Le belve di Roberto Arlt popolano la serie tv The Deuce

Uno dei protagonisti della serie tv The deuce firmata HBO sembra essere uscito dal più famoso dei racconti dello scrittore argentino Roberto Arlt: Le belve.

 

Vicoli sudici, figure losche, locali malfamati: capire se si stia parlando di qualcosa uscito dalla penna dell’argentino Roberto Arlt o di prodotto della HBO è impossibile, visto che i due mondi ritrovano nelle ambientazioni e nei personaggi punti di tangenza.

The Deuce: un caleidoscopio di squallore

Tra la moltitudine di figure che si muovono in quel caleidoscopio di squallore che è The Deuce spicca Frankie Martino, che si impone come uno dei personaggi più interessanti della serie tv firmata HBO. Tre stagioni passate in sordina, seguite da pochi fedelissimi, ma apprezzatissime e lodate dalla critica per interpretazioni, sceneggiatura e regia; un trittico perfetto che trasporta lo spettatore in una New York anni ’70 dove ci si muove in strade luminose, entrando e uscendo da casa trasandate, locali notturni e stazioni di polizia.

The Deuce si era presentata al pubblico come la serie tv sulla storia dell’industria pornografica, ma si è affermata come l’ennesimo prodotto brillante della HBO, che affronta direttamente problemi come il razzismo, la prostituzione, la corruzione e l’AIDS. Tra tutti questi spunti spiccano i gemelli Martino, interpretati da un James Franco che si sdoppia, divenendo a tratti Frankie, ad altri Vincent. I due gemelli sono identici, ma  non potrebbero essere più diversi tra loro: se Vincent è razionale e prova in ogni modo a vivere “onestamente” con il suo bar, Frankie è impulsivo e si ritrova ben presto a lavorare per la Mafia, divenendo così una di quelle belve descritte da Roberto Arlt.

James Franco mentre interpreta Vincent Martino (sinistra) e Frankie Martino (destra)

Le belve  argentine

Le belve di Arlt si muovono in “strade oscure e luoghi taciturni, a contatto con gente terrena, triste e sonnolenta”- proprio come quelle che escono da The Deuce- e sono raccolte in un libro in cui non si possono non notare “le sue dure parole”, e in cui “gli esseri umani sembrano più mostri che sguazzano nelle tenebre che gli angeli luminosi delle storie antiche”.

È lo stesso scrittore argentino ad usare queste parole per descrivere quello che diventerà il più noto tra i suoi racconti, dove non c’è posto per “il radioso piede della felicità”, ma solo per quella  piccola istantanea dei bassifondi della Buenos Aires degli anni Trenta, tutta sublime ed irrequieta, fatta appositamente per essere descritta dalla penna precisa e disincantata di Arlt, profondo conoscitore di quell’umanità fatta di belve.

 “Non ti dirò mai come sono sprofondato poco a poco, giorno dopo giorno, fra uomini dannati, ladri e assassini, fra donne che hanno la pelle del viso più ruvida della calce screpolata. A volte, quando ripenso al punto a cui sono arrivato, ho l’impressione che nella mia testa si agitino grandi tele d’ombra, cammino come un sonnambulo e il processo della mia decomposizione mi appare incastonato nell’architettura di un sogno mai avvenuto”.

Le parole potrebbero essere pronunciate senza problemi da Frankie Martino, quando con sigaretta alla mano, nell’ultima stagione, tira le somme sul suo operato, confrontandosi apertamente con i suoi peccati e i suoi fallimenti, sapendo che prima o poi sarà punito per ciò che ha commesso.

Roberto Arlt, secondo il critico Pedro Luis Barcia, è l’artefice di una letteratura fatta di “montanti alla mandibola” – gli stessi che tira sempre con precisione Frankie a chi prova ad ostacolare il suo lavoro-  che continua ad ammaliare e spinge a cercare il mistero della sua forza e della sua tenerezza, che compare a sprazzi un linguaggio ruvido e cupo, illuminandone le righe con dolcezza accecante.

Belve in gabbia, restiamo dietro le sbarre di pensieri turpi, ed è per questo che il sorriso canagliesco si staglia con tanta difficoltà dal volto, bloccato in un rictus di noia da cani.

 

Ci sono belve in città

Non si può non coprirsi gli occhi, voltarsi velocemente impauriti e disgustati davanti al sangue, ai corpi, alla violenza che The Deuce propone sullo schermo, e nemmeno a quella che Arlt mette nero su bianco.  Tutti i temi combaciano perfettamente: umiliazioni, violenze, razzismo, ipocrisia e sdegno della piccola borghesia, eternamente frustrata nelle proprie aspirazioni, ma soprattutto nell’assenza di Dio, perché “lo abbiamo chiamato e non è venuto”.

Nemmeno Dio, infatti, arriva in quei vicoli dove passano gli uomini e le donne, i criminali, i ladri, gli assassini, gli stupratori e le prostitute che abitano la rispettive città, la New York anni ’70 e la Buenos Aires anni ’30, entrambe le città dei bassifondi, dove proprio uomini e donne coesistono sotto le medesime stelle, che decidono però destini diversi per ognuno, come per Frankie, che pagherà per le sue azioni, o come l’altro grande personaggio di The Deuce, cioè Candy (Maggie Gyllenhaal) che riesce a riscattare la propria storia.

Infatti le due città sono un perfetto binomio corruzione e onestà, dove le belve aspettano silenziose, in attesa di attaccare al momento propizio, e sono loro ad essere ricoperte da un fascino che spetta solo di essere raccontato e che le rende i soggetti ideali di Arlt e della HBO, di racconti e serie tv, che per quanto distanti,  si incastrano tra loro, e non solo si affermano come opere d’arte, ma vanno oltre quella rustichezza apparente, divenendo vere e proprie vie finestre su u  degrado ben celato sotto un’educata e pacata facciata borghese.

“Ci entrano negli occhi tenebre che nemmeno le strade più buie hanno nelle loro profondità melmose, mentre dietro la spessa vetrata che dà sulla strada passano donne oneste abbracciato di uomini onesti.”

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