Il Superuovo

Le api possono aiutarci a combattere il cancro al seno? Uno studio australiano dice sì

Le api possono aiutarci a combattere il cancro al seno? Uno studio australiano dice sì

Le nostre amate api rivelano un altro grande dono all’umanità: il loro temibile veleno è in grado di uccidere le cellule di due forme molto aggressive di cancro al seno.

Degli scienziati australiani hanno scoperto che la principale componente del veleno, chiamata melittina, una sostanza che provoca violente reazioni allergiche in una piccola parte della popolazione, può uccidere rapidamente le cellule del tumore triplo-negativo e quello HER2 positivo. La scoperta apre risvolti promettenti, ma dovrà essere supportata da ulteriori studi.

Cos’è il tumore al seno e quali tipologie si possono distinguere

Il tumore al seno è una malattia legata alla trasformazione maligna di alcune cellule della mammella che, crescendo in maniera autonoma, acquisiscono la capacità di infiltrare i tessuti e gli organi circostanti e migrano ad altre parti del corpo annidandosi e formando metastasi. I tumori al seno (come il resto dei tumori) non sono tutti uguali, ma possono essere divise in tre categorie dal punto di vista molecolare. Osservando la presenza di specifici recettori, si possono distinguere tumori sensibili agli ormoni, tumori HER2 positivi e tumori triplo-negativi. Circa ilventi per cento dei carcinomi alla mammella è caratterizzato da un’elevata espressione di HER2 (tumori chiamati appunto HER2 positivi), un recettore in grado di legare una molecola chiamata “fattore di crescita” e innescare la proliferazione cellulare. Tra i tumori al seno quello più difficile da trattare è il triplo negativo. Particolarmente diffuso al di sotto dei 50 anni e in chi presenta mutazioni nel gene BRCA1, questa forma tumorale rappresenta circa il 15-20% di tutte le neoplasie della mammella. Ma mentre le altre forme possono essere curate con buoni risultati, il triplo negativo è particolarmente aggressivo e presenta una sopravvivenza media dalla diagnosi nettamente inferiore rispetto alle altre forme. Il nome triplo negativo deriva dal fatto che in questo specifico tipo di tumore al seno, a differenza di altri tumori mammari, le cellule non possiedono sulla loro superficie la proteina HER2, né i recettori per gli estrogeni e per i progestinici. L’assenza di questi target rende questa neoplasia particolarmente difficile da trattare.

Cancro al seno
Cancro al seno

Lo studio condotto dagli scienziati dell’Harry Perkins Institute of Medical Research

Dopo aver analizzato il veleno di circa 300 specie di api e calabroni, i ricercatori dell’Harry Perkins Institute of Medical Research (Australia) hanno constatato che una specifica concentrazione di melittina (che costituisce per circa il 50% il veleno delle api) è in grado di uccidere la totalità delle cellule tumorali nelle colture cellulari nel giro di un’ora, senza danneggiare le cellule sane. In 60 minuti, la sostanza riesce a dissolvere completamente le membrane cellulari delle cellule malate. In laboratorio, inoltre, entro 20 minuti dalla somministrazione, la mellitina riesce a interferire con la crescita dei tumori triplo negativo e di quelli HER2-positivo sabotando i meccanismi di replicazione delle cellule, perché riduce in modo sostanziale i messaggi chimici necessari per promuovere la divisione cellulare. Di fatto, chiude il percorso di segnalazione per la riproduzione delle cellule cancerose. In più, una volta isolata e somministrata insieme a un farmaco chemioterapico, il docetaxel, la sostanza contenuta nel veleno d’ape ha potenziato l’effetto di soppressione della crescita tumorale, perché ha ridotto i livelli di una molecola che il cancro usa per sfuggire al sistema immunitario. Le perforazioni nelle membrane cancerose causate dalla melittina permettono quindi alla chemioterapia di penetrare nelle cellule e operano con estrema efficienza nel ridurre la crescita dei tumori in topi di laboratorio. La responsabile della ricerca Ciara Duffy ritiene che la scoperta possa portare allo sviluppo di un trattamento soprattutto per i tumori al seno triplo-negativi, per i quali non esistono finora terapie clinicamente efficaci. Tuttavia, la ricerca su questa e altri veleni animali è ancora estremamente preliminare e condotta su modelli animali (nel nostro caso nei topi) o linee cellulari isolate dal resto dei tessuti; occorrerà lavorare ancora molto, prima di ipotizzare una possibile applicazione clinica della scoperta.

