Il Superuovo

“Lettera a una professoressa” di Don Milani: per promuovere una didattica aperta all’inclusione

“Lettera a una professoressa” di Don Milani: per promuovere una didattica aperta all’inclusione

“Se la scuola perde i ragazzi difficili, non è più scuola: è un ospedale che cura i sani e respinge i malati.”

Quando all’interno della scuola vengono considerati solo i più bravi e capaci, escludendo e lasciando indietro chi invece ne ha bisogno, a cosa serve quindi andarci? Un pensiero di cinquant’anni fa, per molti è più che attuale. Docenti che non provano alcun interesse verso gli studenti se non quello di finire il programma sono la causa di abbandono scolastico.

Don Milani

Novantotto anni fa, il 27 maggio 1923, nasceva Don Milani. Colui che davanti all’abbandono scolastico, ai suoi tempi molto più frequente e grave, ha teso la mano verso i ragazzi difficili, dei quali nessuno voleva occuparsene, dimenticati dall’istituzione scolastica perché provenienti da famiglie meno agiate.

Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti nacque a Firenze, figlio di genitori illustri, lui e i suoi fratelli vissero in un ambiente intellettuale, circondati da altre famiglie fiorentine di rilievo. Nel 1930, a causa della crisi economica, l’intera famiglia si spostò a Milano. Qui Lorenzo si diplomò al liceo e successivamente rifiutò di iscriversi all’università, in quanto voleva proseguire un percorso per diventare pittore. Studiò a Firenze, seguendo il pittore tedesco Staude, il quale divenne il suo maestro di vita, applicando i suoi insegnamenti fino alla morte.

Nel 1941 si iscrisse all’Accademia d’arte di Milano, e cominciò ad interessarsi alla liturgia. Nel 1943 entrò in seminario a Cestello in Oltrarno. Per lui fu un periodo difficile, in quanto, cresciuto in una famiglia anticlericale, anche la sua mentalità si scontrava con quella della chiesa; per lui molte cose non erano giuste e non comprendeva le ragioni di certe regole. Poi nel 1947 fu ordinato parroco del duomo di Firenze.

Nel dicembre del 1954, a causa di screzi con la Curia di Firenze, venne mandato a Barbiana, frazione del comune di Vicchio, in Mugello. Qui si trovò faccia a faccia con una realtà caratterizzata da povertà e degrado sociale, diversa da quella a cui era abituato a vivere. Cominciò ad occuparsi di una scuola a tempo pieno e si avvicinò a quei ragazzi facenti parte delle classi sociali più basse, figli di contadini e commercianti, emarginati dall’istituzione scolastica, la quale dovrebbe promuovere l’inclusione. Ed è proprio qui, che raccogliendo le denunce dei ragazzi verso la scuola e i docenti iniziò a sperimentare la scrittura collettiva.

“Lettera a una professoressa”

Fu proprio qui, nella scuola di Barbiana, che nel 1966 iniziò la stesura di “Lettera a una professoressa”, un manifesto che rivendica il diritto allo studio senza distinzione di classi sociali. Un messaggio, una denuncia a tutti quei docenti che non hanno saputo valorizzare e aiutare un alunno o un’alunna, liberandosi di loro con una bocciatura, fino a indurli all’abbandono scolastico.

Sembra un libro scritto da un unico autore, ma in realtà è il frutto di una scrittura collettiva, di otto ragazzi della scuola e la collaborazione di genitori, amministratori comunali, giornalisti, statistici ed altri segretari, per raccogliere i dati statistici serviti a documentare, attraverso dei grafici accurati, la situazione di emarginazione del paese, il numero di bocciature e di abbandono del percorso didattico nelle scuole di ogni grado.

Per Don Milani nessuno era negato per gli studi, nella sua scuola tutti erano accolti. I banchi e le sedie non esistevano, nemmeno la lavagna e la cattedra, ma c’era un solo tavolo con una sola copia di un libro da cui tutti seguivano e finché tutti non avevano compreso la lezione non si andava avanti, nessuno doveva rimanere indietro. Per la prima volta, l’attenzione che, nelle scuole veniva riservata esclusivamente al più bravo della classe o al figlio del dottore, in quella scuola l’attenzione era riservata per chi stava avendo difficoltà a capire. Non esistevano ricreazioni e vacanze, anche perché per i ragazzi di Barbiana un giorno libero avrebbe significato andare a lavorare, e loro che sapevano cosa volesse dire lavorare nei campi e nelle stalle fin da piccoli, preferivano di gran lunga andare a scuola e imparare qualcosa.

Infatti, direttamente dal libro la testimonianza di un ragazzo “Che i ragazzi odiano a scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete mai interrogati.” Questa stessa testimonianza era quella di sei ragazzi su dieci.

Il suo metodo educativo

Come denunciato nello scritto, i ragazzi “difficili” venivano bocciati a partire dalle prime classi delle scuole elementari, ma per Don Milani, tutti i bambini avevano il diritto di arrivare alla scuola dell’obbligo, ma perlopiù per evitare un fallimento della scuola. Ma soprattutto gli insegnanti che bocciano alla scuola dell’obbligo, non bocciano i ragazzi, ma bocciano loro stessi e la loro professionalità, in quanto incapaci di cogliere chi hanno difronte e di far emergere le potenzialità di ognuno di loro. Infatti, lui sosteneva che la scuola fosse “un’ospedale che cura i sani e respinge i malati”, in quanto alla classe docente non interessava portare avanti o aspettare i ragazzi che non comprendevano in fretta e preferivano dedicarsi soltanto a chi studiava sempre e a chi arrivava alla scuola primaria e sapeva già leggere.

Anche se molto legato alle parole del Vangelo di Matteo. “Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli” non voleva usare il termine “poveri di spirito” perché per lui stava a significare coloro che hanno la mente vuota. Invece lui considerava tutti i ragazzi come suoi allievi, senza distinguerli per la loro intelligenza. Ogni allievo ha bisogno di una spiegazione diversa, ripetuta più volte o in modo approfondito.

Per Don Milani la soluzione per non far rimanere nessuno indietro era “imparare facendo”. Costruendo manufatti, grafici e qualcosa di proprio, i concetti rimanevano impressi. Sempre inerente a questo metodo, un’altra attività era quella dei ragazzi-maestri. Se ognuno fosse stato bravo in qualcosa allora avrebbe potuto insegnarlo agli altri e tutti potevano insegnare. Era normale sbagliare qualcosa, ma non era un problema, tutti insieme potevano correggersi e trovare la soluzione.

Posseduto da un immenso sentimento paterno dedicò anima e corpo ai ragazzi di Barbiana, amandoli più di qualsiasi cosa e vivendo solo per farli crescere e fruttare. Giurò di non volersi separare mai più da quel paesino. Così fu. Si spense il 26 giugno 1967, dopo varie malattie. La salma venne sepolta nel cimitero di Barbiana, dalla quale, appunto, non si separò.

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