lo sa, ma un destino a cui la giovane attivista si è ribellata, poiché se quella foto potesse parlare, direbbe che Malala non è triste, ma racconterebbe anche del dolore che ha conosciuto. Lo vide per la prima volta quando i Talebani presero la sua cittadina a Nord del Pakistan e lo sentì forte sulla pelle assistendo allo sgretolarsi del mondo in cui era cresciuta nel momento in cui il regime negò alle bambine di andare a scuola. Quella stessa scuola fondata dal padre, diventò così l’oggetto del desiderio di quella bambina e lei stessa, pubblicamente, denunciò in un discorso tenuto a soli 11 anni ciò che per lei era inaccettabile: la negazione di un diritto basilare come l’educazione. Ma Malala non si arrese. Cominciò così ad essere referente per la BBC e a scrivere in forma anonima un blog di denuncia, descrivendo cosa lei, i bambini e le donne subivano ogni giorno, almeno fino al momento in cui venne scoperta. E’ esattamente qui che iniziò il calvario di Malala.

Il diritto di opporsi

Se per il mondo quello era un esempio di donna prodigio, per i Talebani era uno sporco simbolo di oscenità, colei che aveva osato ribellarsi, un’infedele, una macchia che andava eliminata. E infatti il 12 ottobre 2012, mentre Malala tornava da scuola, degli uomini salirono sull’autobus e dopo aver chiesto chi è Malala? le spararono un colpo alla testa. Un momento che doveva sancire la sua morte ma che segnò la sua rinascita, poiché grazie al rumore provocato da quell’orribile gesto Malala fu portata a Birmingham, dove dopo essere stata curata comincerà una nuova vita, assieme all’affetto sempre presente della sua famiglia.

Pensavano che le pallottole ci avrebbero fatto tacere ma hanno fallito, da questo silenzio sono nate migliaia di voci. [..] I terroristi hanno ucciso la mia mancanza di speranza e hanno fatto nascere volontà e coraggio!

Parole forti che  Malala pronuncia alle Nazioni Unite a New York e che ripronuncerà in occasione della consegna del Premio Nobel per la Pace nel 2014. La prima pasthu, la prima pakistana, la più giovane a ritirare quell’importante premio. La voce di milioni di bambini e donne, i cui diritti sono ancora pressati da leggi ingiuste. Per questo e per altri mille motivi la notizia della laurea che ha il sapore di rivincita di quella bambina impegnata diventata un donna consapevole, ha emozionato il mondo: l’idea che dalla sofferenza possa crescere qualcosa di bello e che dalla lotta per i propri diritti si possano raggiungere gli obiettivi sperati ha acceso una luce all’interno della stanza dei diritti universali di ogni individuo. Il regime dei Talebani prevede infatti il divieto per la donna di lavorare e dunque di  istruirsi, senza pensare che, alcune testimonianze, offrono invece scenari ancora peggiori circa i trattamenti riservati a coloro che non obbediscono. John Locke definirebbe quello di Malala un diritto di resistenza: quel diritto che sorge nel momento in cui i sovrani calpestano i diritti naturali e che legittima il popolo a destituire l’autorità e a sciogliere il contratto sociale in forza della lesione degli interessi di ogni individuo.

Disobbedienza civile

Dire sempre grazie. Non correre. Andare a letto presto. Sono solo alcune delle regole che apprendiamo fin da bambini: regole che durante l’infanzia sentiamo come una gabbia, ma che ci formano e ci educano, rendendoci anche più liberi. Per questo spesso pensiamo che una legge è giusta per definizione, e che, se rispetti le regole, sei un bimbo bravo. Certamente nel nostro ordinamento dopo anni di lotte possiamo dire che nella maggior parte dei casi è così, ma legge=giustizia non è un’equazione vera in assoluto. Durante la storia il dibattito attorno a come definire una legge ingiusta ha attanagliato vari filosofi, giuristi arrivando fino ai giorni nostri. Già Sofocle nell’Antigone ci racconta di una donna che lotta contro le leggi del re, anteponendo i suoi principi ad una legge ignobile che le negava di dare sepoltura al fratello. Al contrario Platone ci racconta di Socrate che seppur condannato a morte ingiustamente, non cede alla tentazione di fuggire offertagli da Critone, poiché ciò che conta è l’opinione dei saggi e l’obbedienza alla legge. Ma questo, non è solo un problema da leggere sui libri. Sono moltissime  le storie di resistenza feconda che ci restituisce il passato, storie di resistenza ad un legge ingiusta che sono state a volte motore di cambiamento. A pensarci bene infatti, nel periodo fascista, denunciare la presenza di ebrei alle SS e portarli nei campi di concentramento era legge, proprio come lo era astenersi dallo scioperare per i propri diritti. Se avete sento parlare delle Storie dei Giusti sapete che ci sono stati anche donne e uomini che a quelle leggi hanno resistito, che si sono opposti e hanno saputo dire no, pagando anche con il prezzo della vita. Disobbedienza civile è un concetto di cui ha parlato ultimamente anche Marco Cappato, noto alle cronache poichè accompagnò DJ Fabo nel percorso per il suicidio assistito, vietato all’epoca dei fatti e su cui non esiste ancora una legge ma che, dopo una pronuncia della Corte Costituzionale, ad oggi è concesso a specifiche condizioni. La disobbedienza civile è qualcosa su cui si potrebbero scrivere pagine e pagine di storia: è una forma di lotta politica e feconda che ha caratterizzato le battaglie di Gandhi, Martin Luther King, Malala e tanti altri: gente che ha deciso di dire no e che ad una obbedienza ceca, ha preferito una disobbedienza che fa capo a precetti più alti di quelli legali. Malala ci ha dimostrato che anche una piccola donna può fare un grande cambiamento e che un atto di ribellione non è sempre guerra, ma anche segno di pace e giustizia. Grazie Malala, perché, tra le tante cose, ci hai insegnato ad avere coraggio.

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