Il metabolismo tumorale: come e cosa “mangiano” i tumori

Se immaginassimo di essere una cellula tumorale (una cellula che a causa di una serie di mutazioni a carico del proprio DNA comincia a moltiplicarsi in modo incontrollato), per sostenere la nostra attività, avremmo sicuramente bisogno dei materiali adatti per “costruire” le nostre cellule figlie. Ma soprattutto, avremmo bisogno di una fonte di energia: l’ATP. Per poter ricaricare l’ATP, così come per ottenere i materiali necessari per costruire le proprie figlie, la cellula tumorale, come qualsiasi altra cellula del nostro organismo, assorbe dall’ambiente esterno principalmente glucosioglutammina, rispettivamente lo zucchero e l’amminoacido più abbondanti nel sangue, derivanti dal cibo che noi assumiamo quotidianamente. La differenza tra una cellula tumorale e una cellula normale non sta quindi tanto in cosa mangia, bensì in come si procaccia il cibo e nel cosa ne fa una volta assunto. La cellula tumorale nasce e si sviluppa in un ambiente comunitario (il microambiente) in cui esistono diversi meccanismi per garantire a ciascun membro della comunità un adeguato supporto nutrizionale. Uno di questi meccanismi consiste nel regolare l’ingresso di glucosio, glutammina e degli altri nutrienti all’interno di ciascuna cellula, garantendo a ognuna una razione di nutrienti moderata, ma sufficiente a sopravvivere. La cellula tumorale però, per sopperire all’elevato fabbisogno energetico necessario alla propria proliferazione incontrollata, sviluppa diversi meccanismi che le permettono di eludere questo sistema di razionalizzazione dei nutrienti ed assumerne a più non posso. Una volta sottratti i nutrienti al microambiente in modo incontrollato, la cellula tumorale li adopera in modo parzialmente diverso rispetto ad una cellula normale. In particolare, utilizza la glutammina sia per ricavare i mattoni fondamentali per costruire le macromolecole (soprattutto DNA, proteine e lipidi) sia per ricavare energia, funzione normalmente a carico del glucosio. L’aumentato supporto che la glutammina dà a questa causa in una cellula tumorale, fa sì che il glucosio possa essere utilizzato per produrre principalmente lattato e altri elementi utili per “costruire” le nuove cellule, invece di essere usato come fonte energetica. Grazie a tale sinergia, la cellula tumorale ha quindi accesso “illimitato” ad energia e materiali per costruire le proprie cellule figlie. Assorbendo incontrollatamente nutrienti, la cellula tumorale priva le altre cellule del microambiente di un adeguato apporto di questi elementi vitali, indebolendole. Così, le cellule tumorali possono vincere con più facilità la competizione per il territorio. Inoltre, i prodotti di scarto del metabolismo tumorale sono in grado di danneggiare ulteriormente il microambiente. In particolar modo sono in grado di degradare la matrice extracellulare (sostanza che riempie lo spazio tra le cellule), permettendo alle cellule tumorali di farsi largo nel microambiente e procedere nella strada verso il torrente sanguigno dal quale si lasceranno trasportare verso la conquista di nuovi organi.

L’incidenza del tumore al seno in Italia

Il tumore al seno è la neoplasia più frequente in assoluto per incidenza nella popolazione femminile. Si stima che nel 2018, in Italia, abbia colpito 52.800 donne e circa 500 uomini (per confronto, nel 2015 le stime indicavano, rispettivamente, 48 mila e 300). Il trend di incidenza tra il 2003 e il 2018 appare in leggero aumento (+0,3% per anno) mentre continua a calare in maniera significativa la mortalità (-0,8% per anno). L’aumento di incidenza è riferito in particolare alle donne di 45-49 anni, e potrebbe essere spiegato dall’ampliamento dello screening mammografico in alcune regioni che hanno coinvolto anche questa fascia di età. Complessivamente, emerge che 1 donna su 8 in Italia si ammala di tumore al seno nel corso della sua vita. Per confronto, la proporzione nella popolazione maschile è di 1 uomo su 565.
In assenza di condizioni particolari (come la mutazione genetica nei geni BRCA), il rischio di ciascuna donna di ammalarsi varia molto con l’età. Secondo i dati dell’Associazione Italiana Registri Tumori (Airtum), è del 2,4% fino a 49 anni (1 donna su 42), del 5,5% tra 50 e 69 anni (1 donna su 18) e del 4,7% tra 70 e 84 (1 donna su 21).

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: