Il Superuovo

Le cinque importantissime (e divertenti) commedie del Rinascimento italiano che forse non conoscevi

Le cinque importantissime (e divertenti) commedie del Rinascimento italiano che forse non conoscevi

Intrighi spassosi, equivoci e scambi di persona: questo e molto altro possiamo ritrovare nelle bellissime commedie nate e scritte nel Cinquecento in Italia. Ecco una selezione delle più importanti e divertenti. 

Il teatro Olimpico di Vicenza, progettato da Andrea Palladio e terminato da Vincenzo Scamozzi nel 1585

Il Rinascimento e, in particolare, il XVI secolo, in Italia è stato un periodo floridissimo dal punto di vista letterario. Questo è il periodo in cui scrivono Bembo, Baldassarre Castiglione, Machiavelli, Tasso e tanti altri autori di grandissime opere destinate ad essere ricordate per molti secoli a venire. Un periodo in cui si instaura anche una grande tradizione e produzione teatrale, che accompagnava soprattutto il mecenatismo delle varie corti signorili, non disdegnando però neanche la committente pubblica delle Repubbliche. Il Cinquecento vede la nascita del dramma pastorale, che toccherà i vertici con l’ “Aminta” di Torquato Tasso e il “Pastor Fido” di Guarini, ma anche il proliferare della satira antivillanesca, che farà la fortuna di molti comici senesi. Senza dimenticare che siamo quasi alla nascita definitiva della Commedia dell’Arte, un patrimonio famoso in tutta Europa ma rigorosamente italiano. E nel Cinquecento avviene la grande e definitiva riscoperta delle tragedie e, soprattutto, delle commedie greche e latine (soprattutto Plauto e Terenzio) che influenzeranno tantissimo la nuova produzione di testi rinascimentali. I loro testi, insieme alle geniali e numerosissime trame comiche delle novelle ereditate da Boccaccio, saranno importantissimi per la scrittura dei capolavori della commedia cinquecentesca di cui noi ora vi riportiamo un’accurata selezione.

La “Calandria” del Bibbiena

La prima commedia che presentiamo è particolare già per il fatto che il suo autore, Bernardo Dovizi detto “Il Bibbiena, di professione non era un letterato. Infatti questa commedia è l’unico, geniale prodotto letterario di quest’uomo che in realtà era un eccentrico politico, diplomatico e anche cardinale, anche se il suo interesse era rivolto più allo svago e alle donne che alle anime dei cristiani. La “Calandria” è una perfetta commedia degli equivoci, con travestimenti e scambi di persona numerosi e che si susseguono talmente velocemente da lasciare confuso anche lo spettatore più attento. Immaginiamo che il titolo della commedia, ai più avvezzi, ricordi qualcosa: si rifà esplicitamente al personaggio di Calandrino, protagonista suo malgrado della famosissima novella del “Decameron” di Boccaccio.

E in effetti la commedia del Bibbiena è una sapiente ripresa e miscela di trame e intrighi dalle opere di Boccaccio e dalle commedie di Plauto, il genio della risata della Roma repubblicana. Il protagonista di questa commedia, Calandro appunto, è uno sciocco mercante di Roma a cui capitano di tutti i colori, tradimento della moglie in primis. La moglie lo tradisce con un uomo, di nome Lidio, che era venuto a Roma da Modena per cercare la sua sorella gemella, di nome Santilla. E proprio vestito da donna (e con lo pseudonimo di Santilla) il giovane Lidio si reca in casa di Calandro per incontrare la moglie, innescando tutta la dinamica divertente e spassosa dei travestimenti e scambi di persona. Quando poi anche la vera Santilla, che a sua volta per vari motivi dovrà travestirsi da uomo, entrerà in scena, il divertimento per lo spettatore (che è il solo a conoscere la verità sulle identità dei personaggi in gioco) è assicurato. Alla fine, come da consuetudine del genere della commedia, c’è l’agnizione dei due fratelli e lo scioglimento di tutte le peripezie con annesso lieto fine.

La “Mandragola”, ovvero il capolavoro del Rinascimento

Sappiamo che questa commedia è famosissima e quindi per nulla sconosciuta, ma è impossibile da non menzionare quando si parla di testi comici divertenti del Rinascimento italiano. Il Niccolò Machiavelli comico (ma per nulla disimpegnato a livello sociale) ci ha lasciato anche un’altra commedia, la “Clizia” e una vena ironica e quasi grottesca si può ritrovare anche in “Belfagor arcidiavolo“, l’unica novella a noi nota di Machiavelli. Ma è con la “Mandragola” che l’autore e politico fiorentino tocca in assoluto i vertici della comicità letteraria del suo secolo. Di nuovo in compagnia di un mercante beffato, di nome Nicia, di nuovo con un triangolo amoroso che riecheggia i migliori risvolti comici delle novelle boccacciane.

