“L’era del riarmo” coinvolge anche l’Europa con il ReArm Europe Plan

Il tema della difesa e della sicurezza è sempre più attuale in seguito alle minacce di USA e Russia

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Il piano per il riarmo sembra essere al centro dell’agenda della Commissione europea, ma contribuisce alla nascita di divisioni politiche

Ribadire l’importanza della difesa

“Nulla è escluso per quanto riguarda la difesa”: è questa la dichiarazione, alquanto esemplificativa, della Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen per quanto riguarda i provvedimenti che potrebbero essere presi in considerazione per attuare il “ReArm Europe Plan”. Il tema della difesa è stato trattato durante il Consiglio europeo straordinario tenutosi il 6 marzo a Bruxelles, che ha visto la partecipazione dei leader europei insieme al Presidente ucraino Zelensky, siccome era in programma anche discutere sulla situazione in Ucraina. Infatti l’instabilità geopolitica causata dall’invasione russa e le continue pressioni provenienti dagli Stati Uniti in materia di spesa per la sicurezza hanno con molta probabilità contribuito a costruire le basi ideologiche di un piano per rendere l’Europa in grado di difendersi autonomamente contro le minacce future, o almeno questo sembrerebbe essere lo scopo del ReArm.

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Cosa prevede il piano

Nel fare un bilancio dei primi tre mesi dall’inizio del suo secondo mandato come Presidente della Commissione europea, Von der Leyen ha ribadito l’importanza della difesa mettendo al centro dell’agenda europea il piano “ReArm”, il cui obiettivo è rilanciare la spesa per la difesa attraverso un maggior coordinamento tra i membri dell’UE. I leader europei hanno infatti deciso di accettare l’attivazione di una clausola di salvaguardia nazionale nel patto di stabilità e crescita, ma anche accolto la proposta della Commissione di fornire agli stati 150 miliardi di prestiti per la difesa aerea, missilistica, per droni e sistemi anti drone. Inoltre la Presidente della Commissione sottolinea il potere del bilancio europeo e afferma che potrebbero essere mobilitati fino a 800 miliardi di euro di spese per la difesa. Per “un’Europa sicura e resiliente” è anche necessaria la mobilitazione del capitale privato attraverso investimenti pubblici e completando l’Unione dei mercati dei capitali, che potrebbe attrarre centinaia di investimenti aggiuntivi. Le misure proposte non escludono però la dimensione atlantista: la visione proposta mantiene la Nato come il pilastro della difesa collettiva di tutti i membri e, anzi, include la collaborazione con partner extra UE che condividano le stesse idee. 

Questione di scelte

“L’era del riarmo”, così definita da Von der Leyen, porta a delle divisioni politiche in Italia: nonostante la Presidente del Consiglio Meloni abbia recentemente approvato il ReArm, precisa dicendo che la denominazione di “riarmo” non è adatta ai provvedimenti di cui l’Europa si dovrebbe occupare, che riguardano anche “le materie prime, la cybersicurezza, le infrastrutture critiche e l’autonomia strategica”. Una visione diversa  viene presentata dal leader della Lega Salvini, definendo il piano per il riarmo “una scelta sbagliata” e indicando le scuole, gli ospedali e le buste paga di soldati e poliziotti italiani come migliori destinazioni per i fondi destinati all’industria della difesa, mentre il Ministro degli Esteri Tajani sembra essere scettico verso la prospettiva di una difesa europea che non includa l’aiuto statunitense. Probabilmente annunciare frettolosamente un piano per il riarmo è stata la soluzione più immediata per mandare un messaggio d’impatto all’interno di un clima sempre più inquieto per l’Europa. Ma davvero la corsa agli armamenti è l’alternativa migliore per far valere i diritti dei popoli e garantire la cooperazione tra Paesi? L’UE rischia di essere oscurata dai giganti della scena politica mondiale e quindi adeguarsi alle richieste di Trump o plasmare le politiche in base alle decisioni di Putin potrebbe sembrare un logico allineamento alle circostanze che il momento storico presenta, dimenticando forse che il riarmo segue un andamento ciclico, che la fabbricazione di fucili non incentiva la diplomazia o gli incontri pacifici, che la ricerca della pace in questa modalità rischierebbe di ridursi a un  gioco di supremazia.

 

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