Oggi, 27 luglio, sarebbe stato il compleanno di Giosuè Carducci, un amante della classicità. Un servizio su Repubblica ricorda un luogo in particolare da cui il poeta ha tratto ispirazione.

Giosuè Carducci oggi avrebbe compiuto 185 anni e, per commemorare la sua nascita, Valentina Ruggiu ha realizzato un servizio su Repubblica.it riguardante un luogo particolarmente importante per gli antichi Romani, che ha ispirato anche il grande poeta di Pietrasanta. Sono le fonti del Clitunnio, in Umbria, a pochi minuti di auto da Spoleto, un luogo incantevole ed anticamente sacro, visitato da molti poeti quali Byron e lo stesso Carducci.

Il luogo in età Romana
Le fonti del fiume Clitunno erano considerate sacre da parte degli antichi Romani: ne è una prova il tempietto, edificato nei pressi del sito, di Giove Clitunno, dio tutelare del fiume. Il tempietto fu distrutto in età imperiale e successivamente ricostruito dai Longobardi. Il fiume con le sue fonti, alimentate da sorgenti sotterranee, era molto conosciuto fin dall’antichità: molti poeti Romani ne esaltano la bellezza. Il più famoso riconoscimento antico fu senz’altro quello di Virgilio, in Georgiche II, 146-148: Hinc albi, Clitumne, greges et maxima taurus / victima saepe tuo perfusi flumine sacro / Romanos ad templa deum duxere triumphos. (“Da qui, o Clitunno, le bianche greggi e il toro, miglior sacrificio, cosparsi del tuo fiume sacro, spesso portano i trionfi Romani al tempio degli dei”). Tralasciando la possibile indicazione rituale che proverrebbe da questi versi virgiliani, analizziamo brevemente il passo citato: il poeta parla di greggi bianchi e tori che si cospargevano del fiume sacro a Giove Clitunno. Possiamo quindi comprendere che le vittime del sacrificio fossero prima immerse nel fiume e possiamo azzardare a dire che la loro bianchezza derivi dalla limpidezza delle acque. Quest’ultima caratteristica è ricordata anche da altri autori antichi (tra i più noti sono Properzio, Stazio e Giovenale). Apparentemente il fiume in età Romana era navigabile dalle fonti fino a Roma e ospitava molti sacelli, molte ville e anche alcuni siti termali. La bellezza del sito era già stata celebrata da Plinio: egli apre l’epistola 8 dell’ottavo libro 8 (scritta per l’amico Romano) con una domanda: Vidistine aliquando Clitumnum fontem? Si nondum (et puto nondum: alioqui narrasses mihi), uide; quem ego (paenitet tarditatis) proxime uidi. (“Hai mai visto la fonte del Clitunno? Se no – e credo di no: se no me ne avresti parlato-, fallo; io le ho viste da poco – e mi dispiace per il ritardo”). Il passo di Plinio è per noi importantissimo perché, oltre a proclamare la bellezza del sito in sé, ne fornisce anche una descrizione.
Il luogo oggi
La descrizione di Plinio è quanto mai importante perché al giorno d’oggi il sito non appare più come appariva nel I secolo: un terremoto, probabilmente quello di Costantinopoli del 446, anche se il riconoscimento non è univoco tra gli studiosi, causò la dispersione di molte vene delle acque, rendendo il Clitunno un fiumiciattolo. Il sito delle fonti fu riorganizzato e fissato nel suo aspetto definitivo nella seconda metà dell’Ottocento dal conte Paolo Campello della Spina. Ora il fiume non ospita più le maestose ed eleganti ville romane, ma poche e sporadiche casette. Il tempietto di Giove Clitunno divenne una chiesa paleo-cristiana. Nonostante i cambiamenti non mancano le celebrazioni dai poeti di tutto il mondo (tra cui si ricordano Corot e Byron), anche se la più famosa fu quella del poeta toscano Giosué Carducci, di cui oggi si celebra il compleanno. Nella sua ode (contenuta nella raccolta Odi Barbare), il poeta celebra la bellezza del luogo, dell’Umbria, che ospita un tale tesoro; ricorda Virgilio che amava i bei giovenchi dal quadrato petto, erti su ‘l capo le lunate corna, dolci ne gli occhi, nivei. Per un classicista il poeta Carducci è importante al pari di quanto lo sia per un modernista: anche in quest’ode suprema, il poeta di Pietrasanta non perde l’occasione di esaltare l’anima serena, diritta e intera del mondo antico.
Per la bellezza del componimento e per rispetto al grande poeta, riporteremo qui la sua ode:
Ancor dal monte, che di foschi ondeggia
frassini al vento mormoranti e lunge
per l’aure odora fresco di silvestri
salvie e di timi,
scendon nel vespero umido, o Clitumno,
a te le greggi: a te l’umbro fanciullo
la riluttante pecora ne l’onda
immerge, mentre
ver’ lui dal seno del madre adusta,
che scalza siede al casolare e canta,
una poppante volgesi e dal viso
tondo sorride:
pensoso il padre, di caprine pelli
l’anche ravvolto come i fauni antichi,
regge il dipinto plaustro e la forza
de’ bei giovenchi,
de’ bei giovenchi dal quadrato petto,
erti su ‘l capo le lunate corna,
dolci ne gli occhi, nivei, che il mite
Virgilio amava.