E poi l’intraprendente Ligurio, figura che rievoca benissimo le caratteristiche di uno dei tipi di personaggio più vincenti della commedia classica latina: il servo furbo, quello che è in grado di architettare i piani migliori per ingannare e truffare i nemici del suo padrone. Infatti Ligurio non si smentisce e, con un piano genialmente divertente, riesce a far accettare al mercante (già tradito più volte) che la moglie Lucrezia vada a letto con un altro uomo, in teoria incontrato casualmente per la strada, ma che in realtà è nientemeno che il suo amante di sempre, Callimaco. Come ci riesce? Beh questo non lo riveliamo, perché la trovata è, allo stesso tempo, divertente e furbissima. Però si può dire che c’entra la mandragola, questa pianta a cui Ligurio attribuisce un effetto molto particolare e che richiama, ancora una volta, proprio Boccaccio.

Infatti, sempre nella novella di Calandrino (ottava giornata del Decameron), a questo personaggio credulone viene fatto credere che ci sia una pianta, “mandragola” appunto, capace di rendere invisibile. E non è forse Nicia un credulone beffato da tutti gli altri personaggi alleati contro di lui per favorire il tradimento di sua moglie con l’amante Callimaco? E non è forse Nicia ingannato tramite la pianta della mandragola? Boccaccio ha lasciato alla nostra tradizione comica un’eredità di inestimabile valore, grazie alla quale è potuta nascere, nella mente di Machiavelli, la più geniale delle commedie del Rinascimento italiano.

Ritratto di Niccolò Machiavelli, fonte: ritirifilosofici.it

La “Venexiana”

Ma tra tutti i grandi autori cinquecenteschi che si sono cimentati con la scrittura comica e tragica, vale la pena menzionare questa commedia, la “Venexiana, che in realtà ci è giunta anonima, senza autore. E va menzionata perché, oltre a saper far ridere molto bene, si distingue per la sua originalità nella trama, nell’organizzazione dello spazio scenico e nel finale. Non ci sono i classici personaggi ereditati dalla tradizione plautina, terenziana o boccacciana (servo astuto, il beffato, l’avaro, il soldato fanfarone) e, quando veniva messa in scena, non doveva avere nemmeno un apparato scenografico. Già dal titolo si capisce che la commedia nasce e viene rappresentata a Venezia e la protagonista, in parte, è proprio la città della Laguna, coi suoi palazzi mercantili e i suoi canali. La “Venexiana” è una commedia che raggiunge uno dei massimi livelli di realismo rinascimentale, dipingendo uno spaccato molto preciso della vita di Venezia attorno alle vicende dei protagonisti. La trama in realtà è piuttosto semplice e, in virtù del realismo che abbiamo appena citato, forse era persino ispirata ad un fatto di cronaca davvero avvenuto.

Due nobildonne (una, Angela, di mezza età e già vedova, l’altra, di nome Valeria, giovane e nubile) si contendono l’amore di un giovane avvenente e spregiudicato milanese, Iulio. Il primo atto è una specie di prologo, mentre il secondo e il terzo sono dedicati agli amoreggiamenti di Angela per e con Iulio. Nel quarto e quinto atto è la volta di Valeria, che dimostra tutto il suo amore per il giovane che giunge da lei dopo aver dato il meglio di sé con Angela. L’azione scenica non è ricchissima, ma si limita ad entrare nelle case delle due nobildonne e vedere come esse si comportano, nell’intimità delle loro stanze, con e senza Iulio. Si tratta infatti di una commedia che prescinde da personaggi tipici del suo genere letterario e per questo dotata di una forte carica realistica e polemica nei confronti del malcostume dell’aristocrazia veneziana del tempo.

Ma la caratteristica della Venexiana che più si scosta dai canoni della commedia del Rinascimento è il finale, perché in pratica non c’è. Non avviene la scoperta dei sotterfugi amorosi di Iulio né uno scontro vero e proprio tra le due donne, tantomeno si assiste ad un colpo di scena. Semplicemente viene fatto intuire che, dopo essere passato dal letto di Angela a quello di Valeria, l’indomani Iulio tornerà da Angela, e poi di nuovo da Valeria e così via, ancora, per ogni altro giorno.

La “Lena” di Ariosto: una risata a metà

Arriva anche il turno di Ludovico Ariosto, il grande autore dell’ Orlando furioso che già prima della pubblicazione del suo poema si era cimentato nel teatro comico cinquecentesco. Con la “Cassaria” e i “Suppositi“, rispettivamente del 1508 e del 1509, egli aveva seguito il filone dell’imitazione dei classici Plauto e Terenzio, pratica che era molto in voga tra i suoi contemporanei. Ma vent’anni più tardi il clima era un po’ cambiato: la “Mandragola” di Machiavelli aveva già riscosso successo in tutte le corti più importanti d’Italia (compresa quella papale) e Ariosto non voleva essere da meno.

