Il Superuovo

La quotidiana semplicità dell’amore nella canzone “Something just like this” e per Eugenio Montale

La quotidiana semplicità dell’amore nella canzone “Something just like this” e per Eugenio Montale

L’amore deve essere vissuto come un’avventura straordinaria, con qualcuno di altrettanto straordinario? E se invece fosse proprio la sua semplicità e “banalità” a renderlo tale? 
“Gli amanti” di René Magritte (da www.cabiriams.com)
Sembrano dirci proprio questo The Chainsmokers e Coldplay con la canzone “Something just like this” e Eugenio Montale nella sua raccolta poetica “Satura”. L’amore di cui ci parlano è lontano dalle storie romantiche tipiche del cinema, risiede invece nelle piccole cose di ogni giorno che, in virtù di questo sentimento, si trasfigurano.

The Chainsmokers e Coldplay cantano un amore ordinario

La canzone “Something just like this” di The Chainsmokers e Coldplay, uscita nel 2017, è un dialogo fra due innamorati. Lui preoccupato di non essere all’altezza degli eroi dei miti, come Achille o Ercole, o dei supereroi, come Spiderman o Batman, e per questo di non essere degno della sua amata. Teme di non essere abbastanza, che lei si meriti di meglio, eppure è proprio lei che lo interrompe e afferma chiaramente di non volere nulla di extra-ordinario:
I’m not lookin’ for somebody
With some superhuman gifts
Some superhero
Some fairy-tale bliss
Just something I can turn to
Somebody I can kiss
I want something just like this
Non cerca qualcuno con capacità sovrumane, non aspira a ciò che si legge nei libri, ma qualcuno da poter baciare con tenerezza, qualcuno di cui sentire la mancanza, un punto fermo su cui fare affidamento. Vuole qualcosa come quello che loro due già hanno insieme, una relazione autentica, radicata nei pregi e nelle fragilità di entrambi. Niente di eccezionale, solo la vicinanza dei cuori giorno dopo giorno, un affetto semplice che però sa rendere straordinario l’ordinario.
Eugenio Montale (da www.laboratoripoesia.it)

Eugenio Montale, dalla donna angelo Clizia a Mosca

Il poeta Eugenio Montale (1896-1981) consapevole del fatto che ormai la poesia non potesse più trasmettere grandi messaggi è stato il cantore della dura, aspra e angosciante realtà. Nei suoi versi sono sempre presentati situazioni e paesaggi appartenenti alla quotidianità. Rimanendo costantemente ancorato alla ripetitività della futile esistenza, egli inizialmente vede una possibilità di straordinario in Clizia. Questo è lo pseudonimo che l’autore assegna ad Irma Brandeis, donna da lui amata, alla quale dedica alcuni componimenti de “Le occasioni” ma soprattutto de “La bufera e altro”. Essa appare come una donna angelo, ricalcata sui tratti della Beatrice del Dante stilnovista. In questa figura semi-divina egli intravede una speranza di salvezza dall’insensatezza del vivere. Eppure nonostante Montale invochi l’intervento di questa donna salvifica, la sua vera compagna di vita, colei che fino all’ultimo ha confortato il suo cuore è Mosca. Quest’ultimo è l’affettuoso soprannome di Drusilla Tanzi alla quale sono dedicate alcune fra le più belle e intense liriche.

Satura, l’arte di vivere l’affetto quotidiano

Quello fra Eugenio Montale e Drusilla Tanzi è un amore modesto, duraturo, non una grande passione lampante. Lei non è una messaggera divina come Clizia, non è parte di una qualche leggenda come quelle elencate nella canzone “Somenthing just like this”. È una donna normale, forse anche un po’ buffa per le spesse lenti dei suoi occhiali (da qui il nomignolo Mosca) eppure la sua morte provoca nell’animo del poeta un vuoto incolmabile. Nel suo consueto stare accanto, essa è stata portatrice di una sapienza quotidiana, di un costante prendersi cura: tutto ciò di cui il suo amato aveva realmente bisogno. Perché ciò di cui il cui il cuore umano ha vera necessità è la pienezza del quotidiano, e lo scendere le scale insieme giorno dopo giorno ne è l’esempio. Così infatti il poeta descrive la loro non sensazionale passione amorosa, in questa poesia tratta dalla raccolta “Satura” del 1971:

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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