Le vite straordinarie di Ruth Ginsburg e Rossana Rossanda: storie di donne che dobbiamo ringraziare

Celebriamo la vita e la morte di due donne che hanno cambiato la storia.

18 e 20 settembre 2020: due date che resteranno nella memoria di chi, conoscendole, saprà apprezzare due vite straordinarie che in realtà ne hanno cambiate di milioni. Ruth Ginsburg e Rossana Rossanda, diverse nei ruoli, nella nazionalità e nel modus operandi, ma entrambe anime combattenti, nate in un’epoca in cui la donna assumeva importanza ed esprimeva la sua essenza esclusivamente nella dimensione familiare, nel suo essere mamma o moglie devota. Due donne diverse, ma guerriere, che con le loro battaglie pacifiche ma rumorose hanno sfidato una società chiusa e bigotta e tanto ci hanno insegnato.

La giudice Ginsburg

Io dissento come colonna sonora della sua vita e tante porte in faccia: la sua storia, partendo proprio dalle origini, dal c’era una volta una bambina caparbia e astuta, dovrebbe essere letta da tutte le donne che, almeno una volta, si sono sentite dire no grazie. Perché i no, se detti esclusivamente sulla base della proprio genere, fanno male. E Ruth Ginsburg lo ha dovuto comprendere a sue spese. In una New York solo all’apparenza moderna Ruth, donna, ebrea, sposata, ma anche brillante, instancabile, e maledettamente ostinata, rappresentava tutto ciò che negli anni ’60 non era ancora troppo facile accettare. Già moglie e madre, e con una eccelsa seppur breve carriera scolastica, nel 1955 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza di Harvard frequentando le sue lezioni e quelle del marito, Martin, malato di cancro ai testicoli. Una delle 9 donne tra 500 studenti in una realtà universitaria ancora abituata solo a volti maschili e stupita davanti ad una giovane ragazza vogliosa di studiare, bisognosa di chiedere il perché di quella anomalia, posto che, parole del rettore, una donna in un’aula universitaria è solo qualcuno che toglie il posto ad un uomo. Ma la Ginsburg, amante delle cose difficili, non si scoraggiò: è ad Harvard che guadagnò infatti la stima dei suoi professori ed è alla Columbia University che conseguì la laurea in legge con il massimo dei voti. E’ bello vedere come costante della sua vita sia stata la mancanza della necessità di decidere tra l’amore per la propria famiglia e la realizzazione personale, insegnandoci che si può essere entrambe le cose, se si è entrambe le cose: madri, mogli, studentesse, donne, nella piena realizzazione di sè stesse. Ruth Ginsburg questo lo ha dovuto insegnare al mondo. Uscita dall’università nonostante fosse la prima della classe e laureata a pieni  voti infatti non trovò lavoro in nessuno studio legale. Le mogli sono gelose, abbiamo già preso una donna l’anno scorso, il suo ruolo di madre non è compatibile con le mansioni che avrebbe, sono solo alcune delle scuse che si sentì rivolgere accanto ad un no grazie. Ma furono proprio questi no probabilmente ad alimentare la voglia di riscatto tanto che, dopo l’ottenimento della prima cattedra di legge da parte di una donna alla Columbia, diventò direttrice del Women’s Rights Project, portando difronte alla Corte Suprema molteplici casi a cui faceva da sfondo la discriminazione di genere. Nell’America degli anni ’70 c’erano leggi che stabilivano una retribuzione inferiore per una donna con un marito benestante, leggi che consentivano l’apertura di un conto corrente solo per conto del coniuge e leggi che davano più tutele alle vedove che ai vedovi, considerando ancora una volta, e non nel senso della massima tutela, la donna fragile. Tutte battaglie sposate da quella giovane studentessa con sogni troppo grandi per stare fermi in un cassetto, nominata poi nel 1993 dall’allora Presidente Bill Clinton , giudice della Corte suprema. Anche in queste vesti Ruth, non ha smesso mai di non essere d’accordo, di dissentire, portando avanti le battaglie come l’aborto e il divorzio, che hanno cambiato la vita a mille donne, rendendole libere.

Rossana Rossanda

Ironica e sensibile, pungente e resiliente sono gli aggettivi che vengono in mente per descrivere una donna che, tra gli uomini e nella società tutta si è fatta spazio con la forza del proprio pensiero critico, autonomo e disinteressato. Rossana Rossanda, venuta a mancare in una giornata di fine settembre, incarna, a tutti gli effetti, gli sviluppi della storia italiana, nei suoi lati più bui ma anche più luminosi.

