Le donne nell’età romana non erano solo soggetti passivi ma svolgevano delle attività lavorative.

A chi studia storia romana viene ricordato solitamente che le donne si occupavano generalmente solo di tessitura e della gestione domestica, ma è vero? In questo articolo andiamo a ricordare tutti quei lavori femminili che venivano svolti dai “soggetti passivi” della società e che vengono studiati dallo storico Alfredo Buonopane.
I lavori femminili in età romana
Sono recenti gli studi volti ad approfondire i lavori femminili svolti nell’età romana. Si era dato per scontato per molti anni che le donne occupassero solo una posizione passiva all’interno della società, dedicata prevalentemente alla tessitura e alla gestione domestica della domus. Ma questo è erroneo. Sono state rinvenute fonti epigrafiche e letterarie che presentano delle ragazze a svolgere mansioni segretariali, di assistenza alla cura della persona, di lavorazione domestica della lana, in campo educativo e dell’intrattenimento e dello spettacolo. Si occupavano anche dell’organizzazione della manodopera servile e abbiamo fonti che attestano la presenza dell’imprenditoria femminile. L’iconografia ci attesta la presenza di venditrici lungo la Via Sacra, da citare è l’iscrizione rinvenuta su un coperchio di un’urna su cui viene menzionata una certa Sellia, la quale aveva una bottega lungo tale strada. È stato ipotizzato che le donne si occupassero anche della commercializzazione delle vesti tinte, oltre che della loro realizzazione, presso le diverse sedi di mercato.
In italiano si definisce imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata per la produzione o lo scambio di beni e servizi. Di conseguenza possiamo azzardarci a definire imprenditore colui che ha investito nel mantenimento e nella gestione di un’attività, gestione della forza lavoro e di una rete commerciale del prodotto finale. Le due più grandi attività imprenditoriali del periodo a cui ci riferiamo erano: la produzione e il commercio di materiale da costruzione e la produzione di contenitori da storto e rate alimentari in esso commercializzati. Non dobbiamo mai dimenticare che all’interno della famiglia romana i proprietari delle “aziende” il cui scopo era quello di ampliare il proprio prestigio sociale e politico, potevano sfruttarle territori agricoli, da cui ricavare la ricchezza necessaria per impiantare delle attività manifatturiere che producevano materiale da costruzione, gestito tutto da funzionari pagati ma svolto dalla manodopera servile. I materiali prodotti non utili all’uso interno della domus venivano commercializzati e producevano un grande arricchimento, la quale poteva essere rinvestita. Attraverso i marchi apposti sui materiali da costruzione si può risalire ai proprietari di queste “imprese”.
L’utilizzo di questi strumenti identificativi è molto interessante in quanto ci permettono di risalire al nome e cognome del proprietario (dominus), alla sede di produzione, ad alcuni responsabili a cui venivano affidati distinte unità o fasi del ciclo produttivo, alla datazione consolare e ad un elemento iconografico che serviva anch’esso ad identificare le persone coinvolte in alcune fasi della produzione. Non dobbiamo dimenticare che i personaggi menzionati nei marchi rappresentavano solo la punta della piramide di tutta la piramide aziendale, i lavoratori più in basso erano ovviamente invisibili. Erano molteplici i sistemi differenti di gestione: gestione diretta, gestione tramite manodopera servile, tramite contratti di lavoro di diverso tipo, la formazione di società o le forme di accordo.
L’imprenditoria femminile
Sono state conteggiate recentemente circa 100 donne impegnate nell’attività imprenditoriale nell’Italia romana. Siamo comunque davanti a un numero estremamente ridotto rispetto alla controparte maschile coinvolta in questa professione. Le principali attestazioni di cui siamo a conoscenza provengono dal materiale di costruzione. L’area che ha restituito più iscrizioni risulta essere l’area urbana, ovvero Roma e il bacino della valle del Tevere, ma spiccano anche delle assenze rilevanti, come nel caso della Transpadana e della Liguria. Non conosciamo nessun altra informazione sulle donne che citeremo se non quelle che ci sono trasmesse dai marchi stessi. Sono stati rinvenuti cinque marchi collegati all’imprenditoria femminile, i primi quattro sono datati intorno al 123 d.C. e sono speculari se non nella menzione del servus. Indicando indirettamente come era organizzata questa produzione.