Oscure intanto fumano le nubi
su l’Appennino: grande, austera, verde
da le montagne digradanti in cerchio
l’Umbrïa guarda.
Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno! Sento in cuor l’antica
patria e aleggiarmi su l’accesa fronte
gl’itali iddii.
Chi l’ombre indusse del piangente salcio
su’ rivi sacri? ti rapisca il vento
de l’Appennino, o molle pianta, amore
d’umili tempi!
Qui pugni a’ verni e arcane istorie frema
co ‘l palpitante maggio ilice nera,
a cui d’allegra giovinezza il tronco
l’edera veste:
qui folti a torno l’emergente nume
stieno, giganti vigili, i cipressi;
e tu fra l’ombre, tu fatali canta
carmi o Clitumno.
testimone di tre imperi, dinne
come il grave umbro ne’ duelli atroce
cesse a l’astato velite e la forte
Etruria crebbe:
di’ come sovra le congiunte ville
dal superato Cìmino a gran passi
calò Gradivo poi, piantando i segni
fieri di Roma.
Ma tu placavi, indigete comune
italo nume, i vincitori a i vinti,
e, quando tonò il punico furore
dal Trasimeno,
per gli antri tuoi salì grido, e la torta
lo ripercosse buccina da i monti:
tu che pasci i buoi presso Mevania
caliginosa,
e tu che i proni colli ari a la sponda
del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti
sovra Spoleto verdi o ne la marzia
Todi fai nozze,
lascia il bue grasso tra le canne, lascia
il torel fulvo a mezzo solco, lascia
ne l’inclinata quercia il cuneo, lasci
la sposa e l’ara;
e corri, corri, corri! Con la scure
e co’ dardi, con la clava e l’asta!
Corri! Minaccia gl’itali penati
Annibal diro.-
Deh come rise d’alma luce il sole
per questa chiostra di bei monti, quando
urlanti vide e ruinanti in fuga
l’alta Spoleto
i Mauri immani e i numidi cavalli
con mischia oscena, e, sovra loro, nembi
di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti
de la vittoria!
Tutto ora tace. Nel sereno gorgo
la tenue miro salïente vena:
trema, e d’un lieve pullular lo specchio
segna de l’acque.
Ride sepolta a l’imo una foresta
breve, e rameggia immobile: il diaspro
par che si mischi in flessuosi amori
con l’ametista.
E di zaffiro i fior paiono, ed hanno
dell’adamante rigido i riflessi,
e splendon freddi e chiamano a i silenzi
del verde fondo.
Ai pié de i monti e de le querce a l’ombra
co’ fiumi, o Italia, è dei tuoi carmi il fonte.
Visser le ninfe, vissero: e un divino
talamo è questo.
Emergean lunghe ne’ fluenti veli
naiadi azzurre, e per la cheta sera
chiamavan alto le sorelle brune
da le montagne,
e danze sotto l’imminente luna
guidavan, liete ricantando in coro
di Giano eterno e quando amor lo vinse
di Camesena.
Egli dal cielo, autoctona virago
ella: fu letto l’Appennin fumante:
velaro i nembi il grande amplesso, e nacque
l’itala gente.
Tutto ora tace, o vedovo Clitunno,
tutto: de’ vaghi tuoi delùbri un solo
t’avanza, e dentro pretestato nume
tu non vi siedi.
Non più perfusi del tuo fiume sacro
menano i tori,vittime orgogliose
trofei romani a i templi aviti: Roma
più non trionfa.
Più non trionfa, poi che un galileo
di rosse chiome il Campidoglio ascese,
gittolle in braccio una sua croce, e disse
Portala, e servi -.
Fuggîr le ninfe a piangere ne’ fiumi
occulte e dentro i cortici materni,
od ululando dileguaron come
nuvole a monti,
quando una strana compagnia, tra i bianchi
templi spogliati e i colonnati infranti,
procede lenta, in neri sacchi avvolta,
litanïando,
e sovra i campi del lavoro umano
sonanti e i clivi memori d’impero
fece deserto, et il deserto disse
regno di Dio.
Strappâr le turbe a i santi aratri, a i vecchi
padri aspettanti, a le fiorenti mogli;
ovunque il divo sol benedicea,
maledicenti.
Maledicenti a l’opre de la vita
e de l’amore, ei deliraro atroci
congiungimenti di dolor con Dio
su rupi e in grotte;
discesero ebri di dissolvimento
a le cittadi, e in ridde paurose
al crocefisso supplicarono, empi,
d’essere abietti.
Salve, o serena de l’Ilisso in riva,
intera e dritta ai lidi almi del Tebro
anima umana! I foschi dì passaro,
risorgi e regna.
E tu, pia madre di giovenchi invitti
a franger glebe e rintegrar maggesi
e d’annitrenti in guerra aspri polledri
Italia madre,
madre di biade e viti e leggi eterne
ed inclite arti a raddolcir la vita,
salve! A te i canti de l’antica lode
io rinnovello.
Plaudono i monti al carme e i boschi e l’acque
de l’Umbria verde: in faccia a noi fumando
ed anelando nuove industrie in corsa
fischia il vapore.