Arte e letteratura si intersecano sulla lapide di una giovane ragazza morta prematuramente, consegnandola così all’immortalità.

La morte di Clelia Severini, descritta con grande maestria dallo scultore purista Pietro Tenerani in un bassorilievo, cattura l’attenzione anche di uno dei più celebri poeti della storia: Giacomo Leopardi, che la rende così protagonista di una struggente canzone.
L’ULTIMO MOMENTO IN FAMIGLIA PRIMA DELL’ADDIO
A Roma, situata a pochi passi dal Palazzo Montecitorio, si trova la chiesa di San Lorenzo in Lucina, sorta nel IV secolo e, grazie a Papa Pio X, divenuta poi basilica minore nel 1908. Nell’atrio della chiesa un bassorilievo attrae lo sguardo dello spettatore: si tratta di un monumento funebre, commissionato nel 1822 da Giuseppe Severini ad un Pietro Tenerani trentatreenne e dedicato alla figlia, Clelia Severini, morta ad appena diciannove anni. La scena rappresentata è pulita e priva di fronzoli o ornamenti e rappresenta l’addio della giovane, in piedi e ieratica, tra i genitori seduti, spezzati dal dolore. Il padre le tiene la mano, come se la pregasse di non andarsene, la madre invece volge gli occhi e le mani al cielo in segno di preghiera. Le tre figure non sono in dialogo tra loro ma è facile cogliere l’angoscioso addio che si stanno scambiando. Un’altra figura si aggiunge al terzetto: un cagnolino, raffigurato mentre si protende sulle zampe posteriori che, come gli altri, sembra chiedere alla fanciulla di non separarsi dal mondo terreno; è proprio Clelia la più composta, con i suoi capelli raccolti, a differenza di quelli scarmigliati della madre, con la mano che tiene la sua tunica come per avvolgersi nelle tenebre mentre l’altra sta per lasciare la mano paterna, suggellando il commiato. Il bassorilievo vede così descritta con grande intimità e quotidianità la scena di uno struggente, estremo, saluto.

E DOVE VAI TU, BELLISSIMA DONZELLA?
Dal momento che lo stesso Giuseppe Severini morì prima di ricevere l’opera ultimata, il bassorilievo rimase nello studio dell’artista più a lungo del dovuto e fu proprio questo il motivo per cui, il grande Giacomo Leopardi, giunto a Roma nell’ottobre 1831 insieme all’amico Ranieri, ebbe modo di visionarlo personalmente. Ammirando e partecipando al lutto per la prematura dipartita della giovane, il poeta fu ispirato per la composizione della canzone “Sopra un bassorilievo antico sepolcrale dove una giovane donna morta è rappresentata in atto di partire accomiatandosi dai suoi”. Il componimento inizia proprio con un appello rivolto alla giovane: “Dove vai? Chi ti chiama lunge dai cari tuoi, bellissima donzella? Sola, peregrinando, il patrio tetto sì per tempo abbandoni? A queste soglie tornerai tu? Farai tu lieti un giorno questi che oggi ti son piangendo intorno?”. Queste sono domande di cui il poeta conosce perfettamente la risposta. La musicalità di Leopardi esprime il senso di dolore che attanaglia tanto i genitori della giovane quanto tutta l’umanità, impotente difronte alla morte. E’ così infatti che egli prosegue dicendo “Morte ti chiama. […] Non tornerai, l’aspetto dei tuoi dolci parenti lasci per sempre.” Eppure la fanciulla è mesta e il poeta non riesce ancora a capire se, quella capitatale, sia fortuna o sfortuna: l’animo malinconico e pessimista di Leopardi riesce ad esprimersi sempre magistralmente: egli non cela di certo che, a parer suo, la cosa migliore sarebbe stata non nascere mai (“Mai non veder la luce era, credo, il miglior”).
PERCHE’ E’ COSI’ DOLOROSO E STRAZIANTE?
Tanto Tenerani quanto Leopardi sembrano fare un passo indietro di fronte ad una Natura maligna che spazza via una vita tanto innocente e tanto giovane. La canzone leopardiana prosegue proprio con un appello alla Natura che, come una noverca, non si cura dei mortali che lei stessa ha creato lasciandoli naufragare in un mare colmo di dolore sin dal momento in cui si affacciano alla vita. “Che per uccider partorisci e nutri, se danno è del mortale immaturo perir, come il consenti in quei capi innocenti? Se ben, perché funesta, perché sovra ogni male, a chi si parte, a chi rimane in vita, inconsolabil fai tal dipartita?”. Se il morire prematuro è dannoso agli uomini perché permetti che ciò accada ai giovani innocenti? Se, invece, il morire prematuro è un bene, perché la morte è così straziante per i superstiti? A queste domande invece Leopardi non sa e non saprà mai dare una risposta. Davanti ad una giovane vita spezzata, non si può che constatare che la Natura, Dio o qualsiasi entità in cui si voglia credere, ha ben altro nelle sue mire che curarsi del nostro male o del nostro bene.