Noto è la presenza di figure femminili a capo di imprese di produzione, come nel caso della famosa Calvia Crispinilla, la quale è attestata brutalmente anche dalle fonti letterarie. In quest’ultime Tacito e Cassiodione ne propongono un ritratto terribile, il primo la descrive come la sovrintendente delle libidini di Nerone. Ma questo è poco interessante nel nostro discorso poichè a causa di questa sua raffigurazione si tende a dimenticare il suo lavoro imprenditoriale. Il suo nome per fortuna ci viene tramandato anche attraverso una produzione di anfore e di tegole, entrambe riconducibili ad una villa produttiva. Possiamo risalire alla sequenza dei proprietari grazie alla cronologia dei marchi rinvenuti sui prodotti attestati nel sito.
Da questo gli studiosi sono riusciti a ricavare l’informazione che Calvia Crispinilla fu la penultima proprietaria privata dell’abitazione prima che questa diventasse di proprietà imperiale sotto Domiziano. La sua produzione di anfore è attestata lungo tutte le vie commerciali che da un lato risalivano lungo la Pianura Padana e dall’altra si insinuavano lungo le vie danubiane, dimostrando una diffusione su larga scala. Possiamo ipotizzare che la famiglia di lei fosse di origini istriane e che non possedesse solo quel sito, ma anche altri siti produttivi nei dintorni. La conosciamo anche per due iscrizioni provenienti da Taranto che ci menzionano dei suoi servi gregari che attestano tenute affidate all’allevamento di greggi.
Il problema delle medicae
Bisogna ricordare che è assente uno studio specifico sulle medicae, ovvero le donne che praticavano la professione medica in epoca romana. Non è un argomento approfondito e al quale non vengono dedicate monografie intere ma possiamo affermare con certezza che vi erano molti stereotipi intorno a tale tema, tra i più famosi vi era la consapevolezza che solo gli uomini fossero veramente capaci nell’arte medica e che le donne meritassero fiducia unicamente qualora si comportassero come uomini, come nel caso di Agnodike la quale si era travestita da ragazzo per frequentare la scuola ateniese. Solitamente si associa al ruolo femminile in campo medico le professioni di nutrice ed ostetrica.
Entrambe erano naturalmente diffuse, come si nota nella lastrina di Colombaro dove viene definita una donna come obstretrix. Risulta erroneo restringere però il campo d’azione delle signore solo a queste arti. È stata infatti rinvenuta nel sito archeologico di Pompei una scatola chirurgica dove si nota, in un’incisione puntinata, il nome di una donna, probabilmente la proprietaria degli strumenti medici. Questo è un caso eccezionale e rarissimo che dimostrò agli storici l’esistenza delle medicae. È capitato, nel corso degli anni, la diffusione della sbagliata considerazione da parte di alcuni studiosi che l’interesse femminile in campo medico fosse a livello amatoriale e non professionale. È il caso di J. Rougé il quale venne contestato da molti storici per la sua erronea interpretazione. Un problema che complica lo studio consiste nel fatto che vi sono esigue fonti letterarie che trattano l’argomento, anche se sono state ritrovate molte iscrizioni in merito. Questo ci dimostra come fosse un argomento non interessante e dimenticabile per gli storici.
In un studio proposto da Buonopane si evidenzia la differenza tra medicae ed obstretrices. Solitamente venivano utilizzati come sinonimi in quanto vi era la diffusa considerazione che con il primo termine si intendessero proprio le levatrici ed ostetriche. De Filippis Cappai, André e Jackson individuarono che con quello si intendessero generalmente delle professioniste che avessero una buona conoscenza della medicina e curavano sia gli uomini che le donne. Si ritiene fossero specializzate in alcune ambiti come la ginecologia, la chirurgia e l’odontoiatria. Bisogna anche ricordare che non sono rari i casi di donne che hanno scritto trattati di medicina o che si sono occupate di realizzare farmaci e rimedi per alcune patologie. Di conseguenza risulta improprio associare il termine medica ad obstretrix, poichè individuano due differenti professioni femminili.