Perciò scrisse questa sua commedia, la “Lena“, che deve il suo titolo al nome della protagonista, una giovane donna sposata con Pacifico, uomo inconcludente e pieno di debiti. I due coniugi sono talmente indebitati da non poter pagare l’affitto all’avaro e venale padrone di casa, il vecchio Fazio, il quale consente ai due di non versare niente nelle sue casse a patto che Lena si prostituisca per lui. All’inizio ai due coniugi la cosa sta bene per via delle loro ristrettezze economiche, ma quando Lena inizia a non voler più essere sfruttata dall’avaro padrone di casa (molto cinico e aggressivo sessualmente), le viene meno il sostegno di Pacifico, che propende, timoroso di perdere la casa, per mantenere le cose come stanno. Allora emerge da un lato la figura di grande dignità di Lena, donna che si sente sfruttata e incatenata in una prigione da cui non riesce ad uscire (la schiavitù sessuale, ma anche il matrimonio con l’inetto Pacifico); dall’altro Ariosto è stato in grado di dipingere un quadro di realismo spietato che mette in evidenza le logiche spregiudicate del denaro, al cui valore e alla cui importanza si subordina tutto.

Utilizzando gli espedienti comici, in realtà Ariosto sta compiendo una vera e propria denuncia sociale, lasciando che, chi assiste alla rappresentazione della commedia, non si soffochi di grasse risate ma lasci soltanto posto ad un sorriso amaro. Il finale, in teoria, dovrebbe rispettare i canoni del lieto fine della commedia, poiché c’è in effetti un matrimonio (della figlia di Fazio con il suo fidanzato) ma tra gli invitati ci sono anche Pacifico e Lena. Significa che anche lì, al matrimonio, si ristabilirà il perverso triangolo amoroso dei due coniugi e dell’affittuario sfruttatore.

Ludovico Ariosto in un ritratto del pittore Tiziano

Ruzante: un uomo, un personaggio

Ci sarebbero tanti altri autori di commedie molto belle che avremmo potuto citare, come ad esempio Pietro Aretino o Anton Francesco Grazzini (“Il Lasca“), ma per talento, quantità e qualità della produzione e fortuna presso i posteri, questo posto spetta di diritto ad Angelo Beolco. Forse a chiamarlo così non suona familiare, visto che la tradizione lo ha consacrato con il nome del suo personaggio più famoso, ovvero il contadino Ruzante. E in effetti sappiamo che, oltre a fare l’amministratore factotum del nobile veneziano Alvise Cornaro, oltre a dilettarsi nello scrivere scene teatrali, egli stesso interpretava i suoi personaggi. Beolco-Ruzante ha scritto opere teatrali in versi (“Pastoral” e “Betìa“) e in prosa, in dialetto pavano o veneziano o anche in quel toscano tanto amato dal Bembo, terreno sul quale ha provato a sfidare gli altri grandi commediografi del suo tempo con la famosa “Anconitana“.

Di tutte le commedie divertenti che Beolco ha scritto, la più famosa non è nemmeno propriamente una commedia: si tratta di un “Parlamento, una specie di atto unico e monologo in cui il protagonista è un contadino, il “villano” Ruzante che va in guerra per arricchirsi ma in realtà torna a casa sfinito e più povero di prima. Ruzante va lamentandosi delle sue sventure in questa specie di monologo comico, mentre piano piano scopre che la sua donna, Gnua, per sopravvivere si è diretta in città. Non solo: lì Gnua ha iniziato una relazione con un poco di buono dei sobborghi, che comunque le garantisce un tenore di vita migliore di quello sporco pieno di pulci di suo marito Ruzante.

Ruzante che finisce per essere picchiato dal nuovo amante della moglie, così dare un finale coerente all’elenco delle sue sventure. Nelle lamentele e nelle molte sventure dal risvolto comico che capitano a Ruzante si nasconde di nuovo una vena importante di realismo e di denuncia sociale, incanalata in quella che viene definita “satira villanesca“, un nuovo genere teatrale del Cinquecento con oggetto e protagonisti degli uomini di campagna. Il confronto città-campagna nato in questo periodo si gioca anche col teatro, dove di fronte ad una platea nobile e fatta di proprietari terrieri, il villano viene dipinto con tutta la carica satirica e grottesca possibile. Anche se, in questo “Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo” Beolco mostra di non essere insensibile alla condizione difficile delle campagne fuori Venezia e fuori Padova. Infatti anche con un altro “parlamento”, la “Bilora“, e con la commedia “Moscheta” ha messo in luce, tramite una parodia molto sarcastica, la povertà, la miseria e l’arretratezza socioculturale degli abitanti delle zone rurali.

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