Liberté, Egalité, Fraternité e istinto di sopravvivenza

Negli ultimi tempi corre tra la bocca di tutti il termine “sicurezza”. Per un bambino il senso di sicurezza è quello garantito dai genitori, che provvedono alla sua sopravvivenza e felicità. Ma come per tutti gli animali, finito lo svezzamento, occorre entrare a far parte attivamente del mondo, con i suoi rischi e le sue difficoltà. Secondo le teorie che parlano di “stato di natura”, non è stato sempre necessariamente così e potenzialmente poteva forse andare diversamente. Cosa ha spinto allora gli uomini ad unirsi in società civili?

Possiamo immaginare che in uno stato del tutto al naturale, gli uomini sarebbero stati maggiormente liberi, guidati dalla spinta delle proprie necessità e legittimati a soddisfarle. Innanzitutto, però, possiamo davvero definire questa inciviltà naturale? A detta di molti filosofi no. Aristotele tra tutti definisce l’uomo un animale politico, dunque inclinato naturalmente all’associazione con i suoi simili.

Anche con l’avvento del Cristianesimo la teoria non poteva che essere confermata: un ente infinito e perfetto ha creato la Terra intera perché gli uomini potessero vivervi e prosperare. Sarebbe impensabile supporre che il suo progetto prevedesse l’individualismo dell’uomo disperso nella natura. Senza considerare che persino gli animali spesso costituiscono sistemi di collaborazione sociale.

Eppure con l’avvento dell’epoca moderna, non tutti sono più disposti ad accettare la tesi con tanta leggerezza. Il continuo agitarsi di guerre intestine e lotte per i confini, fa probabilmente domandare ai pensatori più attenti: ne valeva la pena? Urge trovare una giustificazione dell’esistenza di Stati nazionali e legislazioni.

Hobbes, non senza una nota di amarezza, ci ricorda che in un mondo svincolato da norme e leggi, la necessità di conservare noi stessi ci spingerebbe ad una guerra di tutti contro tutti. Gli uomini decidono così di unirsi sotto lo stesso sistema sovrano e di cedere il proprio potere assoluto in favore della sicurezza, del diritto alla proprietà e alla salvaguardia della propria vita.

Al di là delle considerazioni, comunque pertinenti, sulla bontà o malvagità umana, si suppone siamo tutti convinti che un sistema statale possa (e debba) tutelarci. Cediamo parte della nostra libertà per acquisirne una maggiore, quella donata dalla tranquillità.

Ma è davvero così? Il malcontento popolare generalizzato e la mancanza di fiducia nelle istituzioni dovrebbero farci sentire un campanello d’allarme. Cosa agita il popolo italiano? In uno stato di guerra, lo Stato non soddisfa le direttive di protezione per il suo popolo. Innegabilmente, dichiarando guerra ad un altro Stato (con cui si trova nello stato di natura, che non sopperisce fuori dai confini statali), manda i suoi sudditi, in questo caso,ad affrontare pericoli e a rischiare la vita.

Secondo la maggioranza dei contrattualisti moderni, proprio per questa ragione lo Stato non può arrecarsi il diritto di dichiarare guerra a nessuno. Forse potrebbe farlo solo dopo un “referendum”, diremmo oggi impropriamente, popolare. Ma nessun giovane italiano viene mandato in guerra obbligatoriamente come succedeva ai tempi di Hobbes, spingendolo a rivedere tutta la teoria del contratto sociale.

Le opzioni che potrebbero giustificare tanta insoddisfazione, dunque, sono solo due: i cittadini italiani non sono messi nelle condizioni che garantiscono la propria sopravvivenza e sicurezza, oppure si è persa quella fiducia, che è necessario dare alle istituzioni perché si formuli il contratto sociale.

Necessariamente chi governa deve interrogarsi su ciò. Ma non sarebbe inutile affidarsi ai filosofi moderni che si sono crucciati sul problema. Perché i rischi sono due: utilizzare un approccio paternalistico, tanto temuto da Kant, nei confronti della popolazione per compiacerla contro i loro stessi interessi, oppure tornare ad uno stato di natura in cui vigerebbe la legge del più forte.

Ma forse non sarebbe male vivere nell’autogestione e nell’anarchia. Persino il nostro governo ci rassicura (in modo paternalistico?) sul fatto che gli italiani sono gente onesta.