La guerra che cadde come qualcosa di mostruoso e imposto, mi fece pensare che dobbiamo cambiare il meccanismo di funzionamento del mondo. La libertà ha delle condizioni necessarie. Dal ’39 al ’46 avevamo solo la libertà di essere vivi. E neanche quella. 

E’ così che la Rossanda ricordava il secondo conflitto mondiale, che l’aveva spinta non solo ad avvicinarsi alla Resistenza italiana ma anche ad entrare sempre più nel mondo della politica, in particolare sposando le idee del comunismo che per lei rappresentava  la possibilità di prendere in mano la propria vita, diventando poi con il tempo e per riconoscimento dello stesso Togliatti , uno dei fiori all’occhiello del Pci: scaltra, sincera, senza paura di raccontare le verità, anche più scomode. Da questa urgenza di raccontare e fame di esprimersi nasce Il Manifesto, sinolo delle colonne portanti della sua vita cioè politica e giornalismo. Un giornalismo che lei stessa definisce militante, un editoriale unico per la sua propensione all’indipendenza da qualsiasi influenza politica, sciolto da ogni legame che potesse mettere catene all’irrefrenabile voglia di raccontare la realtà cruda, vera e anche più nascosta. Le tematiche affrontate dal Manifesto sono diverse dalle altre testate: guerre dimenticate, vittime poco ascoltate, sono i veri protagonisti del lavoro di ricerca della Rossanda. Sempre in direzione ostinata e contraria nella sua autobiografia ”La ragazza del secolo scorso ” afferma che nonostante la potenza delle sue parole e la grandezze della sua presenza, davanti a chi la definiva un mito, lei, Rossana , si imbarazzava: i miti sono proiezioni, mentre lei è stata profondamente intrisa delle problematiche dello spazio e del tempo e per questo e per il suo modo di raccontarlo dobbiamo dirle grazie.

Cosa è cambiato fino ad oggi

Forse, invece di Biancaneve e Cenerentola, alle bambine di oggi e donne di domani, dovremmo raccontare le storie della giovane Ruth e della brillante Rossana. Storie di donne, principi azzurri di loro stesse, che si sono salvate quando per nessuno era importante. Antigoni del presente, disposte a porsi controcorrente per cambiare le cose. Di tutti gli esseri viventi che hanno intelligenza, noi donne siamo gli esseri più infelici: era il V secolo a.C ed Euripide affidava queste parole alla bocca di Medea, donna tradita e delusa che nei secoli diventerà emblema di sofferenza femminile. Queste donne hanno cercato di cambiare questo disegno insito nella cultura generale, contribuendo a cambiare l’immaginario femminile dell’essere donna, non più associata solo a sofferenza e sopraffazione ma a forza e determinazione . Possiamo dire che oggi il mondo è diverso? Forse in parte sì, ma quando ancora potrebbe esserlo? Il processo di emancipazione è stato così lungo e difficile in politica e negli altri settori che ancora nel 2020 non possiamo dirlo del tutto concluso. Nonostante i progressi rispetto il passato, non è accettabile ritenere fortunate donne che oggi vivono in un’epoca in cui è normale ricoprire ruoli dirigenziali e guadagnare più degli uomini: la parità è una conquista raggiunta sgomitando, ma è altresì inequivocabile ricordare che i diritti accomunano tutti gli esseri umani in quanto tali e non dovremmo sentirci privilegiati dal solo fatto di poterne godere. La nostra Costituzione, forse anche grazie alla presenza delle 21 donne dell’Assemblea Costituente, costituisce sicuramente un baluardo e simbolo significativo dei progressi e degli ideali perseguiti negli ultimi decenni con le varie riforme: basti pensare al principio di pari dignità sociale a prescindere dal sesso ex art.3, o il riconoscimento della condizione di donna lavoratrice dell’art.37 che chiarisce la parità di diritti, lavoro e retribuzione, riconoscendo anche la sua fondamentale importanza nell’ambito dell’equilibrio familiare. Eppure le donne che ricoprono, ad esempio, cariche politiche nazionali sono solo un terzo del totale e molte sono le leggi intervenute negli ultimi anni per assicurare la presenza di quote rosa all’interno delle varie liste elettorali, cosa che ha destato non pochi dubbi. C’è davvero bisogno di forzare la parità? E’ giusto obbligare l’inclusione femminile e perché c’è ancora questa esigenza? Sono risposte che ancora non abbiamo nonostante i grandi insegnamenti lasciati da Ruth Ginsburg o Rossana Rossanda, che sì dobbiamo ringraziare, ma anche continuare a seguire come un mantra, nella speranza che un giorno non si parli più di pari opportunutà ma solo di opportunità.

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