Da Spallanzani ai Krafft, lo stupore della natura come file rouge che attraversa i secoli.

La meraviglia che può suscitare la natura, è capace di spingere l’uomo oltre i propri limiti. Dimostrando che curiosità, conoscenza e intraprendenza sono le tre virtù necessarie per arrivare laddove altri non andrebbero.
I Krafft: una passione, un destino
Katia e Maurice Krafft furono dei vulcanologi francesi, ma non certo quel genere di studiosi tutto carta e penna. Classe 1942 lei, 1946 lui, da sempre richiamati dal fascino dei vulcani e dallo stupore che la natura poteva riservare loro, affermarono:
“Ci siamo appassionati di vulcanologia perché eravamo delusi dall’umanità”
Tra gli anni ‘70 e ‘80 infatti, segnarono il record di circa 175 vulcani attivi osservati, o meglio, scalati. La loro intraprendenza dette loro il soprannome di “vulcanologi itineranti”, un’etichetta che provò anche la loro lontananza dai canali accademici ufficiali. Furono degli studiosi-star, la loro produzione di libri, fotografie e documentari sulle eruzioni è dell’ordine delle migliaia. Nei vent’anni circa di attività girarono il mondo intero, per loro i vulcani non erano qualcosa di cui aver paura, piuttosto lo stupore che ne derivava doveva essere cavalcato come un onda, spingendosi laddove altri non erano arrivati.
Tra le riprese riscoperte, spicca quella che mostra Katia in una sorta di tuta ignifuga, che posizionandosi sull’orlo di un cratere, tenta di misurarne la condizione termica, circa 1.200 C°, non lontano dalle temperature delle città italiane in queste settimane. Ma c’era un motivo se i Krafft corsero questi rischi, il loro sogno era quello che i vulcani non uccidessero più, sensibilizzando le popolazioni che vivessero alle loro pendici.
Una passione che li ha uniti. Una vita intera passata a studiare e a documentare. Uno scopo, una missione volta al prossimo. Ma anche una sola sorte, seppur paradossale. Il 3 giugno 1991, il Monte Unzen in Giappone, dopo una quiescenza di 200 anni, si risvegliò. I due stravolgono i loro piani per assistere a quell’evento. Con 20 anni di esperienza alle spalle, forse troppo sicuri di se stessi, si spinsero troppo in avanti per osservare l’eruzione. La colata piroclastica li investì in pieno, travolgendo tutto ciò che era nei paraggi, vennero recuperati solo una fotocamera e un orologio. Erano le 16:18.
Il Vesuvio e l’Etna – Spallanzani vulcanologo
Torniamo indietro di circa 200 anni, riprendendo il viaggio intrapreso da Lazzaro Spallanzani nel Sud Italia. Siamo alla fine del ‘700, Spallanzani (1729-1799) fu definito lo scienziato perfetto, le sue capacità, i suoi interessi spaziano nelle più svariate discipline. Decise di visitare le aree vulcaniche del Sud, consapevole della loro unicità in tutta Europa, con l’intenzione di studiare vari aspetti in prima persona. Ma quello che ci interessa qui è il fattore stupore, una scintilla innescata dalla forza della natura, un sentimento rimasto invariato nel divenire storico.
La fame di conoscenza di Spallanzani è particolarmente evidente nei suoi scritti. La scalata al Vesuvio è anticipata dalla volontà di assistere a eventi eruttivi:
“E la dilazione secondò le mie brame, che eran quelle di vedere se non se nelle maggiori sue furie il Vesuvio, qualche almeno non ordinaria sua commozione”
E così fu, ma l’alzarsi di un forte vento gli vietò l’accostarsi al cratere, privandogli così quello che lui definì “sospirato piacere”. Ogni tipo di illazione al vulcano napoletano venne totalmente spazzata via alla vista del gigante siciliano:
“Quantunque il Vesuvio per se stesso considerato debba dirsi un insigne vulcano, e in ogni tempo per le calamità e le rovine apportate sia stato il più grande oggetto di costernazione e spavento a’ circostanti paesi, pur nondimeno ove vogliasi allo Etna paragonare, perde assaissimo di sua fama, e si rimpicciolisce per guisa, che oserei quasi nomarlo un vulcano da gabinetto.”
Questa volta invece gli fu possibile avvicinarsi al cratere dell’Etna con sicurezza, da cui poter “contemplare di tanto spettacolo” come egli stesso scrisse:
“Da principio mi accostai a questo formidabil vulcano con una specie di sacro orrore. Le storie d’ogni tempo, i racconti de’ viaggiatori, le voci universali d’Europa possono incutere lo spavento a chiunque si avvisa di visitarlo.”

La meraviglia della natura
Insomma, da Spallanzani ai coniugi Krafft, la natura è stata in grado di suscitare sentimenti profondi, potenti, esplosivi, alla stregua di un eruzione vulcanica.
L’ultimo passo di Spallanzani parla chiaro. Si riferisce all’Etna con un sentimento di “sacro orrore”, si tratta di un accostamento di termini particolare, che possiamo circa intendere come una fase antecedente allo “stupore”. Il timore, la paura che suscita un vulcano è legata a un “senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario” (cfr. Paura – Treccani). Un sentimento che è dovuto all’ignoranza, ma gli esempi riportati sono la prova che la conoscenza supera anche l’emozione più antica dell’uomo.
I Krafft e Spallanzani, si sono armati di curiosità, conoscenza e intraprendenza, arrivando a traguardi che farebbero tremare le gambe ai più. Solo in quel momento la paura si trasforma in stupore, “Forte sensazione di meraviglia e sorpresa, tale da togliere quasi la capacità di parlare e di agire” (cfr. Stupore – Treccani). La conoscenza combatte l’ignoranza, e senza questa, la paura si trasforma in meraviglia.
